"Il Piccolo" di Trieste e "Messaggero Veneto" di Udine, 14 dicembre 2011
Non aveva ancora vent’anni, lo studente-operaio morto a Trieste. Lavorava a costruire il palco per un concerto, come dire il tempio del divertimento dei ventenni come lui. Stava per esibirsi, attesissimo dai giovani della città e dintorni, Jovanotti, che noi adulti consideriamo un cantante, ma che i giovani sentono come un poeta: la canzone è la poesia della loro età. I versi delle canzoni gli entrano in testa come messaggi inobliabili, loro vivono con quei versi, amano e sognano. Ma se lì, intorno a quel palco, stavano per convenire a migliaia, era per divertirsi, di quella strana forma di gioia che è l’entusiasmo, per cui la folla forma un unico corpo collettivo, che freme tutto insieme, applaude, ride o piange tutto insieme. È l’apice della giovinezza, il punto verso il quale guarda, piena di speranza, l’età precedente, e verso il quale si volta indietro, piena di nostalgia, l’età successiva. Francesco Pinna, brillante studente universitario, uno dei migliori della facoltà d’Ingegneria, aveva soltanto 19 anni, dunque aveva tutto il diritto di andare lì mescolandosi a quelli della sua età, che guardano avanti, a come sarà bella la vita che si prepara, come la canta il loro poeta. Invece non era lì per questo. Era lì per lavorare. Un lavoro faticoso e rischioso: allestire il palco. Un lavoro malpagato: se quella è l’età che preannuncia la vita, il preannuncio per Francesco Pinna era: non c’è un vero lavoro per te, se vuoi lavorare devi accontentati di un sotto-lavoro a una paga così bassa che se uno la dice un altro la corregge. Ma non c’è correzione che tenga: resta sempre un lavoro malpagato. Uno dice 5 euro all’ora, un altro sente la cifra come un’accusa e la corregge: 13 euro all’ora. C’è chi fissa la cifra a metà: 6,50 euro all’ora. Ma proviamo a metterle insieme, le tre testimonianze: un ragazzo di 19 anni, studente modello, una promessa dell’Ingegneria, è morto per 5 euro all’ora oppure per 13 euro all’ora o per 6,50: che cosa cambia? Resta sempre una morte per niente. Dunque, anche i migliori fra i nostri ragazzi, a quell’età, sono già chiusi in questa morsa: rassegnarsi a non avere un euro in tasca, o se vuoi avere un euro devi rischiare grosso. Può darsi (forse non lo sapremo mai, ma non ha molta importanza, non cambia niente), che il palco venisse alzato in fretta, che per la fretta siano state tagliate delle regole, e che questo abbia provocato il crollo. Ma il precariato si svolge spesso in queste condizioni. E noi non ne parliamo. Quando un muratore maghrebino cade da un’impalcatura edile, noi ne parliamo per un giorno: faceva il muratore, ma non era un muratore. Non capiva le regole, non le rispettava. In un certo senso, cerchiamo un bilancio fra disgrazia e colpa. E poi, un’impalcatura non fa notizia, fa anonimato. Qui no: qui non è un’impalcatura ma un palco, non si stava costruendo una casetta a schiera ma un tempio della musica, in quel tempio celebrava il suo rito incantatorio uno dei più grandi artisti del nostro tempo, uno che può portare le folle dove vuole, come il pifferaio magico. La combinazione concerto-Jovanotti-palco-morte-19 anni dà all’evento una risonanza non cittadina e non regionale ma nazionale ed internazionale. Ma mentre molti, all’estero, sentiranno nella notizia la fatalità, il gesto crudele di una forza che schiaccia gli uomini come formiche, noi italiani temiamo che ci sia qualcosa di più, che riguarda il nostro paese e il nostro tempo. Francesco Pinna è vittima di un incidente, certo, ma la forza nemica che lo ha schiacciato sotto una montagna di ferro non è un bullone o un cortocircuito. Ha un altro nome, è più diffusa e più difficile da correggere e da prevenire. Lo dicevo prima: è il precariato. In un calendario laico, questo studente-lavoratore di 19 anni schiacciato da una torre metallica sarebbe il perfetto martire del precariato.
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