Ferdinando Camon

 

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Ultimi articoli

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Sarà un Natale luttuoso

"L'Unità" 27 novembre 2005

 

Troppi omicidi, uccidere è facile

Quotidiani delle Venezie 25 novembre 2005

 

Ai malati del Sud proibito curarsi al Nord

"L'Unità" 22 novembre 2005

 

Ruini e la politica, Sinistra e Concordato

Quotidiani delle Venezie 19 novembre 2005

 

Italia, troppi analfabeti

"L'Unità" 16 novembre 2005

 

Onoriamo l'eroe, cacciamo la sua compagna

"L'Unità" 13 novembre 2005

 

Diventiamo tutti trentini

Quotidiani delle Venezie 6 novembre 2005

 

Niente comunione a Prodi

Quotidiani delle Venezie 9 ottobre 2005

 

Carlotto, siamo tutti assassini

"La Stampa - Tuttolibri" 24 settembre 2005

 

Perché la Chiesa non vuole i Pacs

"Il Piccolo" 14 settembre 2005

 

Morti di serie A e di serie B

"L'Unità" 13 settembre 2005

 

Pera, discorso anticristiano

"L'Unità" 23 agosto 2005

 

Punti dolenti del sistema Ratzinger

Quotidiani delle Venezie 2 luglio 2005

 

Com'è morto Pasolini

Quotidiani delle Venezie 10 maggio 2005

 

Se non sei potente, non avrai giustizia

Quotidiani delle Venezie 6 maggio 2005

 

I funerali di Giovanni Paolo II

Quotidiani delle Venezie 9 aprile 2005

 

Matrimonio e romanzo in Italia

"La Stampa" - "Tuttolibri" 29 gennaio 2005

 

In Paradiso anche senza conoscere Cristo?

"La Stampa" "Tuttolibri" 11 sett. 2004

 

Nobel, gli italiani bocciati

"La Stampa" 19 giugno 2004

 

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Sarà un Natale luttuoso

Quando trionfava la società dei consumi dicevamo che spendere era una maniera di comunicare: chi non spendeva non aveva niente da dire. S'avvicina un Natale in cui gli italiani spenderanno molto meno dell'anno scorso, perché gran parte della tredicesima è già destinata alle spese d'obbligo, tasse, Ici, mutui, canone Rai, bollette, prestiti con banche, parenti e amici. Se spendere vuol dire comunicare, nel Natale che s'avvicina avremo un popolo ammutolito. E allora è importante vedere quali sono le parole che il popolo taglia via, con chi rinuncia a comunicare, con chi invece mantiene o aumenta il dialogo. Si risparmierà sui regali e sulle spese per casa e famiglia, mentre sono in crescita l' acquisto di giocattoli per i bambini e le spese per i viaggi. Gli italiani compreranno meno strenne. Non sarebbe un male, se comprassero di più gli altri libri. Le strenne non sono libri: sono libri col prezzo sproporzionato al loro valore. Libri che hanno il compito di strappare un grido di meraviglia a chi li riceve nel momento in cui li riceve, non quando poi li legge, ammesso che mai li legga. Ma non è che calino le strenne e crescano gli altri libri: molto semplicemente, gli italiani andranno meno in libreria. Un bel modo per definire chi legge è dire che vuole impossessarsi delle esperienze altrui, viverle. E dunque: la stretta economica che attanaglia il paese spegne la voglia di conoscere, obbliga ciascuno a fare i conti solo con se stesso, o con i suoi figli. Calano i regali che si consegnano in linea orizzontale, agli amici, ai parenti; crescono i regali che si consegnano in linea verticale, ai figli, specialmente se piccoli. L'ordine in cui si fanno i regali segue la gerarchia degli affetti. Una volta, quando si definiva l'amore che tiene in piedi una famiglia, si diceva che "prima discende (verso i figli), poi si volge all'altro (al coniuge), e infine torna su se stesso": il capofamiglia veniva per ultimo. L'indagine non lo dice, ma viene spontaneo credere che questa gerarchia valga anche quando si fanno i regali: la prima direzione in cui si taglia è quella dei regali a se stessi, le autogratificazioni.

Dicembre è il mese in cui si ammassano i debiti: scadono l'ICI e il canone Rai, di solito si fanno scadere l'assicurazione dell'auto e le rate dei mutui: questo perché per tutto l'anno si conta sulla tredicesima, la tredicesima rompe lo schema del bilancio mensile, raddoppia lo stipendio, e quindi induce le famiglie a ragionare come se le difficoltà di bilancio non ci fossero più. Le difficoltà di stare nello stipendio durano undici mesi, il dodicesimo mese spariscono. Quest'anno succede che molti pagamenti obbligatori, continuamente rimandati, s'insaccano nell'ultima settimana, e fanno di dicembre un mese faticoso come gli altri o anche di più. Ho visto che un grande quotidiano nazionale invita i lettori a mandare offerte per "integrare la tredicesima degli anziani". Se chiedi a Google "tredicesima" salta fuori anche questo invito a integrarla. Una volta sarebbe stato un controsenso, oggi è una necessità. Gli italiani non amano le tasse, le sentono come denaro che gli vien rubato: quando pagano le tasse entrano in lutto. Le tasse che si accumulano a dicembre rovesciano il significato del Natale. Da un quarto di secolo il giorno di Natale non ricorda più la nascita di Gesù, la civiltà dei consumi ne ha fatto il giorno in cui ognuno ricorda la nascita dei propri cari: il borghese ha fatto del Natale una festa endo-famigliare. Ognuno è felice perché esistono i suoi cari. Ma se vien caricato di tutte queste spese obbligatorie, col senso di perdita e di lutto che quelle ingenerano, il Natale perde gran parte della sua festosità: lo chiamano già Natale povero, ma sarebbe meglio chiamarlo Natale luttuoso.

"L'Unità" 27 novembre 2005

 

Troppi omicidi, uccidere è facile

Troppi delitti. Uccidere è diventato facile. Tecnicamente e psicologicamente. Ieri a Peschiera hanno arrestato il convivente di una donna uccisa a bastonate: era stato lui a chiamare il 118 dicendo che la sua amica stava male, e invece stava morendo. A Enego hanno filmato i funerali dei due pensionati uccisi con una spranga di ferro: due omicidi gratuiti, i più difficili da spiegare. Sperano che l'assassino sia tra gli amici del funerale, li controllano uno per uno. Quando lo troveranno, ognuno di noi guarderà lo immaginerà così, piegato in giù con la spranga a picchiare. Ieri a Torino hanno arrestato il presunto assassino dell'operaia di Biella: lei era la sua fidanzata, anzi, a intermittenza, la sua convivente, quindi l'aveva amata, eppure l'ha trafitta con sette coltellate e poi l'ha investita con l'auto. Un drastico passaggio dalla passione al furore. Odio e furore mai placati: dopo che è stato arrestato l'uomo ha continuato a ghignare verso i carabinieri e i reporter, dichiarando, con paranoico orgoglio, di essere (attenzione ai nomi, hanno il loro peso) cugino della Franzoni e nativo di Cogne. Lo hanno legato al letto mani e piedi, perché era scalmanato. Il brigadiere di Mestre che ha ucciso la fidanzata sparandole in testa aveva avuto con lei una convivenza, quindi anche lui l'aveva amata come un'amica, come una compagna, come una moglie: la donna però aveva paura dei suoi soprassalti di collera e se n'era andata in fretta, nascondendosi. L'uomo ha chiuso la sua giornata di servizio, di "carabiniere", regolarmente, quindi è andato a trovarla, e con la pistola d'ordinanza, quella con la quale fino a quel momento aveva protetto la nostra vita, l'ha freddata da distanza ravvicinata: il che la dice lunga sul porto d'armi e la sanità di mente. L'altro ieri nel veronese, a Valeggio sul Mincio, è toccato al titolare di una birreria-paninoteca: si può immaginare persona più tranquilla di un birraio che vende panini? Lo hanno aggredito a coltellate per motivi di gelosia e l'han lasciato sul pavimento, cadavere. Si uccide chi non si conosce, chi si conosce appena, chi si conosce bene, e chi si ama.

A monte dell'omicidio di Biella, sepolto appena sotto la scatola cranica dell'assassino, ci sta il fantasma di Cogne. Lui pensa Cogne come un super-delitto, il delitto di una madre sul figlio: gli ha dato la vita e poi gliela toglie. "Io sono come lei - dice il suo messaggio -, ho lo stesso sangue". Se si può uccidere un figlio, si può uccidere la compagna. Noi sappiamo che da queste parti è avvenuto anche l'inverso: chi ha ricevuto la vita ha ucciso che gliel'aveva data. Per i soldi, per comprarsi un'auto nuova, per fare il bullo con le amiche. Tutti questi delitti confermano che "uccidere" non costa più un grande sforzo psichico. Pochi giorni fa abbiamo visto Giovanni Erra tornare in processo, non era sconvolto, non l'abbiamo mai visto piangere, mai in ginocchio. E' un adulto, sposato e padre, eppure ha guidato l'assassinio di una bambina per un turpe gioco di sessualità malata. Uccidere è la colpa delle colpe. Non si può espiare, perché non si può rimediare a quello che si è fatto. Perciò uccidere è un tabù. Non offende l'ucciso, offende l'umanità e Dio. Ma un tabù che viene infranto più volte ogni settimana non esiste più. L'uomo non è più un assoluto, viviamo in mezzo a sconosciuti, loro sono diversi da noi, noi siamo diversi da loro. Ognuno vale poco per gli altri. Questi che uccidono sono i peggiori fra noi, ma il tempo che attraversiamo è pieno di guerra che brucia vivi i civili, clandestini morti sulle spiagge, battaglie sull'aborto, sgozzamenti di prigionieri, si salvi chi può...: col tempo peggioriamo tutti, noi siamo peggiori dei nostri padri, i nostri figli saranno peggiori di noi.

Quotidiani delle Venezie 25 novembre 2005

 

Ai malati del Sud proibito curarsi al Nord

Ho visto bambini malati divertirsi all'ospedale: scendevano dai loro lettini e correvano a guardare i conigli che rosicchiavano carote, appena al di là di un vetro. L'idea di mettere animali (anche pulcini e anatre) sotto gli occhi dei piccoli malati era stata di un pediatra, in una clinica di Padova. Guardavo e mi dicevo: "Questi bambini soffrono meno dei loro coetanei ricoverati a Palermo o a Napoli, ma il dolore non dovrebb'essere tolto a tutti?". A Trento ci sono centri per il recupero dell'udito fra i migliori del mondo. Vengono pazienti anche dall'Austria. Woody Allen compie settant'anni, dice che il suo problema principale è l'udito, quando va a un party si porta la protesi acustica: Allen frequenta le Venezie, non mi stupirebbe vederlo un giorno in una clinica otorino di Trento. Padova occupa una zona d'eccellenza in Cardiologia, Cardiochirurgia, Chirurgia Plastica e Ricostruttiva, Oculistica, Otorino e Pediatria. Treviso ha centri formidabili per il tumore del sangue. Bologna per la Traumatologia e l'Ortopedia. Milano per il cancro. Quando Berlusconi si operò di prostata, combinò un'èquipe di specialisti di diversa provenienza: c'era anche Pagano, primario a Padova. Pisa ha la Sanità più attrattiva d'Italia: arrivano pazienti da tutto il Sud. Da Campania, Calabria, Puglia e Sicilia i malati vengono in Lombardia, Emilia e Veneto, nell'ordine. Qui son decenni che per togliere un'appendice fanno due buchetti microscopici, che lasciano cicatrici pressoché invisibili. In altre parti d'Italia continuavano a tagliare in lunghezza, lasciando cicatrici che poi le ragazze tentano invano di coprire con tatuaggi. Nei mesi scorsi ci ha sbattuto addosso una sequenza sbaloritiva di morti per malasanità, tutte nel meridione: una donna muore dopo aver partorito, una ragazza muore dopo l'asportazione della colecisti, un ragazzo muore dopo che gli han tolto il gesso a una gamba. Assurdità. Forse anche mal raccontate. Fatto sta però che i malati meridionali che vengono a farsi curare nel Nord sono caterve. Qui nel Nord ci sono ospedali che chiamano i pazienti per nome e cognome, quand'è il momento della visita: un nome su due è meridionale. Nelle sale d'attesa senti dialoghi di questo tipo: "Troppe tasse" dice l'uomo del Nord, "e tutte per niente", "Ma voi qualcosa ricevete" risponde l'uomo del Sud, guardando l'ospedale che funziona. La mia impressione (da profano, lo ammetto) è che buona parte di quelli che son morti per malasanità, nei mesi scorsi, al Sud, al Nord si sarebbero salvati. E allora l'osservazione è: perché, se il servizio è statale, a una parte del popolo dà la vita e a un'altra parte dà la morte?

