Quotidiani delle Venezie 3 febbraio 2012
C’è sempre, nei crimini sessuali, una dose di malvagità che il codice non comprende: chiamare un reato “violenza di gruppo” è una formula neutra, asettica, che non comprende l’umiliazione che la vittima patisce, il trauma, il disgusto per il sesso e per la vita, che poi la condiziona finché campa. È per questa incomprensione dei codici che i crimini sessuali vengono puniti poco. Ed è sempre per questa incomprensione che adesso si cerca evitare di mettere subito in carcere i componenti del gruppo che ha esercitato una violenza e sono stati individuati con sufficienti prove. La ragazza o (molto peggio) la ragazzina vittima di uno stupro di gruppo ha immediatamente, a partire da quando sulla base della sua denuncia vengono individuati i colpevoli, la sensazione che per lei non ci sarà piena giustizia, né subito né mai. Subito: i suoi aggressori non finiscono in prigione, ma restano liberi, secondo la volontà, resa nota ieri, della Corte di Cassazione. Dopo: il reato per il quale lei, vittima, si sente “morta dentro”, perché la violenza sessuale è un “omicidio psichico”, non ottiene presso i giudici la valutazione che gli dà lei. I giudici parlano di “violenza di gruppo” e cioè fanno della violenza un’unica colpa collettiva. Per lei, vittima, quella violenza è stata una tempesta di tante violenze, è stata violenza in ogni minuto e in ogni secondo in cui la volontà dei violentatori era tutto e la vittima era niente, meno di una cosa. Bisognerebbe prima stabilire la pena di questa sopraffazione totale, fisica-psichica-sessuale, e poi moltiplicarla per tutti i minuti in cui fu esercitata, e poi ancora moltiplicarla per tutti i componenti del gruppo. La “violenza di gruppo” non esiste. Non c’è il singolo gruppo che fa una singola violenza. Sono tutti i componenti del gruppo che fanno ognuno la propria violenza. E la violenza complessiva non è la somma delle singole violenze. Ogni violenza è diversa. Alla prima si oppone ancora una qualche resistenza, alle altre non più, perché la vittima è ormai annientata. Un residuo di quell’annientamento le resterà per tutta la vita. La vittima non avrà più, o avrà molto meno, vitalità. È essenziale, per la vittima, sapere che se lei parla, se dice tutto quello che ricorda, se fa scoprire i colpevoli, questi vanno in prigione non fra mesi o anni, ma subito. Se invece la volontà della Cassazione (niente carcere per gli autori di violenza di gruppo) s’impianta e diventa pratica corrente, il risultato sarà che la vittima avrà paura a denunciare, perdurerà in lei il senso di paura che pativa mentre la violentavano. La volontà della Cassazione è psicologicamente insostenibile.
E viene resa nota mentre esplode un nuovo caso di violenza sessuale di gruppo su una minorenne, nel veronese: una ragazzina tredicenne sarebbe stata portata da due ragazzi, uno dei quali minorenne, nella casa del genitore di uno di loro, e qui stordita con l’alcol e sessualmente abusata e anche (è lei che racconta, e sa di essere confusa per lo choc e l’alcol) fotografata. Le foto avrebbero dovuto finire su Facebook. Qui ci sono diversi moltiplicatori della violenza. In breve: i due ragazzi si offrono la bambina uno con l’altro, come inanimata proprietà, e poi, pubblicando le foto, la offrono a tutti. Non vorrei che anche in questo caso si cercasse un addolcimento della pena, evitando il carcere. Qui non si tratta di addolcirla ma di inasprirla. I violentatori, se si vedono mezzo perdonati, si sentono mezzo innocenti. Invece sono totalmente colpevoli. E la punizione dovrebbe tenerne conto. Per il loro bene.
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