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Dal silenzio delle campagne Tori, mucche, diavoli, contadini, drogati, mercanti di donne e serial-killer: scene e raccontini in versi. Garzanti novembre 1998 |
Con queste "scene e raccontini in versi" Ferdinando Camon torna al mondo della campagna profonda sepolta fuori dalla storia. Ma che oggi risale alla cronaca tra rigurgiti di rivolte, favole di santi, esorcismi, storie di tori, mucche, diavoli, drogati, film hard, spaventata dall'apparizione di immigrati da terre lontane. Il caos di una civiltà antica e immobile scossa dall'innesto di civiltà nuove e sconosciute provoca la nascita di mostri, serial killer, parricidi: le loro imprese feroci segnano il passaggio dalle antiche terre "povere ma sante" alle nuove terre "ricche ma assassine".
«Ferdinando Camon ha scritto una specie
di propria "terra desolata"».
Gianfranco Bettin
"Il Mattino di Padova"
"La nuova Venezia"
"La tribuna di Treviso"
«(...) Il tono, come sempre, è aspro.
(...) Più sarcasmo che ironia nelle fratture di un tessuto
ritmico che nulla concede alle forme di una qualsivoglia consolazione.
(...) Nella odierna «eclissi dei profeti» (è
il titolo dell'intervento di Levi), Camon si ostina a mandarci
- da moralista e da pedagogista - qualche sua poetica avvertenza».
Giovanni Tesio
"La Stampa-Tuttolibri"
«Duro e crudo, il messaggio che Ferdinando
Camon affida al suo ultimo libro "in versi" è bellamente
riassunto in un conclusivo poemetto intitolato "Terre sante
e assassine". "Sante" sono le terre della più miserevole
campagna veneta, dove vivevano gli "ultimi" - i più umili
degli umili -, tra i quali lo scrittore venne al mondo prima
della guerra, e da cui fuggì giovinetto per virtù
di ingegno e di cultura, radicandosi finalmente in città;
"assassine", poi, sono quelle stesse terre ora, dopo che la
nuova ricchezza industriale le liberò dall'immobilità.
Il prezzo della "santità" era tremendo, perché
condannava le sue genti a una fatica ingiusta e disumana, e
a una povertà ubbidiente e dolorosa, a restare insomma
"fuori storia", come diceva il titolo della prima raccolta di
versi di Camon. (...) Che l'«epilogo» sia una sequenza
di orrendi stupri, crudeli assassinii, perverse violenze, loschi
traffici e altre malvagità, davvero non sorprende, piuttosto
colpisce nel segno la morale che ne cava Camon, ostinatamente
alla ricerca di una via d'uscita».
Cesare De Michelis
"Il Gazzettino"
«(...) Si va dalla mercificazione dello
sperma di toro alle auto degli spacciatori di droga fermi di
sera sotto i platani, al mercante tedesco che prenota le mele
quando i pomari sono ancora in fiore, al serial-killer di Terrazzo
(...). Nell'irriconoscibile micro-cosmo, la civiltà contadina
appare come un peccato originale, registrato nei pesanti annali
della fame e dell'ignoranza. (...) L'etica di Camon sta nell'implacabile
assillo della memoria. Si leggano le storie dei fucilati e degli
annegati di Castelbaldo, degli impiccati ai rami di un melo,
a un balcone, a un ponte. Un libro aspro, estremo, emozionante».
Giulio Nascimbeni
"Corriere della Sera"
«(...) L'archetipo contemporaneo si potrebbe
riconoscere nel Pavese di Lavorare stanca, un altro isolato
in pieno clima ermetico. Poesie di romanzieri, in entrambi i
casi. (...) Un libro violento, però la violenza è
nelle cose».
Folco Portinari
"L'Unità'"