Finora, chi aveva grossi problemi di salute e temeva che la sua regione non fosse attrezzata per guarirlo, si spostava in qualche regione che gli dava fiducia. D'ora in poi non potrà più farlo. La nuova Finanziaria fissa "un tetto massimo di rimborsabilità e di compensabilità entro il quale le singole regioni regolano l'attività erogata dalle proprie strutture sanitarie pubbliche e private accreditate". Dal tetto sono escluse solo "le prestazioni erogate ai pazienti oncologici e quelle di ricovero relative a discipline di alta specialità". E così, la sanità "eccellente" del Nord andrà prima ai pazienti del Nord, e poi, se ci sarà margine economico, a quelli arrivati dal Sud. Vista dal Sud, la norma è uno "stop ai viaggi della speranza". Vista dal Nord è, per usare le parole di un leghista, "la sanità del Nord al Nord". Certo, chi vuole il medico eccellente potrà comunque averlo, ma privatamente. La Sanità avrà due funzionamenti: per il malato del Nord: "Vuoi guarire? E' un tuo diritto"; per il malato del Sud: "Vuoi guarire? Paga". In questo modo la legge fissa una disuguaglianza di fronte al dolore. C'è un tipo di malato di fronte al quale si pone la domanda "se questo è un uomo", e risponde: "No".

"L'Unità" 22 novembre 2005

 

Ruini e la politica, Sinistra e Concordato

Ieri è stato condannato un giudice all'Aquila perché si rifiutava di tener udienze a causa del Crocifisso nelle aule. Sono d'accordo sulla condanna, quel giudice sbagliava. Non conduceva una battaglia "per la giustizia", ma "contro il Cristianesimo", senza capire che quel simbolo che gli dà fastidio è quanto di meglio la nostra civiltà può esporre per ammonire un giudice a non condannare un innocente. E' il simbolo della massima innocenza punita con la massima pena. Ma perché un giudice non lo capisce? C'è troppo odio, troppo furore contro la Chiesa cattolica. Lo si vede nella battaglia contro l'ora di religione, contro il Concordato, contro l'8 per mille, contro le prediche dei vescovi sull'aborto o sui matrimoni degli omosessuali, contro tutte le cosiddette "ingerenze". Non c'è dubbio che tutta questa ostilità nasce dalla bruciante sconfitta delle forze che si definiscono laiche-progressiste (come se i credenti fossero retrogradi) al referendum sulla fecondazione assistita. Ma fare politica vuol dire guidare i cambiamenti. Se perdi una battaglia, cerchi di vincere la battaglia successiva. E' questo che la Sinistra non fa. Aprire un contenzioso sul Concordato e sull'8 per mille (lo stan facendo i socialisti dell'Unione, i Verdi, i Comunisti italiani, i radicali...) vuol dire danneggiarsi: forse attiri qualche minima percentuale di voti sul tuo piccolo partito, ma fai perdere al tuo schieramento una fetta consistente di voti cattolici. Non è difendere la Sinistra. E' attaccare la Chiesa. L'8 per mille lo destinano alla Chiesa circa otto milioni e mezzo di italiani. Sono quelli del volontariato, delle missioni nel mondo, delle adozioni a distanza, dell'assistenza medica e dell'insegnamento in Africa e India. I cattolici solidali. Gran parte di loro vota Margherita. Che senso ha speronare la loro opera, che è una delle pochissime forme di solidarietà che giungono a destinazione? A monte c'è il concetto che se un aiuto al mondo arriva dalla Chiesa cattolica, è meglio che non parta. Questo concetto fonde insieme le mancate radici cristiane d' Europa, l'eliminazione dell'ora di religione, la battaglia contro i preti in tv, l'uso di Darwin contro la Bibbia. Il Cattolicesimo è una minoranza, e va bene. Ma sta diventando una minoranza oppressa, e questo non va bene, neanche laicamente.

Quando si dice ingerenze, si dice Ruini. Che un cardinale prenda posizione sull'aborto, sul matrimonio degli omosessuali, sulla soppressione degli embrioni, lo trovo non solo un suo diritto, ma un suo dovere. Che poi un cardinale confonda i Pacs con il matrimonio, questo è un suo limite, d'informazione o di comprensione. Che poi dica (purtroppo lo fa anche il papa) che uno non ha colpa se è omosessuale, ma ha colpa se ha rapporti omosessuali, questo è un limite culturale non della persona ma di tutta l'istituzione, la Chiesa. Bisogna perdonarli perché non sanno quel che dicono. Hanno messo all'Indice Freud e quindi non l'hanno letto. Come Marx. Come Darwin. Il giorno che li leggeranno, sarà un bel giorno per loro e per l'umanità. Diamo tempo al tempo. Intanto, distinguiamo ingerenza da ingerenza. Eutanasia, aborto, embrioni, matrimoni gay, divorzio non sono ingerenze. Ma gli interventi sulla riforma elettorale, sul federalismo, sulla sanità regionale, sul referendum confermativo, questi sì, sono ingerenze, e anche pesanti. Io considero antidemocratica la riforma elettorale, che dà ogni potere ai partiti e lo toglie ai votanti. Considero necessaria una riforma del rapporto dare-avere tra regioni e stato, ma iniquo il modo in cui lo imposta questa riforma federale. Sono due passi indietro, di decenni. Ma se chi fa una legge dovesse prima cercare il nulla osta della Cei, questo sarebbe un passo indietro di secoli: fino al Medioevo.

Quotidiani delle Venezie 19 novembre 2005

 

Italia, troppi analfabeti

Una notizia tristissima gira sui giornali: moltissimi italiani non sanno leggere né far di conto. Gli analfabeti stanno al popolo come la palla di piombo al piede del prigioniero: lo paralizzano. Saper leggere e scrivere non è un diritto, è un dovere. E' come vaccinarsi: se tutto un popolo si vaccina contro le malattie endemiche, tranne un 10 %, quel 10 % tiene in vita le malattie che altrimenti sarebbero cancellate dalla Terra, quindi danneggia l'umanità. Secondo l'Ocse, che usa dati Istat, tra i trenta paesi più istruiti del mondo noi italiani siamo al terz'ultimo posto, dopo di noi vengono soltanto il Portogallo e il Messico: dunque, e lo scrivo con vergogna, siamo un danno per l'umanità. Ogni giorno l'umanità lavora e quel lavoro viene raccontato dai giornali, raccontandolo i giornali lo portano di casa in casa, chi lo legge e lo apprende partecipa dei risultati, è come se il mondo lavorasse per lui: il mondo progredisce e il lettore progredisce con lui. Ma l'analfabeta non legge e non impara: non spartisce il lavoro del mondo. Il mondo lavora per tutti ma non per lui. Tutti corrono, ma lui è fermo. Una delle più perfette gioie della vita è leggere il giornale alla mattina presto, è come chiedere al mondo: "Cos'hai fatto stanotte per me?". Il giornale, cioè il mondo, risponde. L'analfabeta non sente questo dialogo. Lui non ha fatto niente per il mondo, e il mondo non ha fatto niente per lui. L'analfabeta è fuori del mondo. In Italia abbiamo milioni di cittadini che vivono fuori del mondo. Molti milioni. Perché ai milioni che sono analfabeti totali, si aggiungono quelli che hanno solo la licenza elementare o media, e questa licenza è poco, niente per orientarsi e vivere nel mondo d'oggi, non basta per capire un telegiornale o una conferenza o un manifesto. Sono gli illetterati. Ammontano al 66 % della popolazione. Un disastro.

Sono morti. Mi piace ripetere il concetto che chi vive, vive la propria vita, ma chi legge vive anche le vite altrui: però la propria vita si capisce confrontandola con le vite altrui, se non sei in grado di fare il confronto non capisci nemmeno la tua vita, non la vivi ma la perdi. La maggioranza degli italiani perdono la propria vita giorno per giorno. Mi piace ripetere anche il concetto che uno non capisce la propria civiltà se non è in grado di confrontarla con le civiltà altrui: ma chi non legge libri o giornali, non è in grado di fare questo confronto, quindi non è che non capisca le civiltà altrui, non capisce niente neanche della propria. Niente di ciò che succede ha per lui un senso. Capire serve a decidere. Chi non capisce, non sa decidere. Decide male, e vota male. Le dittature hanno sempre un alto tasso di analfabeti. Gli servono. Il non sapere è introduttivo all'essere manipolati. Qualcuno comincia a sostenere che il primo comandamento che dobbiamo applicare verso il prossimo non è "amarlo" (e tanto meno convertirlo) ma "informarlo", informare è il vero atto della carità. Informare e informarsi. Chi non fa questo, non fa niente. Gli studiosi dicono che la scrittura fu inventata per fissare il debito: prima che ci fosse la scrittura, il creditore ingannava il debitore, si faceva pagare all'infinito, e il debito non calava mai. Si trasformava in schiavitù. La scrittura lo fissò, ne permise l'estinzione, e quindi la liberazione del debitore. Ecco cosa sono gli analfabeti: debitori che non finiscono mai di pagare il debito. Ogni giorno sono più poveri e più indebitati. Loro e i loro figli. Perché analfabeti generano analfabeti. Chi non legge mai un libro o un giornale, è nato in case dove non c'era nessun libro e nessun giornale. Insegnare a leggere è una battaglia contro la schiavitù. Una battaglia da combattere in tutto il mondo, ma soprattutto in casa nostra: è la casa nostra che ne ha più bisogno. Vista l'enormità del problema, ci vorrebbe un ministero su misura.

"L'Unità" 16 novembre 2005

 

Onoriamo l'eroe, cacciamo la sua compagna

E', anzitutto, una questione di stile. Che senso ha portare una signora, compagna di un caduto di Nassiriya, in pullman con tutte le altre persone accreditate alla cerimonia, e poi impedirle con la forza di entrare, e tenerla fuori della sala, perché non è la moglie ufficiale? La cosa è successa anche l'anno scorso: dunque non è un errore o una gaffe, è una costante del Ministero della Difesa. La compagna di Stefano Rolla, il regista caduto a Nassiriya nella grande strage mentre lavorava a un documentario, nel Memory Day non ha potuto partecipare alla cerimonia, e nella cerimonia ufficiale si è ricordato questo caduto tagliando via e nascondendo, della sua vita, una parte così essenziale, intima, decisiva, come la compagna. In questo modo si falsa il Memory Day, e si falsa l'identità degli "eroi" che si vogliono ricordare. Questo caduto civile, come tutti gli altri caduti, era là e lavorava per quel che sapeva, che sentiva, che amava, insomma quel che era. La sua vita era sua ed era di chi viveva con lui, questa compagna. Ricordandolo, gli si rende onore, l'onore che merita. Chiamandolo eroe, lo si esalta, lo si indica come modello, un modello come ne abbiamo pochissimi oggi, e di cui abbiamo tanto bisogno. Se lui fosse vivo e ricevesse una onorificenza da vivo, la sua compagna sarebbe con lui, e durante la cerimonia i due si scambierebbero uno sguardo, e con quello sguardo spartirebbero il senso della cerimonia, e anche l'orgoglio. Lo Stato, portando via con la forza la compagna che lui s'era scelto, disapprova e corregge la sua vita, in un certo senso se ne vergogna, e la nasconde. Non gli rende onore, ma pronuncia una condanna morale. Questa esclusione della compagna, questa censura sull'amore e sulla vita, è il trionfo dell'ipocrisisa, della burocrazia, dell'ufficialità, sui sentimenti, sull'autenticità, sull'identità. Diffonde su tutta la cerimonia il sospetto di una inadeguatezza di chi la celebra, di una indegnità: non ricorda gli uomini per quel che erano, ma per quel che lui ha interesse che fossero. Non riconosce la grandezza umana di chi ha lavorato, ha rischiato, ed è caduto; ma la sostituisce con la retorica, la fintaggine, la doppiezza. Una vita passata a usar le parole mi ha insegnato che se in un contesto c'è questa simulazione, la simulazione si diffonde in tutto il resto, anche nei discorsi ufficiali. La compagna di un caduto ha il diritto di esser considerata vedova come le mogli ufficiali. Vedova è colei che perde l'uomo che amava e col quale viveva. Non si capisce perché il ministero della Difesa possa passare in rassegna la vita dei caduti, e approvare una parte dei loro sentimenti e legami, e un'altra parte tagliarla via. A una cerimonia in onore di eroi devono presenziare coloro in cui gli eroi continuano a vivere, coloro che essi amavano. Se escludi coloro che essi amavano, li uccidi una seconda volta. Se ci fossero i Pacs, questo non accadrebbe. La speranza è che ieri sia accaduto per l'ultima volta. E che fra un anno non possa più succedere.

