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Ferdinando Camon

Marines pisciano sui talebani uccisi


"Alto Adige" 13 gennaio 2012
 

 
Vorremmo tutti che le immagini non fossero vere. Ma è difficile dubitarne: nel filmato 4 marine davanti ai corpi di tre nemici uccisi, con ogni probabilità talebani, in Afghanistan, si aprono la cerniera dei pantaloni e urinano sui cadaveri. Un marine dice a un cadavere: “Ti auguro una buona giornata, amico”. Poi il filmato s’interrompe. Dev’essere una di quelle pause tremende in cui s’interrompe, o cessa, una battaglia, e i vincitori avanzano a perlustrare il territorio nemico, per verificare la vittoria. È una scena agghiacciante. Incivile per ogni civiltà, afghana o americana, islamica o cristiana, in pace o in guerra. Perché anche la civiltà militare ha dei codici di comportamento, e qui sono saltati tutti. Il Comando dei marines dichiara: “Stiamo verificando l’autenticità delle riprese, ma deploriamo e condanniamo la scena, e la puniremo”. Speriamo. Ma intanto la scena ci rivela qualcosa di nuovo su questa guerra, qualcosa che non sapevamo: non solo dai talebani verso gli americani, ma anche dagli americani verso i talebani corre un odio che definire mortale è poco, perché scavalca la morte, è un odio eterno, che insegue il nemico nell’aldilà, lo animalizza, ne fa una bestia immonda.
I marines portano le tute mimetiche da combattimento e i fucili mitragliatori in spalla, perché per urinare servono tutt’e due le mani. Certo, è un odio che ricambia l’odio. Abbiamo visto i talebani stendere il nemico per terra, legargli i polsi dietro la schiena, tenergli la testa con una mano e con l’altra tagliargli il collo. Barbarie. Ma noi credevamo di essere lì per portare la civiltà, non per opporre barbarie a barbarie.
Ci viene in mente Guantanamo. E My Lay. My Lay è il villaggio vietnamita, dove gli americani compirono una delle più feroci stragi della storia. Entrati nel villaggio, dove credevano o sapevano che c’erano dei vietcong, radunarono tutti gli abitanti e li sterminarono a raffiche. Uomini, donne, bambini. Era saltato il “tabù della morte”, l’istinto che fa di un uomo un uomo e lo differenzia dagli animali. Apprendendo quella scena, noi tutti, noi lettori che seguivamo quella guerra (come questa in Afghanistan) a distanza, capimmo che i lunghi combattimenti selvaggi avevano trasformato la costrizione a uccidere nella gioia di uccidere. Quando la notizia della strage di My Lay girò per il mondo, un osservatore britannico commentò: “Se han fatto questo, gli americani perderanno”. Lo stesso commento nasce spontaneo vedendo ora questo filmato di marines che pisciano sui cadaveri in Afghanistan: se gli americani fanno questo, non possono vincere. Vorrei fare un passo avanti: non meritano di vincere. Credo che anche gli alti comandi in Vietnam, allora, fossero arrivati alla stessa conclusione, e ci arrivino oggi in Afghanistan. Per questo il ministero della Difesa americano si affanna: “Siamo sconvolti”. Qui però vorrei fare un altro passo avanti, e d’ora in poi quel che dico può non corrispondere all’opinione del giornale, che ha la libertà di pensarla diversamente. La domanda è: quelli che han trucidato a My Lay, che han torturato a Guantanamo, che pisciano sui morti in Afghanistan, sono cattivi soldati? Al contrario: sono ottimi soldati. I migliori. Il soldato perfetto raggiunge la perfezione (non avere pietà del nemico, né vivo né morto) uscendo dalla morale. Da ogni morale umana. Il perfetto soldato è un perfetto killer. Retrocesso ad animale. Più è animale, meglio combatte. L’addestramento lo prepara a questo, l’addestramento ha termine quando la recluta “ama uccidere”. Questa squadretta di marines che pisciano sui nemici uccisi fa scandalo e sarà punita, non per quel che fa, ma perché non si accorge di essere filmata.

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