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Liberare l'animale Poesie Garzanti 1973 Esaurito
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Le poesie di Camon nascono dallo stesso impulso e dalla stessa intenzione ideologica che sottendono i suoi romanzi: la ricognizione della povertà contadina vista e sofferta come scandalo esemplare, come scacco interno di un'intera realtà sociale. Alla comparsa dei primi versi di Camon vi fu chi, non a torto, fece il nome di Frantz Fanon, avvicinando implicitamente ai "dannati della terra" i "sotto-uomini" di cui il giovane poeta si faceva «storico» e cantore. In un caso come nell'altro, il punto cruciale della testimonianza era (è tuttora) il recupero della civiltà degli «ultimi» e, come osservò allora Pratolini, il suo confronto con la presenza egemone della tecnica e della dissipazione. Continuando su questa strada (che è d'altronde per lui, con ogni evidenza, una strada eticamente obbligata) e precisando via via in modo più violento e funzionale i suoi mezzi espressivi, Camon ha messo insieme, ora, un libro che per tensione, compattezza e verità morale non ha davvero molti riscontri nel panorama della nuova poesia europea. Alla rivolta dell'intelligenza e del cuore, alla straziata indignazione di testimone insieme volontario e coatto che si pongono, puntualmente, all'origine di ogni sua poesia, Camon risponde (corrisponde) con la scelta di una scrittura sempre più semplificata e scarnificata, e al tempo stesso avvolta in una sorta di naturale, biblica gravità, di cui Pasolini ha colto con esattezza lo specifico non soltanto stilistico parlando, in una recente presentazione, di estro «povero», di "spiritual" e di "vecchia pietà creaturale". L'indagine - patita fino al malessere, alla disperazione, all'invocazione di colpa - sulle strutture della penuria e dell'ingiustizia non è insomma, per Camon, un pretesto per fare o negare, da letterato, la poesia: ma è essa stessa, direttamente e dolorosamente, poesia e no, sfigurazione del canto e sua implacabile, solenne sopravvivenza.
Quello che più colpisce e intriga del libro di Camon
premiato con il Viareggio è il tono risentito - di chi
sa fare della poesia non solo uno strumento sadicamente ideologico
sul proprio corpo straziato di figlio contadino di una Italia
borghese, ma anche sa trovare, in anni ormai sospetti di arcadie
e vuoti sperimentalismi, un tono diretto di poeta civile, come
non ne abbiamo avuti più dal tempo del Pasolini delle
«Ceneri di Gramsci».
Dario Bellezza
«Paese Sera»
«L'ora» di Palermo
Il punto di sicura autenticità di questa poesia è
ancora quello che abbiamo apprezzato ne «Il quinto stato»
(1970), e soprattutto ne «La vita eterna» (1972);
e cioè la collera memoriale che scaturisce dal suo mondo
della remota campagna veneta, da quel tempo immobile, pietrificato
nella distanza e nella rassegnazione cattolica. (...) In quella
sua ispirazione non c'è soltanto rifiuto e rivolta ma
anche dolore, comunione. Dissacrare le proprie radici è
un radicarsi più folto e più amaro. Prendere coscienza
di una società «fuori storia» è la rivelazione
di una storia segreta, di mestizia e di santità. La rivendicazione
civile dei diritti umani («ciò che voglio, è
il riscatto - del sottouomo, dargli la coscienza - che lui non
è, ma gli altri sono») emerge dallombra lunga
della memoria.
Luce cupa
Se «occorrono interi millenni - per liberare da noi l'animale»,
codesta lentezza del tempo penetra nella fantasia poetica come
una cupa luce.
(...) Proprio da una simile angosciata divaricazione tra l'appartenenza
e il rifiuto, tra la memoria e l'insofferenza, nasce la complessità
poetica del Camon, e la sua originalità.
Geno Pampaloni
«Corriere della Sera»
(...) Quando poi Camon decide di descrivere direttamente questa
sua coscienza storica, ecco che lo prende il suo cieco e commovente
rispetto per i padri, e, con estro «povero», ne fa
uno spiritual: e a cantarlo sembra essere o un intellettuale
che sogna o un «sotto-uomo» ispirato da qualche vecchio
Dio sia pur non indigente.
Pier Paolo Pasolini,
prefazione alle poesie di F. Camon, in "Almanacco dello Specchio"
n. 2, Mondadori.