"L'Unità" 13 novembre 2005

 

Diventiamo tutti trentini

Non si capisce più cos'è l'Europa, cos'è l'Africa, cos'è l'Asia. Non si capisce più cos'è il Trentino, cos'è il Veneto. Com'è possibile che uno Stato dell'Asia entri in Europa? La Turchia ha un'altra storia, un'altra religione, altra lingua, altro futuro, altri ideali. Quando trattava per entrare nella Nato, il suo presidente partecipò a una riunione degli alti dirigenti europei e al ritorno riassunse i suoi dubbi così: "Non so che fare, son tutti cristiani". E' vero. La Turchia è essenziale per la Nato. Le basi aeree in Turchia sono preziose oggi e lo saranno ancor più domani. Ma un conto è far parte di un'alleanza militare, altro conto entrare nella comunità politica e sociale. L'attuale presidente turco, tra l'altro, milita in un partito fondamentalista, ha scritto poesie in cui vuole "essere la baionetta dell'Islam": non è esattamente un ideale europeo. Perfino la Tunisia ha chiesto di entrare in Europa. Perfino Israele. Forse la loro entrata chiarirà molte cose, ma certo aprirà un dubbio: cos'è l'Europa? Dove comincia e dove finisce? Qual è la sua storia? Essere europeo vuol dire (come credevamo finora) essere figlio di una storia, una religione, una cultura, un blocco di università, un'idea di Costituzione? L'abbiamo sempre creduta una questione d'identità. Sta diventando una questione d'interessi?

In Italia, in Nord-Italia, si propone, in piccolo, la stessa lacerazione. Avevamo sempre creduto che una cosa è essere trentino, tutt'altra cosa essere veneto. Adesso vediamo che con un semplice referendum il chiaro, dolce e fresco paese di Lamon, da sempre veneto, vuol passare di là, farsi trentino. Cortina d'Ampezzo cova lo stesso sogno. Asiago minaccia di fare la stessa opzione. Asiago trae la sua fortuna dall'essere veneta. E' la montagna dei veneti. Dei veneti lavoratori, che lì, sull'Altipiano, scaricano moglie e figli, e se ne tornano in pianura, a lavorare. Poi, al sabato pomeriggio, in un'ora di auto salgono per il Costo a ricomporre la famiglia. Comodo. Su questa comodità Asiago ha impiantato i suoi prezzi. Alti. Andando ad Asiago, salivi in montagna ma restavi in casa, cioè nella tua regione. Se anche Asiago passa nel Trentino, che succede, si cambia regione? In tutti i Sette Comuni dell'Altipiano sta lavorando il "comitato pro-Trento", raccoglie firme per il cambio di regione. Si dan da fare soprattutto Gallio, Roana ed Enego.

In realtà il cambio di regione è soprattutto un cambio dei rapporti con lo Stato. Perché lo Stato mantiene un rapporto che privilegia, in misura che stupisce l'Europa e il mondo, le regioni a statuto speciale. Perfino il Dalai Lama chiede, per il suo Tibet, uno statuto conme quello dell'Alto Adige. Se crede di averlo, sta fresco. C'è un episodio che spiega la specialità di quello statuto. S'è impiantato nella mia memoria e si riaffaccia spesso. Visitando un ospedale della campagna veneta, tra Padova e Verona, sentivo che i medici erano tristi, perché il governo stava pensando di sopprimere alcune unità di pronto soccorso coronarico, per ragioni di risparmio. Una settimana dopo parlo col direttore di un giornale di Bolzano. Mi racconta che lì era appena stato istituito un servizio di pronto intervento per tirar su dai burroni le mucche che ci fossero cadute dentro. Mi chiedevo: ma come, la mucca di Bolzano salvarla subito, e il cuore padano che crepi? C'è qualcosa che non quadra. I sostegni che i sindaci ricevono dallo stato son proporzionati al numero di cittadini: ma un cittadino di Verona o di Padova vale molto meno di un cittadino di Aosta o di Bolzano. A Padova non sanno più dove metter le immondizie, a Bolzano non sanno più dove mettere i fiori. Il sistema delle regioni a statuto speciale ha avuto un senso e un'utilità nel dopoguerra, quando si trattava di proteggere le minoranze, aiutare le aree depresse, favorire le iniziative private, spegnere lo spirito di secessione (in Alto Adige come in Sicilia), e così via. Ma nel Duemila inoltrato questi sono privilegi iniqui. Non dobbiamo diventare tutti trentini. Sono i trentini che devono diventare come noi.

Quotidiani delle Venezie 6 novembre 2005

 

Niente comunione a Prodi

Scrivo questo articolo con sofferenza. Il tema è non solo alto, ma sublime. Riguarda il vertice della fede dei cattolici, nientemeno che la loro unione con Dio. Ora la Chiesa Cattolica, riunita a Roma nel sinodo, ha ammonito che i politici "che propongono o difendono leggi inique, che non tutelano la famiglia", come quelle che permettono divorzio, coppie di fatto o matrimoni dello stesso sesso, "devono porre rimedio al male fatto e diffuso per poter accedere alla comunione". E', in sostanza, una scomunica. Diretta a "non poche nazioni e parlamenti". L'anno scorso riguardava l'America, dove il candidato democratico alla Casa Bianca, John Kerry, era un cattolico disposto a permettere l'aborto. Ieri un giornale italiano tirava la conclusione che questa "è una scomunica di fatto che tocca direttamente il candidato leader dell'Unione, Romano Prodi". Non è una conclusione infondata. La deputata diessina Livia Turco, di formazione cattolica, teme che continuando di questo passo la Chiesa perda per strada una parte dei suoi fedeli, e acceleri la scristianizzazione dell'Europa. Anche questa è una visione non infondata. Prima ancora di diventar papa, Ratzinger aveva risposto che compito del cattolicesmo non è conservare la maggioranza, ma conservare la verità. E anche questa è una conclusione ineccepebile. Sulla comunione bisogna fare alcune premesse. E sono queste che scrivo con sofferenza.

Ho sempre davanti agli occhi, e il lettore lo sa bene perché m'è già capitato di scriverlo, la comunione del generale Pinochet: trasmessa dalle tv di tutto il mondo, il generale in divisa blu con i baveri rossi, ripreso da sinistra, inginocchiato, riceveva la comunione in bocca, con aria timorata. Ma aveva appena ordinato una di quelle infami retate di oppositori, in gran parte giovani, studenti di scuola media superiore, rastrellati nottetempo per le case e fatti sparire, alcuni anche ammazzati per le strade e abbandonati sporchi di sangue e di fango. La visione dell'assassino che riceveva la comunione era stata per me come un ago lungo, sottile, che mi penetrava dentro, cercava un nervo sensibile, lo raggiungeva e lo trafiggeva. Ho scritto un lamento e una protesta, che è uscita il giorno dopo. Ed è stato un continuo trillare del telefono, chiamavano uomini, donne, preti, frati. Chiedevano: "Ma chi glielà dà?". Ma come "chi gliela dà": gliela danno altissimi cardinali o arcivescovi della capitale, pilastri della Chiesa nel mondo. Successe anche con Franco: aveva ordinato di garrotare tre prigionieri baschi, all'alba verso le 4, per tre volte il papa (Paolo VI) lo chiamò al telefono, sbalzandolo dal sonno, scongiurandolo di non ammazzare, tutt'e tre le volte Franco ammazzò, e alle ore 6, come tutte le mattine, fece la sua santa comunione. Una fetta della Chiesa era d'accordo con loro e li "santificava" per quel che facevano. Ho scritto allora, e ho sempre pensato, che la Chiesa sbagliava. Purtroppo Giovanni Paolo II, andando in Sudamerica, si affacciò alla finestra con Pinochet, confermando al mondo una vicinanza, se non un'approvazione. Ritengo, ereticamente, che abbia sbagliato. Ma sia chiaro: la Chiesa che dichiara chi è dentro e chi è fuori esercita non solo un suo diritto, ma un suo dovere. Ha una lanterna e deve illuminare la strada a chi la segue. Se non fa questo, vien meno al suo compito. Solo che non sempre vede bene, e talvolta la strada che indica non è quella giusta. Non lo era negli episodi che ho citato, quando dava la comunione. Non lo è negli scenari che indica adesso, quando avverte che non darà la comunione. Prodi ha fatto la comunione ai funerali di Giovanni Paolo II. Io l'ho apprezzato per la coerenza e la mancanza d'ipocrisia. Se si presentasse oggi, il sacerdote lo salterebbe. Lo ritengo un errore non di Prodi, ma della Chiesa. Dare i Pacs, regolare le gravidanze angoscianti, in cui la generante soffre da morire, liberare le coppie infelici, che più stanno insieme più si ammalano, non è un malsano e peccaminoso cedimento, che un governante può vietarsi: è un atto dovuto, una parte del popolo l'aspetta con diritto, e calpestare un diritto, questo sì, è peccato contro l'uomo.

Quotidiani delle Venezie 9 ottobre 2005

 

Carlotto, siamo tutti assassini

Chi comincia questo libro lo finisce, non lo lascia a metà, e chi finisce questo libro lo ricorda, non gli esce dalla testa. Ma non ricorda un personaggio, una trama, un episodio. Non è un romanzo su qualche singolo o qualche singolarità. E' un romanzo su una società, una civiltà, o meglio su una società senza civiltà, una società priva di legge, di stato, di religione, e soprattutto di famiglia. Comincia con un delitto e finisce con la scoperta dell'assassino. L'assassino è il meno sospettabile di tutti, e nessun lettore, una riga prima della scoperta, c'era arrivato. Questo è il pregio e il limite del libro. "Noir" sta scritto in copertina, ma quel noir non definisce una storia, una vita, un'azione, ma la storia, la vita, la situazione del Nordest: il Nordest del titolo è il nome dell'assassino. Dicendo che è un giallo senza eroe, indico una caratteristica non di Carlotto e, qui, Videtta, ma di tutta la letteratura del Nordest. Sgorlon non ha eroe, ha favole, epica, fede. Meneghello non ha personaggi, ha simboli o archetipi. Rigoni Stern, che racconta un'impresa eroica, che resterà nei tempi dei tempi, non staglia in quell'impresa un combattente ma un esercito o un reparto, gli Alpini. Non so se sto indicando un limite, non vorrei sembrare offensivo. Se corro questo rischio, non escludo dagli accusati me stesso: nei romanzi veneti so bene di aver messo come protagonista una comunità e mai un uomo. Con un personaggio collettivo acquisti in denuncia (qui, in Carlotto-Videtta, terribile, onnicomprensiva) e, a mio parere, in verità (qui è tutto vero, ma è tutto sconosciuto, questo libro è la rivelazione di un mistero epocale e sociale), ma perdi in psicologia. Carlotto e Videtta non presuppongono nessuno degli scrittori veneti che ho citato prima. Piuttosto, sentono Stella, Gian Antonio. A monte di questo "Nordest", se c'è un libro, è "Schei". Il Nordest in passato era un inferno, da quell'inferno salivano anche preghiere, e Sgorlon le ha sentite; voci e litanie e invocazioni simboliche, e Meneghello le ha analizzate; gli uomini erano sottouomini, animali o diavoli, e ho tentato di descriverli; il tempo degli "schei" segna uno stacco assoluto, non c'è un'evoluzione che abbia portato da quegli sottouomini a questi padroni. "Schei" di Stella è il racconto corale e orgiastico di un paradiso trionfante in cui non c'è nessuna memoria dell'inferno precedente. Dice Balzac che a monte di ogni fortuna c'è un delitto. Stella dice il contrario, che la fortuna discende da un merito, se il lavoro è merito. Qui Carlotto e Videtta dicono una cosa ancora diversa, e cioè che "a valle" di ogni fortuna c'è un delitto: il Nordest non è le Tre Venezie, nasce sulla tomba delle Tre Venezie, quella società (casa, famiglia, chiesa, vecchi, lavoro, risparmio, emigrazione) è morta nel sacrificio, la nuova società opulenta non ha ereditato o recuperato nessun valore, tutto è marcio, e in questo marciume i mostri spuntano a colonie come i funghi. La vittima del delitto, in questo romanzo, l'annegata, aveva la sua sregolatezza, anzi le sue sregolatezze: stava per sposarsi, ma non è la prossima donna di un uomo, è ancora donna di molti uomini. Sospetto pesante: l'assassino può essere quello che stava per sposarla. In fondo, ha fatto sesso con lei un attimo prima di farla fuori. Sospetto più pesante: lui pensa che a ucciderla sia stato l'altro mancato marito, e che lui se la sia fatta prima di farla fuori. La soluzione è più atroce ancora: si scoprirà un assassino che annegandola nella vasca da bagno ha violato non solo la famiglia nascente, ma anche la sua propria famiglia e altre famiglie. Non è un giallo, è un groviglio di gialli. C'è anche il giallo del Matto. Del rumeno, anzi dei rumeni. Della contessa. Dello smaltitore di rifiuti. Della banda del Cherokee, e del capo banda. Di sua madre. Tutti sono possibili o reali assassini. Uno vale l'altro, le vite, i ruoli, le avventure, sono intercambiabili. Sono tutti gialli identitari: nessun personaggio è quello che è, ognuno è un altro, identitariamente. E' il Nordest che non è quello che è, non viene da dove viene. E' l'Italia. E' la Romania. E' il mondo. Un caos in cui tutti vanno, senza bussola, in tutte le direzioni. Dall'estero vengono qui, da qui vanno all'estero, o come si dice delocalizzano. La delocalizzazione è la fuga dalla città che brucia, come Troia: chi scappa porta con sé il suo dio. Qui il dio è il denaro. I nordestini che vanno in Romania portano con sé la loro malattia. Vanno a infettare il mondo. Con questa grandezza e questi limiti, ecco qui la cartella clinica dell'infezione.

