Per il volume:
"Annisettanta, il decennio lungo del secolo breve",
a cura di Marco Belpoliti, Gianni Canova, Stefano Chiodi,
Skira ed. per La Triennale di Milano, 2007, pagg. 598, euro 49,00
Quando si aprivano gli anni '70, a Padova la sinistra aveva già fondato Potere Operaio, la destra il gruppo Ar. Potere Operaio si mostrava, il gruppo Ar si nascondeva. Potere Operaio nacque per così dire "pubblicamente": Toni Negri lesse lo statuto del movimento rivoluzionario in una birreria sotterranea, che adesso non c'è più, in Piazza Insurrezione. Tra i suoi ascoltatori c'era un insegnante magro, occhi azzurri a spillo, loquace, sempre col bicchiere in mano: Francesco Tolin. Mio amico. Lui si prese la direzione del giornale. Il giornale fu presto incriminato e Tolin finì in prigione. Incarcerato, perdette lo stipendio. Aveva moglie e figli. Lo stipendio di un insegnante era poca cosa, in pochi amici ci mettemmo a raccogliere mese per mese le offerte per sostenere la famiglia. Io raccoglievo i soldi degli scrittori. Tra gli altri, Roberto Roversi e Pier Paolo Pasolini. Toni Negri insegnava a Scienze Politiche, ma l'ora di lezione non gli bastava. Allora si spostava alla libreria Draghi, che aveva una saletta sotterranea per gli incontri autore-pubblico. Sulla porta della saletta si usava scrivere il titolo della conferenza. Quando parlava Negri, qualcuno scriveva: "Ma-ma-maismo". Era il sistema che collegava Marx-Mao-Marcuse. Toni Negri preparava un movimento aperto. Franco Freda preparava un gruppo chiuso. Fuori da Potere Operaio nascevano i primi gruppi armati, preludio delle Brigate Rosse. La prima impresa delle Brigate Rosse si compie proprio a Padova: nel mattino del 17 giugno 1974 cinque estremisti rossi (Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli, Susanna Ronconi, Giorgio Semeria e Martino Serafini) entrano nella sede del MSI in via Zabarella (centralissima), per rubare documenti, trovano due di guardia (Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci) e li uccidono a colpi di pistola. Il doppio delitto resterà oscuro per anni. Franco Freda aveva una libreria in via Patriarcato, accanto al Liviano. Era aperta solo al giovedì, dalle 22 alle 24. Aveva materiale fascista, nazista, maoista, italiano, tedesco, romeno. Anche materiale proibito per legge. Non aveva vetrina, ma una saracinesca, sempre abbassata. Sul campanello c'era scritto "Ar". E' la radice di Ariani, Ares, aretè, aristocrazia: i termini che indicano guerra, razza superiore, virtù militare. Tra i libri che ho acquistato lì ce n'era uno importantissimo: pubblicato senza nome dell'autore, esponeva le ragioni per cui "bisognava fare una strage", ma "una strage dalla quale non uscissero che fantasmi", e dopo la quale il popolo, inginocchiato, si consegnasse a chi solo poteva garantirgli la sicurezza. Da quel libro estrassi alcune frasi, e le calai nel romanzo che stavo scrivendo, "Occidente". Il romanzo esce e la Rai ne ricava un film (brutto). Franco Freda si riconosce nel film e cita la Rai in tribunale. Ma in quel momento si conclude il processo per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, lui è condannato all'ergastolo, perde i diritti civili e il processo non ha luogo. In appello viene assolto dalla strage e condannato (non all'ergastolo) per altri reati. Combiniamo un incontro: sapevo che in carcere aveva letto e postillato "Occidente", volevo vedere quelle note. Vado all'incontro, a Brindisi. Parliamo per quattro ore. Lui sosteneva il diritto del capo di disporre delle vite comuni, perché il capo ha un compito e gli uomini comuni no, e solo la vita di chi ha un compito ha un senso. Spiega che il capo trema nell'adempimento di questo compito, di cui non è padrone ma schiavo. Mi accusa di Cristianesimo e mi disprezza. Io so bene che lui è stato condannato per strage e poi assolto, ma so anche che quell'opuscolo sulla necessità della strage è suo: se io ho costruito un personaggio che fila dritto verso la strage, l'ho costruito sulle sue parole. Gli chiedo dunque: "Lei è innocente?". Scandisce: "E' innocente non colui che è incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi". Mi parve una confessione. Come se dicesse: "Ho fatto la strage, ma possiedo un codice morale che mi assolve". E' una spiegazione che vale per tutti gli stragisti, fascisti, nazisti, comunisti, Eta, Ira, Al Qaeda: dopo la strage sono più "santi" di prima. Le pagine di "Occidente" in cui metto le frasi sulla necessità di una grande strage, sono utilizzate dall'Avvocatura dello Stato nell'accusa per la strage di Bologna, e nella sentenza di condanna (ergastolo): perché quelle pagine sono state trovate nel covo dove si riuniva la cellula neofascista incriminata e poi condannata: la cellula se le era riscritte a mano, tutte in maiuscolo, su un quaderno, per discuterle e impossessarsene. Lì sta il "movente" della strage di Bologna. La cellula era composta di quattro-cinque persone, ma i capi erano due, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Avrebbero fatto la strage partendo da Treviso e tornando a Padova, in Prato della Valle, perché era sabato, e al sabato in Prato della Valle (la piazza più grande d'Europa) c'è un affollatissimo mercato, dunque sarebbero stati visti da molti, e avrebbero avuto un alibi poderoso. Non gli è servito. Il 6 aprile del '79 viene a pranzo a casa mia Marco Nozza, beve e parla: dice che quella notte a Padova sarebbe scoppiato il finimondo, perché sarebbero stati arrestati i capi delle Brigate Rosse. Gli chiedo chi gliel'ha detto. Risponde: "Colui che ha appena firmato i mandati di cattura". La maxiretata avviene tra le 3 e le 5, all'alba i giornali non hanno la notizia. Le istituzioni, a partire dal presidente della repubblica, si congratulano con Calogero e company, non sanno che è il granchio più colossale preso dalla polizia italiana: avevano chiuso in galera professori di scuola media, oratori di radio provinciali, parolai. Ma così Potere Operaio muore: lo scontro s'è alzato, il movimento appare incapace di reggerlo. I suoi capi, alla spicciolata, entrano in Prima Linea. Comincia un'altra storia.