"Mattino di Padova" 14 dicembre 2011
Se n’è andato sparandosi un colpo di pistola in testa, uno dei migliori fra noi, migliore come cittadino, come imprenditore, come padre: e infatti lo piangono gli amici, i dipendenti, i figli, la famiglia. È un pianto che sale da internet, un coro di voci non solo disperate ma anche maledicenti. Disperate perché lui non aveva nessuna colpa per la crisi della sua azienda, maledicenti perché ci sono tanti che hanno mille colpe, e restano qui, non innocenti e non pentiti. Noi usiamo calendari in cui ogni giorno ricorda un santo, che ha patito ed era innocente, e alla cui vita dobbiamo cercare di uniformarci: se ci fosse un calendario per le aziende, dovremmo dedicare un giorno a Giovanni Schiavon di Vigonza, che conduceva bene la sua azienda, non era indebitato ma creditore, solo che non riusciva riscuotere i suoi crediti e perciò da tre mesi non riusciva a pagare gli stipendi ai dipendenti. Si vergognava per questo, ed è per la vergogna che s’è ucciso. In mezzo a una miriade di governanti e amministratori grandi e piccoli che gestiscono società in cui ogni giorno si scoprono intrallazzi, corruzioni, truffe, e non perdono mai, non dico la vita, ma neanche il posto, e quando finalmente se ne vanno escono di scena con liquidazioni faraoniche, quest’umile padroncino di Vigonza gestiva un’azienda che dava da vivere a sette famiglie. Pochissime. Un’azienda con sette dipendenti è una famiglia. Una famiglia allargata. Il padrone conosce personalmente le famiglie dei sette dipendenti, si sente il secondo padre di ciascuna di esse, se una famiglia ha problemi di soldi sente questi problemi come una propria colpa, di questa colpa di vergogna, e per la vergogna può arrivare a uccidersi. Siamo nel cuore del Veneto. La morale cattolica è piantata profondamente in ciascuno di noi, anche in chi la rinnega e la combatte. E questa morale insorge a dirci: “Ma non è giusto ridurre la vita al lavoro e ai soldi, ci sono altri valori per i quali si può e si deve vivere: ridurre lo spazio della vita all’azienda è un errore della cultura imprenditoriale”. Qui c’è la figlia di Giovanni Schiavon che lo saluta, nel sito di questo giornale, chiamandolo “padre, marito, nonno, amico onesto, solare, semplicemente fantastico”. Se gli dà l’addio con tanti nomi vuol dire che poteva aver problemi come imprenditore, ma non ne aveva come “padre, marito, nonno, amico”, e dunque poteva-doveva vivere per quei ruoli. Ognuno dei quali ha la forza di reggere da solo una vita. Ma qui c’è una cosa delicata da capire, ed è la specialissima natura dell’imprenditore di questa parte d’Italia: c’è qui un tipo di padrone d’azienda che non stacca mai l’azienda dalla vita, il suo modo di essere padre-marito-nonno è lavorare e far lavorare. La vita dei suoi dipendenti completa la sua vita, ne fa parte integrante. Non è questione di soldi, ma di vita. Lui lavorava in subappalto, su contratti chiari, che prevedevano da parte sua l’esecuzione di lavori entro tempi certi e da parte degli appaltanti il saldo entro tempi altrettanto certi. È questo secondo tempo che è saltato. Col privato può saltare, e al privato non resta che spararsi in testa. Col pubblico non può saltare, perché il pubblico può mandarti in casa Equitalia. Ecco, qui ci voleva una specie di Equimpresa a protezione del privato. Voglio dire, una rete di protezione delle piccole aziende creditrici, che intervenga nelle situazioni come questa: bisognava che quest’uomo avesse la possibilità, in quel momento, invece di spararsi, di fare una telefonata a una rete assistenziale prevista e attrezzata per questi casi, in grado di sorreggere chi ha problemi provvisori di liquidità e non ha nessunissima colpa, perché lavora molto e onestamente e non ha sbagliato niente. Sto dicendo, se il lettore mi capisce bene, che in un caso come questo è sbagliato parlare di suicidio. Questo imprenditore di Vigonza non si è suicidato, non aveva nessuna intenzione di farla finita con la vita. La sua vita era piena, come imprenditore, come padre, marito e nonno. Lui “è stato suicidato”, da chi gli doveva i soldi e non glieli dava, da chi doveva aiutarlo a riscuotere il credito e non l’ha fatto, da chi ha creato per lui e per quelli come lui un sistema per cui se lui ha dei debiti deve pagarli subito, se ha dei crediti e non li riscuote si deve arrangiare. È una situazione che lui non ha retto non come imprenditore ma come uomo. Perché questa situazione non avvelena il lavoro, ma la vita. La sua morte è un atto d’accusa. Col suicidio uno dichiara il proprio fallimento, con questo “suicidio coatto” quest’uomo dichiara il fallimento del sistema Italia.
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