"La Stampa - Tuttolibri" 24 settembre 2005

 

Perché la Chiesa non vuole i Pacs

Lo scontro aperto dal Vaticano contro Prodi, riguardo alle coppie di fatto che Prodi si dice pronto a riconoscere se dovesse vincere le elezioni, non è una tattica elettorale, è molto di più. Anzitutto è la spia di una ferita non ancora rimarginata nel corpo della Chiesa, per l'atteggiamento tenuto dalla Sinistra nella recente campagna referendaria sulla fecondazione assistita. Per la Chiesa quella era l'ultima spiaggia su cui si doveva difendere la civiltà, la moralità: era in ballo l'idea di vita, l'applicazione del "Non uccidere". Chi andava a votare e votava sì, era moralmente assassino. La Chiesa ha difficoltà ad accettare un dialogo con chi stava da quella parte. Adesso, la promessa rilasciata da Prodi di concedere i patti di solidarietà alle coppie di fatto, omo od etero, è sentita dalla Chiesa come una minaccia all'istituzione del matrimonio, su cui la famiglia si basa. Prodi appare come un politico corrotto, privo di morale, pronto a comprare voti anche se il prezzo da pagare è la concezione, l'unità, la durata della famiglia. Qui bisogna evitare gli equivoci. E' perciò necessario richiamare le espressioni usate dal giornale del Vaticano: "Una dichiarazione (quella di Prodi, sui Pacs) che chiama direttamente in causa nella competizione politica la famiglia, la realtà naturale alla quale sono naturalmente inclini l'uomo e la donna. Una realtà fondata, come la stessa Costituzione italiana ammonisce, sul matrimonio. Un tentativo, dunque, di relativizzare e ideologizzare la realtà della famiglia. Una lacerazione inaccettabile". Si osservino bene i concetti. La famiglia non dev'essere tirata in una competizione politica. Sta al di sopra, è fuori discussione. Risponde a una realtà naturale. Questa realtà è contemplata e protetta dalla Costituzione. La "lacerazione" di Prodi non ferisce soltanto la dottrina cattolica, ma anche il nostro ordinamento sociale. Su questa base non si discute. E' una base "inaccettabile".

La Chiesa ha il complesso della "fortezza assediata", sulla fortezza assediata le sentinelle armate vigilano sulle mura, e alla prima visione del nemico sparano. Molte volte sbagliano, perché il nemico non c'è. Ma il complesso della fortezza assediata è giustificato, in Italia e in Europa tutto ciò che è cattolico o cristiano conta sempre meno, a partire da quelle "radici cristiane" negate dalla Costituzione Europea, con una scelta che è un assurdo storico. Il cardinal Ratzinger, adesso papa, diceva che il Cattolicesimo è ormai una minoranza, il che non gl'impediva di ammonire che questa minoranza custodisce la verità. Ma un conto è difendere la morale, la dottrina, altro conto accusare chi vuole le dimissioni di Fazio di chiederle perché Fazio va a messa e sua figlia si fa suora. Se mi è permesso dirlo, essere un cristiano e dire le cose che risultano dalle intercettazioni di Fazio sono in contraddizione. Se Fazio ha agito da cristiano, la Chiesa dovrebbe costituirsi parte civile. La contrapposizione tra Fazio cattolico e Prodi nemico della Chiesa è assurda. Il Pacs, patto civile di solidarietà, che Prodi ha promesso, non è un rito blasfemo che sostituisce il matrimonio. E' un atto notarile, col quale due adulti, dello stesso sesso o di sesso diverso, si garantiscono diritti pari a quelli matrimoniali: assistenza, eredità, comunione di beni, e così via. Accusare Prodi di "zapaterismo" è ingiustificato, perché Zapatero prevede l'adozione di figli per le coppie omosessuali, il Pacs no. L'ostilità della Destra politica e della Chiesa ai Pacs è un residuo della concezione dell'omosessualità come perversione, atto volontario contro natura, e infine colpa. L'"inaccettabilità" con cui la Chiesa bolla la dichiarazione di Prodi è l'inaccettabilità con cui ha sempre bollato l'omosessualità. E' questo il nodo. Fino a pochi anni fa la Chiesa condannava l'omosessualità come "peccato impuro contro natura", e lo metteva insieme con l'omicidio volontario. I Pacs nascono da un'altra concezione: che gli omosessuali seguono la loro natura come noi seguiamo la nostra. Loro non devono offendere noi, come fanno troppo spesso con le oscene parate del Gay Pride. Ma noi non dobbiamo offendere loro, con ostilità come queste.

"Il Piccolo" di Trieste, 14 settembre 2005

 

Morti di serie A e di serie B

Le brutte notizie che ieri riempivano la cronaca, nuove o non ancora vecchie, sono un test per capire cosa siamo diventati, com'è cambiata la nostra sensibilità, che reazione abbiamo di fronte alle tragedie o alla morte degli altri. A Taranto moriva un operaio in un incidente sul lavoro, ed era il quarto incidente in cinque giorni. Una disgrazia quattro volte più grave di una disgrazia, ma sui giornali e nelle tv, sui nervi e sul cervello della gente, una disgrazia è un piccolo choc, quattro disgrazie sono una noia. A Gela erano arrivati 170 clandestini ma undici erano morti e le onde li depositavano sulla spiaggia, fra i turisti. La notizia non era la strage dei clandestini, ma i cadaveri fra i turisti. E comunque non era una grande notizia. In un'enciclopedia della modernità non mi stupirei se le voci si rimandassero così: clandestini vedi barconi, vedi annegati, vedi scafisti, e via di seguito. Una voce si collega all'altra, e come tu senti citare undici morti, subito ci vedi in fondo l'arresto degli scafisti, e la tragedia si chiude con la catarsi. L'arresto redime la strage, come un processo con sentenza pesante chiude la storia di un delitto. Brutte notizie, tutte queste, ma non eccitanti. Più eccitante la madre di Merano, specialmente dopo che s'è scoperto, pare (andiamoci cauti), che non ha telefonato subito alla polizia, ma prima ha chiamato altri numeri. Ma non era in black-out? E quella storia del "fico", in tedesco "Feige", che il bambino avrebbe pronunciato per spiegare cosa stava mangiando, e che la madre avrebbe capito "feige", vigliacca. Una questione, in tedesco, di maiuscola e minuscola. Vien da completare la scena così: la madre dice: "Sporchi tutto, cosa stai mangiando?" e intanto minaccia il piccolo con un coltello. E lui: "Un fico" che però suona anche come: "Provaci, se hai coraggio". E lei avrebbe mostrato coraggio. Assurdo. Ma fa notizia. Una notizia nevrotica. La catena di operai morti a Taranto è una notizia economica, e l'economico è più arcaico e meno eccitante del nevrotico. Ci riguarda poco. Il problema economico ammazza gli operai, è un problema loro, ma la nevrosi ci ammazza tutti, è un problema nostro. Se un direttore di giornale deve scegliere quale notizia va in prima pagina e quale in quindicesima, non c'è dubbio: la nevrosi alla ribalta. Ieri si rifaceva vivo Acquabomber. La fortuna aiuta gli audaci, ma evidentemente aiuta anche i delinquenti. Questo Acquabomber, se è lui, ha colpito per la seconda volta la stessa bambina: prima l'ha raggiunta con un succo di frutta avvelenato, e la poverina è stata ricoverata con lo stomaco in fiamme, poi, appena uscita dall'ospedale, è stata consolata con un formaggino tenerissimo, ma anche lì l'assassino aveva iniettato la stessa varecchina, e la piccola è stata riportata di corsa nello stesso reparto. Il formaggino era stato comprato in un supermercato distante cento metri da quello che aveva venduto il succo. Dunque Acquabomber quella mattina ha lavorato sodo: con la bottiglia di varecchina in una tasca e la siringa nell'altra, ha visitato i due negozi, e forse anche altri, per fare il suo lavoro, e godersi gli articoli che parlano di lui, forse, ahimé, anche questo. Io scrivo per dire che lui è un pazzo, lui gode pensando che è un grande. Acquabomber è figlio di Unabomber. Unabomber vuole il botto, la fiammata, lo spappolamento di una mano o un occhio. Non ha alcuna filosofia, come invece aveva l'Unabomber americano, quello che preferiva università e aeroporti, da cui derivò il nome. Ha più filosofia Acquabomber, perché colpisce i consumi, i grandi consumi, le catene di distribuzione e i supermercati. Si pensava perfino che ce l'avesse con la Nestlé e le multinazionali. Comunque, Acqua e Unabomber fanno notizia, sono moderni, sono malati, e il giorno che troveranno uno di loro farà molto più notizia di ieri, quando han trovato sette scafisti. Perché ci sono morti e feriti di serie A e di serie B. I morti dell'Ilva sono di serie B, i naufraghi clandestini sono di serie B. Sono fatti per le disgrazie e le disgrazie gli piombano in testa. E' giusto così.

"L'Unità" 13 settembre 2005

 

Pera, discorso anticristiano

C'è dramma e orgoglio nel discorso con cui il presidente del senato ha aperto il meeting di Rimini, e capisco che quel drammatico orgoglio (l'appello a difendere la nostra civiltà anche con la forza, prima che sia tardi) abbia sedotto la platea di giovani, che hanno applaudito 34 volte. Ma è un discorso anticristiano e antidemocratico. Marcello Pera applica un sistema in cui la religione fa da guida alla politica, indica il bene, e se lo scontro è tra bene e democrazia non ci possono essere dubbi. Nel rapporto con i miserabili del pianeta che entrano in casa nostra deve inserirsi la reciprocità: "Se l'altro non concede la reciprocità del rispetto e ci dichiara guerra, alla fine ci difendiamo (anche) con la forza delle armi". Una buona parte dell'opinione pubblica, non solo del meeting, la pensa così. Ma è la parte non-cristiana, non-credente, e vorrei dire (spiegherò subito in che senso) non democratica. Ho parlato del problema della reciprocità con un vescovo cattolico. Questo vescovo, quando gli islamici immigrati nella sua diocesi chiedevano di avere una moschea, si diede da fare perché l'ottenessero. Ora la moschea c'è, anzi ce n'è più d'una. Quel vescovo era una specie di ministro degli esteri della Chiesa Cattolica, cioè sovrintendeva e visitava le missioni nel mondo. Una volta si reca a una missione lontana e l'aereo deve fare scalo in un paese islamico. Uno scalo tecnico, un pieno di benzina. Nessun passeggero usciva e nessuno saliva. Ma per il solo fatto che l'aereo toccava terra in un paese islamico, il comandante avvertì tutti: "Saliranno le guardie islamiche, a controllare che nessuno abbia qualcosa che contrasti col Corano. Lei signora si copra. E lei - chiese al vescovo - cosa sta leggendo?". Risposta: "Sono un vescovo cattolico, sto leggendo il Vangelo". Il comandante si spaventò: "Ma come, ha portato un Vangelo? E adesso, dove lo nascondiamo? Se lo trovano, non partiamo più". Al ritorno ho intervistato il vescovo: "Concederebbe ancora la moschea nella sua diocesi, o pretenderebbe la reciprocità?". Rispose: "Se uno viene qui da un paese dove non c'è libertà di parola, dovremo impedirgli di parlare finché non crolla la dittatura?". E' una risposta cristiana e democratica. Noi dobbiamo fare il bene non perché lo fanno gli altri, ma perché è giusto farlo. Il bene è un assoluto. Sottoporlo alla politica significa relativizzarlo. Il modo in cui Pera imposta il rapporto con gli altri (figli di un'altra storia e di un'altra civilà, riassunte in un'altra religione) è stato ben riassunto da un giovane ascoltatore: "Tutti gli uomini hanno pari dignità e sono figli di un Dio, con la differenza che il nostro Dio è quello vero". Su questa base l'unica integrazione possibile è la conversione o l'assimilazione. "O ci impegniamo - dice Pera - a integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà, con la nostra educazione, la nostra lingua, la conoscenza della nostra storia, la condivisione dei nostri principi e valori, o altrimenti la battaglia dell'integrazione è perduta". L'Europa si sta disponendo alla sconfitta. Non ha voluto mettere nella Costituzione il richiamo alle "radici cristiane", e la mancanza di quel cenno fa della Costituzione un atto di viltà (su questo punto chi scrive questo articolo è d'accordo: se i costituenti han lasciato quella lacuna per tener aperta l'Europa agli stati che entreranno domani, Turchia, Tunisia, Israele, può darsi che diano una nuova patria a quei cittadini, ma tolgono agli europei la patria che credevano di avere da migliaia d'anni). Pera ha però un'idea "pura", "intatta" e "originaria"della nostra civiltà, che ha il dovere di conservarsi fedele a una tradizione che viene "dal Sinai, dal Golgota e dall'Acropoli greca". Mi domando se questa sia "una" tradizione o non piuttosto il risultato di tradizioni diverse e opposte, ossia, per usare proprio il termine che il presidente del senato pronuncia con tanto ribrezzo, un "meticciato". C'è già stato un periodo in cui l'Europa cristiana diceva alle minoranza religiose: "Potete vivere in mezzo a noi, a patto che diventiate come noi". E successivamente: "Non siete diventati come noi, andate a vivere separati". E infine: "Non siete come noi, non avete diritto di vivere da nessuna parte". Per impedire la terza fase, bisognava impedire la prima. 

"L'Unità" 23 agosto 2005

 

Punti dolenti del sistema Ratzinger

Il compendio della dottrina cattolica, approvato da Ratzinger quand'era cardinale e promulgato ora che è diventato papa, viene messo in discussione in più punti, e qui anche noi ne indicheremo alcuni, che (ne siamo certi) saranno cause di conflitto. Prima però dobbiamo riconoscere che anche questo, come e più dei precedenti catechismi, è una portentosa opera epica: è un vademecum sul superamento della morte, una guida nel passaggio dal di qua al dilà, un'istruzione sulla vittoria estrema ed assoluta, che comprende e supera tutte le altre vittorie. Ma ci sono dei punti in cui la coscienza collettiva, le sue punte più avanzate, divergono e contrastano. Uno di questi punti riguarda la condanna a morte. Nell'affermare la liceità, in particolari casi, della condanna a morte, il Catechismo urta contro la coscienza di milioni di cattolici, militanti nella società, impegnati nelle carceri, educatori, preti, suore. Scrivendo che "i casi di assoluta necessità di pena di morte sono ormai molto rari", si viene pur sempre a sostenere che ci sono, e che in quei casi la necessità di condannare a morte è "assoluta". Qualunque stato emetta una condanna a morte, alla Chiesa cattolica che protesta può rispondere: sto semplicemente applicando l'articolo 469 del vostro catechismo". Era possibile, e da cattolico dico che era necessario, affermare che quando un criminale lo hai preso e lo hai messo in prigione, ucciderlo non serve a proteggere la società, non serve a redimere il criminale, non serve a niente. Credevamo che la liceità della pena di morte fosse un errore del precedente catechismo, sfuggito al controllo di Giovanni Paolo II. Ora purtroppo dobbiamo prendere atto che era il pensiero era di Ratzinger, e che Ratzinger è Benedetto XVI. Lo stupro è uno dei reati più odiosi, ma citarlo tra i peccati "gravemente contrari alla castità" (articolo 492) vuol dire non aver capito la sua natura (e io dico anche: la sua intenzione) di "omicidio psichico". Nel catechismo è messo in fila con gli atti omosessuali e la masturbazione, ed è una sequenza che urta contro tutto ciò che sappiamo della sessualità, della sua formazione e dei suoi sviluppi. In fondo a questo catechismo sono riportate alcune formule della dottrina cattolica (le virtù teologali, le virtù cardinali, eccetera). Nel catechismo di Pio X c'era anche la sequenza dei "peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio". Qui non c'è più. In quella sequenza era compreso il "peccato impuro contro natura", cioè l'omosessualità. Il problema era: gli omosessuali peccano contro la natura, o semplicemente seguono la loro natura? In quest'ultimo caso non sarebbe più peccato. La scomparsa della formula fa pensare che il dubbio stia entrando anche nella grande Chiesa Cattolica. Io lo spero. L'eutanasia (articolo 470) è ritenuta contraria al quinto comandamento, quindi proibita direttamente da Dio. E' un'affermazione priva di pietà. Abbiamo casi di malati irrecuperabili, persi nell'incoscienza, senza reazione cerebrale o nervosa, che possono soltanto soffrire all'infinito: lasciare che si spengano cellula dopo cellula, per decenni, non riusciamo a sentirlo come un atto d'amore. Ci pare che Dio abbia stabilito che devono morire, e aiutarli a morire significhi accettare e rispettare il disegno divino. Quand'era cardinale, Ratzinger aveva costruito un sistema che veniva riassunto così: tutta la verità è nella Cattolicità. Questo sistema lo si sente a monte dei punti in cui il Catechismo traccia i possibili rapporti con i cristiani separati e con i non cristiani. A me pare perfino di sentire (nell'articolo 176) dei dubbi sulla validità degli "ordinati" (preti, vescovi) cristiani non cattolici. Ora Benedetto XVI sta lavorando per la riunificazione dei cristiani. Ma mi pare che li aspetti a piè fermo sul suo territorio, e dubito molto che quelli verranno.

Quotidiani delle Venezie 2 luglio 2005

 

Com'è morto Pasolini

Le nuove, fastidiose rivelazioni su com'è morto Pasolini, acutizzano nella nostra mente e nella nostra coscienza un dolore che non s'è mai placato. Tutti abbiamo dei sensi di colpa per quella morte. Democristiani e comunisti, cattolici e atei, omosessuali ed eterosessuali, scrittori e lettori. L'assassino di Pasolini, che all'epoca era minorenne, e che ha ormai scontato tutta la pena, è apparso in tv sabato scorso e ha capovolto la prima versione dei fatti. Allora, trent'anni fa, disse che Pasolini l'aveva aggredito e che lui s'è difeso, nella lotta il poeta-scrittore-regista è stramazzato  a terra e lui, rubandogli l'Alfa Romeo 1750, è passato con due ruote sul corpo steso a terra e gli ha spaccato due costole, le costole sono entrate nel cuore,  e la vita di Pasolini s'è fermata. Le corti che han giudicato l'assassinio non hanno mai dubitato della colpevolezza del ragazzo Pino Pelosi. Hanno però pensato, specialmente quella di primo grado, che ci fossero anche altri, con lui. Che sia stato un pestaggio collettivo. Un gruppetto di neofascisti avrebbe organizzato e attuato, sul poeta comunista (ma io direi cattolico-comunista incompreso dai cattolici e dai comunisti), una spedizione assassina. Le sentenze successive hanno sempre più velato la presenza dei complici. Se ci furono, non han lasciato tracce. E siamo all'oggi: oggi il ragazzo condannato per l'assassinio viene a dire che lui non è l'assassino, non ha ucciso Pier Paolo: era stato caricato in auto da Pier Paolo alla stazione Termini, sul lato di via Marsala, era stato portato a un ristorantino (Pier Paolo non mangiò ma pagò con un assegno, per anni il ristoratore esibiva l'assegno a chi voleva vederlo, adesso non più, perché un cliente gliel'ha rubato), da lì sulla radura spelacchiata e sporca di Ostia, e lì era avvenuto quel che Pasolini, onestamente, aveva chiesto fin dall'inizio: un rapporto sessuale orale, al prezzo di ventimila lire. Fin qui tutto bene, dicono le cronache. Ma non  è vero. Usare il corpo di un minorenne solo perché si è in grado di pagarlo è un crimine sessuale e sociale. Pasolini è la vittima di quella notte, stiamo scrivendo di questo. Ma aveva già fatto una sua vittima. E non lo dico da etero: se avesse preso e comprato una bambina minorenne, direi le stesse cose. Secondo la versione di trent'anni fa, consumato il rapporto, Pasolini insisté con un gioco che al ragazzo non piacque: e cioè (così mi raccontò Moravia) urtò il ragazzo sul coccige con la punta di un bastone. Il ragazzo s'infuriò. E cominciò la lotta. Secondo la versione di sabato scorso, invece, Pasolini si comportò "come un gentiluomo", ma finito tutto balzò fuori dal buio un branco di fascisti: uno picchiò e immobilizzò il Pelosi, altri due si buttarono su Pasolini pestandolo e fracassandolo con grida di "fetuso" e "sporco comunista". Pasolini urlava, Pelosi anche, gli assassini erano scatenati. Quando il poeta cadde, gli assassini scapparono, ma prima lanciarono al Pelosi l'ordine di non parlare, se no avrebbero ammazzato anche lui e i suoi genitori. E così Pelosi non fiatò per trent'anni. Parla oggi, perché i suoi genitori sono morti, e pensa che gli assassini siano morti anche loro, o siano stravecchi. Dunque, Pasolini morto per antifascismo, non  per omosessualità. Ucciso dallo Stato. Dai servizi segreti. Dalla DC.  Forse da Andreotti, che infatti dichiarò: "Se l'è cercata".
La polemica è feroce perché è feroce, implacabile questa esigenza: di mondare Pasolini dalla morte per omosessualità e consegnarlo alla storia come morto per antifascismo. La morte per antifascismo risponde a un bisogno degli amici di Pasolini, e non riesco a capire perché. Pasolini è stato tre volte mio padre (prefatore del mio primo romanzo, delle mie prime poesie, dedicò un saggio critico al mio primo libro di critica): gli voglio molto bene, ma non sento il bisogno di mondare la sua morte. E' morto come tante volte aveva rischiato di morire. La nuova versione di Pino Pelosi è enormemente inattendibile per tante, troppe ragioni, tutte gravi, determinanti, decisive. Fuggendo con l'auto, Pelosi passò sul corpo del poeta: ma per passarci sopra dovette deviare, una sterzata a sinistra, premerlo con due ruote, e poi sterzare nuovamente a destra, per imboccare la strada. Interrogato, si confonde: "Non lo so, ho sterzato, non ho sterzato, non lo so". In realtà con quella sterzata lui ha "deciso" la morte, e questa decisione non può non ricordarla. Chi ha ucciso, sa bene quando l'ha voluto, e come. La lotta sul corpo di Pasolini ebbe varie fasi e si svolse in vari posti, accanto all'auto, a trenta metri, a settanta metri. Nel primo posto fu trovato un anello di Pelosi. Lui lo riconosce. Con la prima versione, gli è stato sfilato nella colluttazione. Con la seconda versione, non riesce a dire perché gli sia caduto lì. Nel secondo posto Pasolini si fermò, si sfilò una maglietta, si asciugò il sangue. Una pausa. Negli scontri a due (i duelli) una pausa c'è spesso. Nelle guerre di branco, mai. E poi, prima si diceva che un branco di fascisti, in moto, seguì l'Alfa Romeo di Pasolini fino al campetto, per massacrarlo. Ma il benzinaro che faceva il turno di notte, su quella strada, non vide passare nessuna moto: la tesi del branco inseguitore non ha fondamento. Adesso salta fuori la tesi del branco già sul posto, in agguato, con Pelosi che faceva da esca: ma Pelosi non sapeva dove Pasolini l'avrebbe condotto, come avrebbe potuto informarne gli amici? E poi, che amici, se neanche li conosceva? In tv continuano a parlare di "bastone" usato da Pelosi, ma quello che è agli atti è una clava: con quella clava, la testa di un uomo si può maciullare, e maciullata era la testa di Pasolini, che in tv han mostrato all'una di notte. Chi sente il bisogno di far morire Pasolini per antifascismo sente il bisogno di trovare un colpevole per quella morte, un colpevole esterno, la polizia segreta, il partito della Chiesa, il governo, la Destra. Anch'io credo che la morte di Pasolini sia una morte per colpa. Anzitutto sua: non si gira di notte in auto per comprare minorenni. Ma anche nostra: è colpa di tutti se uno, perché omosessuale, deve consumare la sua sessualità così, di nascosto, in fuga, a pagamento, tra minacce continue (altre volte gli avevano spaccato il naso), in Italia e nel Terzo Mondo. Pasolini è stato utile a tutti noi, ha denunciato molti nostri problemi, politici, morali, sociali, ha condotto analisi, esposto denunce per noi. Noi non abbiamo fatto niente per lui. Noi cattolici, noi democratici, noi comunisti, noi moralisti, noi italiani l'abbiamo lasciato sprofondare nella vergogna. Il PCI l'ha espulso per indegnità, invece di capire che anche gli omosessuali sono vittime della società borghese. La Chiesa l'ha maledetto, mettendo l'omosessualità tra "i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio". Il padre si vergognava di lui (ma ritagliava tutti i suoi articoli; a Casarsa, Pasolini è sepolto insieme con la madre, in una tomba doppia, una tomba matrimoniale; il padre sta da solo, distante). La psicanalisi non l'ha aiutato (è andato in analisi da Cesare Mulatti, ma dopo sette-otto sedute s'è ritirato). Queste sono le nostre colpe. Non l'abbiamo capito. Cerchiamo di capirlo adesso, e accettiamolo per quel che è stato. La sua scrittura grande era e grande resta. La sua vita è finita com'è finita. Pace. 

Quotidiani delle Venezie 10 maggio 2005

 

Se non sei potente, non avrai giustizia

Quando una ragazza americana denunciò un rampollo dei Kennedy di averla stuprata, partì un processo per il quale  lei, la ragazza, era assistita da un avvocato che guadagnava sui trecento milioni l'anno, e il giovane Kennedy era difeso da uno studio legale che andava sui trenta miliardi l'anno. Qualche opinionista italiano (fui tra loro) azzardò una previsione: vincerà Kennedy. Così andò. Uno scontro legale è anzitutto uno scontro di poteri: vince il più forte. Le conclusioni delle grandi cause giudiziarie sono spesso un lutto per la giustizia. E infatti in questi giorni noi siamo in lutto. In triplice lutto. Per il caso Calipari, il caso Izzo, il caso di piazza Fontana. Nel caso Calipari ha vinto l'America, anche se era chiaro a tutti che Calipari era stato ucciso per la paura e la fretta dei soldati americani, e per il cinismo delle regole d'ingaggio. L'autoassoluzione americana viene addolcita, ma appena appena, dalle melense telefonate di Bush a Berlusconi, in cui il presidente degli Stati Uniti rilascia al defunto Calipari il patentino di "eroe", "amico dell'America", "stimato agente": come se questo fosse un buon risarcimento per la vita perduta. Siamo alleati dell'America, ma un alleato debole: qui sta la nostra colpa. L'America tratta tutti gli alleati come insignificanti. E qui sta la sua colpa. Sui tempi lunghi la pagherà. Non si può reggere un impero da soli contro tutti. Non si può proteggere e nascondere chi uccide senza motivo. Non si può promuovere chi uccide per sbaglio. Non si può assolvere chi tortura. Nessuno al mondo ti approverà. E il giudizio del mondo ha un peso. Per la strage di Piazza Fontana lo stato arriva a una sentenza per cui non c'è nessun colpevole, tutti gli imputati vanno assolti, ma è una sentenza contro la quale si schierano molti magistrati, politici, giornalisti, storici. Se i colpevoli sono quelli finiti sotto processo (di fatto, l'ultima sentenza lo nega) allora lo scontro giudiziario era anche qui uno scontro di poteri: da una parte le famiglie delle vittime che cercavano la verità e dall'altra pezzi del nostro Stato e di Stati stranieri che non volevano far emergere la verità, perché quella era la porzione di una verità più vasta, che collegava i progetti di eversione interna agli scenari della guerra fredda internazionale. Se questo è stato lo scontro, le famiglie delle vittime non potevano che perdere. E hanno perso. Caso Izzo. Izzo è un assassino nato, un "natural born killer". Allora e ora, trent'anni fa e oggi, ha goduto nel contemplare l'angoscia, la sofferenza, la morte delle vittime, sempre donne. Ha qualcosa di malato verso le donne, un inconscio bisogno di vendetta. Vuole straziarle. Vedendole tremanti e morenti gode di un godimento etero, forse l'unico godimento sessuale di cui è capace. I parenti delle vittime di allora non l'avrebbero mai rimesso in libertà, i parenti delle vittime di oggi se la prendono non con lui (lui è malato, non c'è niente da fare), ma con chi lo giudicava redento: che giustizia è questa? Perché libera assassini che sono ancora assassini? Cosa sa, dell'animo umano, questa giustizia? Questa psichiatria? Sbagliando su questi casi, sbaglia sui massimi problemi sui quali viene interpellata. Sono d'accordo, è così. La giustizia giudica le esplosioni della pazzia, ma non sa cosa sono. I famigliari delle vittime non possono farci nulla. Non possono vigilare per trent'anni su chi gli ha fatto del male. Si arrendono. E perdono. Perciò ripeto: sono giornate di lutto per la giustizia. Se uno riceve un grave torto e vuole giustizia, deve prima chiedersi: chi sono io? Quanti soldi ho? Cosa rappresento? La giustizia che otterrà dipende spesso da queste risposte, non dalle sue ragioni.

Quotidiani delle Venezie 6 maggio 2005

 

I funerali di Giovanni Paolo II

La prima visione è quella di un immenso fiore che sboccia: rosso, bianco, viola, nero, giallo. Sono 160 cardinali, poi arcivescovi, vescovi, gerarchie cattoliche, cristiane, ortodosse, autorità di tutta la terra, compreso il mondo islamico ed ebraico. È il cuore di Piazza San Pietro, il sagrato antistante alla Chiesa. Intorno è una massa umana che si agita fin dall'alba, come un immenso formicaio scaldato dal sole. Altri formicai si agitano, scaldati dallo stesso sole, qua e là per tutta Roma, al Circo Massimo, in piazza San Giovanni, alla basilica di San Paolo, a Tor Vergata, in 27 centri dove sono stati allestiti 27 megaschermi, e nelle piazze cattoliche di tutta Italia e del mondo, a Parigi, Madrid, Vienna, e soprattutto a Cracovia: a Cracovia i convenuti raggiungono i due milioni, gareggiano con Roma. Le autorità politiche sono tutte quelle che Roma può accogliere, non tutte quelle che volevano venire: più di così a Roma non ce ne stanno, anche un  presidente degli Stati Uniti è stato rimandato indietro. Così è questo rito solenne, un lungo bagno nella morte che dura da una settimana, e che esorcizza la morte, la annulla e la scaccia. E' un funerale, eppure è un rito d'immortalità. Il rito ruota intorno a un uomo che non c'è più, ma ripete in tutte le lingue che quell'uomo ci sarà per sempre. Tutto è vitale, anche i colori. La Chiesa adotta come colori funebri il viola e il rosso, e sono colori splendenti: è un funebre sgargiante. Dalla prima preghiera all'ultima, cantate o recitate in varie lingue, cominciando dallo spagnolo, ogni formula è un ponte, un passaggio dal di qua al di là: alla fine del rito i ponti sono così tanti, che l'aldilà non c'è più, è un terreno conquistato dalla vita e dall'immortalità. All'apertura del rito la bara viene portata sullo spiazzo  dai sediari, ed è una bara rozza, disadorna, in legno chiaro; la precede un libro, il Libro, sollevato quasi a nasconderla e a spiegarla. Deposta la bara, il libro ci vien calato sopra, aperto. E' il Vangelo. E' una mattina di vento, il vento scuote le pagine del libro, le volta a blocchi, avanti e indietro, continuamente. Una pagina, due, nessuna, cento in una sola volta. Il vento pare una mano che cerchi una frase. Le pagine si voltano e poiché non c'è nessuno che le tocchi, pare che a voltarle e a leggerle sia ancora Wojtyla, che ha il Libro adagiato sul petto. Per tutta la vita il papa ha cercato in  quel libro, e non può avere smesso per il banale fatto di essere morto, continua ancora a cercare. Ma il vento è il simbolo del tempo che passa e dei secoli che verranno, e voltando le pagine i secoli futuri cercheranno in Wojtyla cos'ha detto, cos'ha fatto, cos'ha compiuto, cos'ha indicato da compiere. Il libro è il più fragile manufatto dell'uomo, è carta destinata a diventare polvere, eppure il libro è il più duraturo manufatto dell'uomo: dall'antichità ad oggi ciò che fu pietra, statua, anfiteatro, reggia, muraglia, si è sbriciolato e dissolto, ma ciò che fu libro resta, possiamo ancora prenderlo in mano, chinarci sopra, studiarlo. Il vento si fa più forte, una folata volta non solo le pagine ma anche la copertina, che è pesante, e chiude il testo. Come se Wojtyla avesse trovato la frase che cercava. Il decano dei cardinali, Ratzinger, celebra la messa in latino, e il suo è un  latino pronunciato da  un tedesco italianizzato: ha le "o" chiuse, le "r" sonore. Poi il  cardinale Ratzinger pronuncia l'omelia in  italiano, ma i presenti dalle varie parti del mondo la possono leggere ciascuno nella propria lingua. L'omelia è l'esaltazione di un umile che diventò grande perché obbedì: obbedì alla chiamata, alla consacrazione, alla nomina a vescovo, all'elezione a Roma, alla malattia, alla richiamata in vita dopo l'attentato. "In manus tuas" sta scritto nel testamento, e non è soltanto la frase estrema della vita, l'invocazione che venga accolto il proprio spirito,  è una costante nella vita del pontefice. Era appena stato letto il passo di Giovanni in cui Cristo dice a Pietro "Séguimi", e in questa parola Ratzinger riassume la missione di Wojtyla, e la intende come "Séguimi sempre, anche a costo della vita". La folla applaude, sente la vita di Wojtyla come un'ininterrotta testimonianza: la malattia come una tentazione a cui non cedere mai. Dodici volte l'omelia viene interrotta dagli applausi, e questo non era previsto, il cardinale resta interdetto. Non  c'è interruzione quando il cardinale saluta i potenti, ma quando saluta i giovani, e soprattutto quando, con sapienza oratoria, capisce cosa stanno guardando i presenti: guardano la finestra in alto alle spalle di tutta la scena, la finestra da cui il papa per 27 anni ha parlato alla folla in piazza, se c'era la folla voleva dire che c'era lui alla finestra, ora la folla c'è ma la finestra è chiusa, per la prima volta dopo 27 anni. Ma Ratzinger dice che il papa è lì sopra, affacciato ad un'altra finestra, la finestra della Casa del Padre, e da lì guarda la folla e la benedice. Il  segno di pace che conclude la messa, per cui ognuno stringe la mano ai vicini, è il punto politico-religioso più delicato di questo rito di riconciliazione tra la vita e la morte, tra amico e nemico, perché si danno la mano anche sconosciuti e, tra le autorità, anche coloro che non si sono mai parlati: separati gli uni dagli altri, compresenti in Giovanni Paolo II. Quando i cardinali si dispongono a cerchio intorno alla bara, la folla scandisce, non solo in piazza San Pietro ma in tutte le piazze cattoliche, "Santo", interminabilmente. E anche: "Subito santo". Alzano cartelli con questa invocazione. Se la santità si potesse attribuire per plebiscito, questo non sarebbe un funerale ma una santificazione. Gli ultimi a con-celebrare sono i rappresentanti delle chiese ortodosse, che usano il greco. E così si realizza visibilmente il sogno e lo scopo di questo papa: unione tra tutte le chiese, pace fra tutte le potenze politiche. E' il suo messaggio. Quando i sediari sollevano la bara e la portano, lentissimamente, verso la porta di San Pietro, cedendo alle invocazioni della folla sostano sul limitare e riespongono il feretro all'ultimo saluto, a lungo: è una pausa tra il di qua  e il di là, finita la pausa la spoglia varca la porta  e sparisce nel buio, per sempre. La cerimonia è finita. La morte è passata, è cominciata l'immortalità. Il Libro è stato chiuso, viene portato a mano, sollevato, e precede la bara. Wojtyla lo segue. E' stato lui il vero celebrante di tutto il rito, lo ha inaugurato e concluso, ha letto e parlato, e la folla gli ha risposto. Questo rito potente e antico, il più sapiente rito d'immortalità praticato sulla Terra, è stato l'ultimo dialogo tra Wojtyla e l'umanità.

Quotidiani delle Venezie 9 aprile 2005

 

Wojtyla, Ranieri, Terri: tre modi per morire

Abbiamo tre tipi di morte davanti agli occhi: la morte di Terri Schiavo, quella del principe Ranieri e quella di papa Wojtyla. Sono tre morti diverse. Sulla prima si combatte con odio, l'altra viene nascosta per etichetta, la terza viene mostrata come un insegnamento. Sulla prima c'è uno scontro morale, sulla seconda premono le esigenze della corte, sulla terza entra lo spirito religioso. La morte di Terri Schiavo è imposta dal marito ma rifiutata dai genitori. La morte del principe vede rassegnati i parenti e i sudditi. La morte di Wojtyla è un messaggio: la morte fa parte della vita,  saper vivere vuol dire saper morire. La morte del principe è impotente. Quella di Terri è rabbiosa. Quella del papa è obbediente.

Ormai per Terri è una guerra interminabile. È stata combattuta sulla sovvenzione dello stato, sui doveri della medicina, sui poteri del Presidente e del governatore, tra genitori, credenti, marito, laici. Anche "come sta morendo in questo momento" Terri è oggetto di scontro: "Calma e in pace" dicono i fautori della necessità di farla morire, "spaventata e non rassegnata" dicono i fautori della necessità di tenerla in vita. Morta Terri, si combatterà sul suo corpo. Il marito lo vuol cremare, perché nulla resti. I genitori lo vogliono seppellire, per avere un luogo dove andare a trovarla. "Si batte per vivere, scuote la testa, vuol dirci qualcosa" dicono il padre e il fratello. "Muore serena, in un ambiente confortevole, con la musica in sottofondo, in un letto pieno di animali di peluche" dice l'avvocato del marito. Terri ha ricevuto insieme la comunione e la morfina. Sul suo dopo-morte s'è aperta una guerra preventiva: i genitori vorrebbero girare un video, il marito s'oppone. È una morte "americana". C'entrano ospedali, politici, presidente degli Stati Uniti, governatori, sondaggi, voti, soldi, televisione. Terri è un campo di battaglia, sul quale vince l'esercito più forte. L'esercito più forte è quello degli elettori, quindi dei sondaggi.

Nel principato di Monaco i sondaggi non valgono, vale l'etichetta. La fine del principe viene raccontata ma non mostrata, come se vedere l'estinzione del sovrano di uno stato, piccolo o grande, avesse qualcosa d'indecoroso. Un sovrano malato ridiventa uomo, e muore da uomo. La sua morte riguarda lui. La sua successione riguarderà tutti. Noi rivedremo Ranieri nella cerimonia dei funerali, che non saranno funerali ma cerimonia. Il feretro conterà meno di chi lo accompagna, chi ha smesso di regnare conterà meno di chi comincia a regnare. La morte del monarca è un "instrumentum regni".
La fine del papa viene centellinata, ormai sappiamo che non riprenderà a parlare. Abbiamo un papa muto, che comunica per mezzo della malattia. Gli altri potenti, se hanno una malattia, non la fanno vedere, perché la malattia indebolisce il potere. Un potente malato è un debole, può essere attaccato e sconfitto dai nemici, e in primo luogo dai collaboratori più vicini. Il papa mostra la malattia come parte conclusiva del suo lungo messaggio: ci ha sempre insegnato cos'è la vita, quell'insegnamento sarebbe monco se non c'insegnasse cos'è la morte. Come tutto il resto della vita, anche la morte è un "dovere da compiere". C'è stato un momento in cui, alla finestra, era chiaramente visibile che il papa piangeva. Un pianto da vecchio, infrenabile, sgraziato. Ruotava la testa da una parte e dall'altra e piangeva. In quel pianto c'è il suo addio. Di tanti altri papi, di tanti altri potenti, noi abbiamo le "ultime parole" e ce le ricordiamo come il riassunto della loro vita. Di Wojtyla non avremo le ultime parole. Le abbiamo avute, e sono state quel pianto. Terri muore come vuole la politica. Ranieri muore come vuole la corte. Wojtyla muore come vuole la fede.
                   

Quotidiani delle Venezie 30 marzo 2005

 

Matrimonio e romanzo in Italia

Sull'indissolubilità del matrimonio cattolico si sono scontrate politica, psicanalisi, psicologia e tutte quelle che si chiamano nuove scienze umane, ma l'indissolubilità è ancora lì, un pilastro della chiesa e della cultura cattolica. Le scienze umane dicono semplicemente: lui cambia, lei cambia, i sentimenti cambiano, lui si sente tradito dal cambiamento di lei, lei si sente tradita dal cambiamento di lui, e allora perché il legame deve restare eterno e soltanto la morte può rescinderlo? La risposta è altrettanto semplice: nel matrimonio cattolico lui non è legato a lei e lei non è legata a lui, ma ognuno dei due è legato a un terzo elemento, il quale non cambia ma resta fisso e immutabile per l'eternità. Il matrimonio cattolico è un matrimonio a tre. Quando non c'è perfetta conoscenza di questa tripla presenza, il matrimonio è nullo, mai esistito. E come entra l'amore, l'amore tra i due coniugi, in questa unione che scavalca i due? Entra (quando entra) come spinta iniziale, mozione prima all'unione; ma non è determinante perché esista o resista il matrimonio: anche se si spegne la spinta, il matrimonio prosegue, come un volontario dovere. E' stato il romanticismo a introdurre l'idea del matrimonio come sbocco della passione. Prima il matrimonio poteva essere un accordo, e non è affatto detto che avesse minor durata. La passione era un segmento della vita, mentre il matrimonio proseguiva: di qui le concezioni del matrimonio come altro dall'amore, o come tomba dell'amore, o come negazione del sentimento, e del sentimento come pericoloso, minaccioso, rischioso per il matrimonio. Con l'avvento della psicanalisi, un secolo fa, nel sentimento è stata fatta confluire anche la sessualità. E il matrimonio come dovere è diventato la sessualità come dovere (il "dovere coniugale"), che è un ossimoro. Il problema del rapporto fra amore e matrimonio, matrimonio e passione, matrimonio come contratto, sessualità e desiderio nel matrimonio, matrimonio come legame a tre, lo vediamo meglio quando osserviamo come ci guardano dalle altre civiltà: in questo momento c'è un film (di Ken Loach) che gira per le nostre sale con molto successo, ed è incentrato proprio su questo tema, la necessità o inutilità della com-presenza di amore-passione-sessualità nel matrimonio fra una europea cristiana e un pakistano islamico. Indispensabile, dice l'europea. Perché senza quella com-presenza non si parte nemmeno. Dannosa, dice l'intera famiglia islamica. Perché su quella base non si va da nessuna parte. Non è che da noi matrimonio e amore abbiano sempre marciato insieme. Da Dante a Pontiggia, l'amore è sempre fuori del matrimonio. Svevo teorizza il tradimento come utile alla durata del matrimonio, e ci presenta una moglie che collabora al buon esisto della relazione extraconiugale del marito. Ci possono essere matrimoni e coppie sposate al centro di romanzi, ma la narrazione scorre a monte del matrimonio, perché l'amore è movimento e può far nascere il romanzo, mentre il matrimonio è immobilità e quindi non ha narrabilità. Fabio Danelon, professore all'università per stranieri di Perugia, ha scritto un complesso e ferreo studio sul matrimonio nella letteratura italiana da Machiavelli a D'Annunzio ("Né domani, né mai - Rappresentazioni del matrimonio nella letteratura italiana", Marsilio 2004, pagg. 358; gli autori che "sente" di più sono Manzoni e Verga), e sospetta che all'origine ci sia la condanna della sessualità nel primo Cristianesimo, per il quale è meglio "sposarsi che bruciare", espressione peraltro non pacifica, perché per altri padri della chiesa restava meglio "bruciare che sposarsi". Istituendo il matrimonio come "sacramentum", la chiesa esigeva che dipendesse da una libera volontà. Ma volontà non è amore. Per i nostri scrittori più cattolici, Manzoni e Tommaseo, al matrimonio non serve l'amore. E non è soltanto una visione italiana. Danelon cita Fourier, "fiero avversario d'indissolubilità e monogamia"; Schopenhauer, per il quale i matrimoni "sono finalizzati alla conservazione della specie"; Horkheimer, per il quale "il matrimonio è una mascherata dovuta a ragioni essenzialmente economiche"; Breton, "contrario a ogni repressione"; Foucault, che denuncia "la confisca della sessualità nella funzione riproduttrice della famiglia coniugale". Sono soltanto pochi esempi. Nell'arco della letteratura italiana qui passata in rassegna, Manzoni e Tommaseo restano i due soli autori a potersi definire "cattolici", sia pure con atteggiamenti molto diversi. Manzoni non è un narratore del matrimonio, il matrimonio subentra di sghembo, alla fine dei "Promessi Sposi", e vien liquidato rapidamente e imprecisamente (non si sa nemmeno quanti figli facciano Renzo e Lucia). Non è nemmeno un narratore dell'amore, non c'è amore o passione in Renzo e Lucia (c'era amore in "Fermo e Lucia", ma il vero innamorato era don Rodrigo). Accingendosi a scrivere un romanzo che non aumenti la quantità di passione vissuta sulla terra, Manzoni sceglie il tempo che prepara al matrimonio. Da quella preparazione, e da quello sbocco, si sente garantito: "Il romanzo si presenta subito come la storia di un matrimonio che non si deve fare, e il principale ostacolo al matrimonio non è don Rodrigo, ma l'autore stesso". Quel che Manzoni taglia via, Tommaseo mette al centro, e "affronta la cruciale frizione amour-passion" in questo modo: "La soluzione proposta va tutta a favore della coniugalità e contro l'amore passionale". "Egli coglie, infatti, che una volta accettata l'idea che il matrimonio debba fondarsi sull'amore, ne consegue che, venuta meno la passione, il matrimonio non possa che sciogliersi, il che è inaccettabile per chi lo ritiene un sacramento". "La felicità individuale non è un obiettivo cristiano". La conclusione "si adegua all'ossequio cristiano della pazienza, del dovere, del sacrificio". Siamo parecchio lontani dal punto di partenza dello studio, che in Machiavelli trovava il matrimonio saturo di "inestimabile noia", "ben più spaventevole dell'inferno", e la moglie sempre pericolosa, che per essere domata ha bisogno dell'infernale Belfagor. Con la "Clizia" Machiavelli approdava a una desolata "rassegnazione contro i rischi della passione e le gioie della vitalità erotica". Saggia la rassegnazione, perdente la lotta. In Alfieri i matrimoni sono spesso "ferali", perché sono una forma di tirannide: l'indissolubilità sta al matrimonio come l'impossibilità della rivoluzione sta alla tirannide. "Dalla indissolubilità del Matrimonio fattosi sacramento, ne risultano quei tanti di politici mali, che ogni giorno vediamo nelle nostre tirannidi: cattivi mariti, peggiori mogli, non buoni padri, e pessimi figli". L'indissolubilità non fa un cattivo matrimonio, fa una cattiva famiglia. E una cattiva società. E' certo, per Danelon, che Ortis "non vuole" sposare Teresa. Vuole amarla, non sposarla. Teresa sposa uno che non ama. Il padre di Teresa supplica Jacopo: "Sacrificate la vostra passione alla sua quiete". Il matrimonio come quiete, la passione come nemica della quiete. Entrando nella quiete, Teresa diventa irraggiungibile per la passione, e colui che cova la passione non ha altro sbocco che il suicidio. Nell'"Ortis", osserva di sfuggita Danelon, tutti i matrimoni sono falliti. Nel matrimonio mastro Gesualdo entra come in una trappola, un passo dopo l'altro finisce per trovarsi prigioniero dell'incomunicabilità: il "Mastro-don Gesualdo" è il romanzo della coppia che non sa e non può parlarsi, la coppia di estranei: "Nessun idillio è possibile, nessuna felicità accessibile, nessuna serenità individuale che non sia effimera, fugace". Fin qui, con Machiavelli Alfieri Foscolo Manzoni Tommaseo e Verga, siamo nel rapporto a due, lui e lei. Con "L'Innocente" D'Annunzio introduce un terzo, il figlio. E' un figlio della colpa, cioè (come sempre succede) di una doppia colpa, di lui e di lei. Lei ha tradito il marito perché il marito la tradiva. Ora i due vorrebbero riunirsi, ma c'è quell'ostacolo. Il frutto della doppia colpa viene eliminato da un'altra doppia colpa, ci pensa lui ma col consenso di lei. Non è una soluzione che abbia insegnato molto ai tempi successivi. Il figlio come arma nella lotta fra coniugi è diventato di uso corrente, ma oggi non si sopprime un figlio per recuperare un coniuge, semmai si recupera il figlio e si lascia il coniuge alla sua morte. Il fatto è che oggi non siamo sulla linea (magari più avanti ma pur sempre sulla linea) esaminata in questo libro, con frequenza di risultati illuminanti e di preziose scoperte. Si poteva proseguire, ed esaminare amore-sesso-matrimonio in Moravia Pratolini Bassani Cassola eccetera (tutti narratori di amanti, tranne Cassola, narratore di un vero matrimonio), ma non si arrivava mai all'oggi. Perché l'oggi sta dopo una doppia rivoluzione, che è il divorzio-aborto. Il matrimonio e il parto sono una scelta. La tirannide è finita. Naturalmente, visto dai cattolici, l'aborto è una tirannide dei nati sui nascituri. Ma questo è un altro discorso.

"La Stampa" - "Tuttolibri" 29 gennaio 2005

 

In Paradiso anche senza conoscere Cristo?

Fellini si fa interpretare da Mastroianni per confessare al cardinale la sua disperazione: "Eminenza, io non sono felice". Il cardinale, nel flm "8 e1/2", ascolta con rassegnazione la milionesima dichiarazione d'infelicità di un essere umano, e sempre restando adagiato a terra, tra i fumi delle terme, col suo corpo macilento e scheletrico, alza un dito e accetta il dialogo ("solo per breve tempo, Sua Eminenza è molto stanco") per dare risposte sghembe al dolore e al dubbio; tra le risposte, una è memorabile, perché riassume la posizione della madre chiesa: "Extra ecclesiam nulla salus", fuori della chiesa non c'è salvezza. Non c'è cattolico, da quando quella formula è stata introdotta, che non ci si disperi sopra. Nel "Paradiso" Dante affronta il problema direttamente, e pone la domanda centrale: perché? perché se uno è giusto e buono, ma è fuori della chiesa, magari perché non sa nemmeno che la chiesa cattolica esista, non può salvarsi? La risposta è sghemba. Anzi, è una non-risposta. "E' giusto perché così piace a Dio". Socrate si chiedeva se il buono è buono perché piace a Dio, o piace a Dio perché è buono. Nel secondo caso, anche extra ecclesiam c'è salvezza, perché l'ecclesia è dov'è la bontà. Nel primo caso, o sei dentro o sei perduto. Da Dante a Fellini, non c'è stato pensatore cattolico che non si sia macerato nell'analizzare questa verità. La "Divina Commedia" non è un'opera sull'amore di Dio, è il poema della giustizia divina e della giustizia umana, nel senso che la giustizia umana dev'essere un'anticipazione e un'interpretazione della giustizia divina. Dante non va in cerca d'amore, va in cerca di giustizia. La "Divina Commedia" è l'anticipo in terra, e nella vita, della giustiza che gli spettava. Perciò nella "Divina Commedia" è fondamentale, nel senso che costituisce le fondamenta, ogni punto che parla della giustizia, del Dio giusto, della dannazione giusta, del perdono giusto, del premio livellato sul merito. Tutto ciò che sgarra da questa equazione tra meriti e premio è un errore del sistema, lo mina e lo indebolisce. Cuore del cuore del sistema è il punto che tocca la salvezza eterna, a chi viene data e a chi viene negata, e perché. Nella "Divina Commedia" Dante affronta questo tema più volte: nel canto IV dell' "Inferno" (i non-beati e non-dannati del Limbo, che non erano battezzati), nel canto III del "Purgatorio" (rassegnatevi, non potete capire, se no non era necessario che Maria partorisse Gesù), nel canto VII del "Purgatorio" (Sordello e gli altri del Limbo), nel canto XXI (Stazio, che si salva perché era stato convertito alla vera fede dalla lettura della quarta ecloga di Virgilio, interpretata come profezia del Cristo venturo), e nel canto XXXII del "Paradiso", dove si ribadisce che senza la grazia si può arrivare solo al limbo. Ma, come dicevo, è nel canto XIX del "Paradiso" che la questione viene posta frontalmente. Posta, non risolta. La domanda è ineludbile; la risposta non c'è. Dante è di fronte all'Aquila. Beatrice è scomparsa. Intorno, solo le sfere rotanti, e la vasta luminaria dei cieli. Non occorre che Dante esterni il dubbio: il dubbio gli si vede dentro, come se lui fosse di vetro. Ed è questo: uno nasce alla riva dell'Indo, e qui non c'è nessuno che gli parli di Cristo; si comporta bene per tutta la vita, come gl'impone la sua retta ragione; non commette peccato né con le azioni né con le parole; muore, e viene condannato: perché? dove sta la sua colpa?. La risposta è una violenza, non a Dante, ma all'umanità credente: "Chi sei tu, che vuoi ergerti a giudice, e giudicare lontano mille miglia, con la vista corta di una spanna?" Dante sta di fronte all'Aquila esattamente come Marcello di fronte all'Eminenza, succube e accogliente, anzi grato, qualunque risposta gli venga data. E la risposta che riceve Dante è la stessa che riceve Marcello: la formula "La prima Volontà è buona" e "cotanto è giusto, quanto a lei consuona" vale esattamente il socratico-platonico "è buono perché piace a Dio" ed il felliniano "extra ecclesiam nulla salus". La salvezza-dannazione è una questione tra fedeli e infedeli. Passano i secoli, e la formula ci viene restituita tale e quale: solo che adesso gli infedeli siamo noi.

"La Stampa" "Tuttolibri" 11 sett. 2004

 

Nobel, gli italiani bocciati

Il massimo premio letterario mondiale, il Nobel, resta avvolto nel segreto: le relazioni scritte sui candidati, esaminati da marzo a ottobre, vengono chiuse a chiave. Adesso escono, finalmente, gli atti fino al 1950: l'Accademia svedese pensa che sia sufficiente mantenere il segreto sull'ultimo mezzo secolo. Veniamo così a sapere giudizi, equivoci, errori, valutazioni, polemiche sugli scrittori di tutto il mondo, i massimi ma, e questa è una delle tante sorprese, anche i minimi, arrivati al giudizio di Stoccolma con astuzie e trucchi vari. La rivista "Belfagor" pubblica, nel numero di maggio che esce in questi giorni, un esame degli scrittori italiani bocciati: chi li appoggiava, chi li giudicava, e come e perché furono scartati. Come si sa, a vincere il premio in quel mezzo secolo furono solo Carducci, la Deledda e Pirandello. Ma adesso apprendiamo che uno dei più forti concorrenti fu, fin dal 1901, Antonio Fogazzaro. A leggere i giudizi su Fogazzaro pare incredibile che non abbia mai vinto il premio. Quei giudizi erano, di fatto, già una consacrazione. Era candidato dall'interno della stessa Accademia svedese, e questo è un vantaggio che pochi hanno avuto, ed è stato quasi sempre decisivo. La relazione parla di lui come "scrittore squisito e sensibile", che "raggiunge il massimo risultato in romanzi di rara finezza psicologica e pervasi dalla più pura concezione". La conclusione è: "Per la purezza e l'altezza del contenuto Fogazzaro non ha uguali tra i candidati al Nobel". Si fa fatica a capire come mai, giudicandolo "senza uguali", gli abbiano poi votato contro. Fogazzaro resta candidato ogni anno per tutta la vita. Nel 1907, l'anno dopo aver premiato Giosue Carducci, l'Accademia stila un giudizio abbastanza cinico, che dà una risposta sincera a questa domanda, e avverte che Fogazzaro non avrebbe vinto il premio mai più. Scrive: "E' il genio poetico più spirituale e più nobilmente ardente di tutta la nostra epoca. Ma dal momento che il premio Nobel così recentemente come l'anno scorso è andato all'Italia, l'opportunismo vuole che si tardi prima che il riconoscimento vada di nuovo ad uno scrittore italiano". L'opportunismo come norma della scelta, al di sopra del giudizio critico, è un'ammissione audace, che spiega come tanti altri nomi siano stati premiati, e tanti scartati. Le candidature al Nobel venivano inoltrate anche da semplici professori universitari, e la presenza di nomi minori o minimi della nostra letteratura si spiega così, col funzionamento delle mafie accademiche. Nel 1906 erano candidati Angelo de Gubernatis, sostenuto dall'Accademia del Lincei, e Paolo Boselli, dall'Accadmia delle Scienze di Torino. Vengono liquidati rapidamente. A partire dal 1913 comincia la serie delle candidature di Grazia Deledda, per dieci anni filati, fino alla premiazione nel 1927. Una fitta schiera di italiani minori la fiancheggiava, tanto minori che non vale la pena di citarli qui. Qualcuno, come Salvatore Farina, non otteneva nemmeno una riga di relazione. Dal 1922 l'Accademia veniva costruendo un confronto tra italiane, Matilde Serao, Ada Negri e Grazia Deledda. La Serao veniva presto schiacciata da un giudizio insolitamente sprezzante: "L'alto apprezzamento di cui gode presso i suoi compatrioti &endash; o meglio i napoletani &endash; non può essere condiviso". Non è solo sprezzante, è anche inelegante. Molto laboriosa e complicata la vicenda di Benedetto Croce. L'Accademia mostra grande rispetto, ma anche una preclusione che non viene chiarita nemmeno dalla pubblicazione di questi atti. Dall'interno dell'Accademia viene ritenuto che "l'influsso di Croce sul pensiero contemporaneo non viene raggiunto da nessun altro che possa concorrere con lui al premio Nobel", ma dubita che Croce abiti esattamente nel territorio letterario. Più tardi, nel 1947, quando la scelta di Croce diventa possibile, viene scartata con un'altra motivazione, anche questa poco plausibile: "L'Accademia ritione che un riconoscimento, in un'età così avanzata, sarebbe in conflitto con lo scopo del premio". Ma nel 1950 il premio veniva però assegnato a Bertrand Russel, filosofo e quasi ottantenne. C'è qualcosa che non quadra.

Moravia fu candidato molto presto, fin dal 1947. E fin da allora furono stilati su di lui giudizi che equivalevano a un'esclusione: "Si deve rilevare che egli manca in modo sorprendentemente rilevante della tendenza idealistica che si richiede per il premio". Eppure, il Moravia giovane era già uno scrittore moralista, ma l'Accademia evidentemente non sentiva alcuna denuncia, ma forse un compiacimento, nelle sue descrizioni dell'apatia morale e dell'inerzia psichica della borghesia. L'accademia si riprometteva "di riprendere il discorso in futuro", aspettandosi che in futuro Moravia imprimesse una virata alla propria narratica, ma Moravia restò coerente, costruendo un'opera monolitica. Nel 1948 Riccardo Bacchelli veniva proposto per un ex-aequo con Benedetto Croce. La sua opera maggiore era "Il mulino del Po". All'interno dell'accademia, l'esperto di letteratura italiana traccia un giudizio di Bacchelli e del suo capolavoro, e giudica l'autore "alquanto diseguale" e la sua opera maggiore dice che "mostra i segni di un peso esagerato". Morale, bisognava attendere. Bacchelli si nota in questa raccolta di atti per un'altra ragione. Tra le autorità che hanno il potere di candidare al Nobel, ci sono anche i già premiati. Nel 1949 a candidare Bacchelli fu nientemeno che T. S. Eliot, recentissimamente premiato. Il gesto di Eliot creò sorpresa e sconcerto tra i membri dell'Accademia. Sentirono l'accoppoata "Eliot-Bacchelli" come "bizzarra". Ed ebbero l'impressione di una certa inattendibilità di Eliot. Comunque, costretta a tornare su Bacchelli, l'Accademia appesantì il proprio giudizio negativo, parlando di "lungaggini e stancanti ripetizioni, tecnica antiquata ed effetti dozzinali". Era anche una bocciatura di Eliot come consigliere. Da parte sua, Eliot non avanzò più nessun'altra candidatura, per tutta la vita.

"La Stampa" 19 giugno 2004