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Ferdinando Camon

Crisi, si comprano meno libri


 
"Avvenire" 6 dicembre 2011
 
 

L’opinione pubblica non ci dà grande peso, ma chi lavora nel settore, come l’autore di questo articolo, ne soffre. Non perché senta di subirne un danno, ma perché avverte un danno per tutti. Eppure, c’era da aspettarselo: la crisi comincia a erodere il mercato dei libri, e in Italia si comprano meno libri. A ottobre si registrava un calo dello 0,7%, riferito al settore dell’editoria “varia per adulti e ragazzi”. È un dato doloroso: vuol dire che la gente rinuncia al “sapere”, e cioè abbassa la “qualità” della vita. Quando si fa fatica a vivere, ci si accontenta di sopravvivere. Ma è una sconfitta e un errore. C’è un proverbio cinese che mi piace molto, può darsi che l’abbia citato altre volte, e dice: “Se hai solo 6 denari, spéndine 3 per il pane e 3 per i gigli”. Cosa sono i gigli?  I libri. Se nel corso della giornata nutri il corpo e lo spirito, tu sei vivo, se nutri solo il corpo una parte di te muore. Lo dicono anche i Vangeli: “Non di solo pane vive l’uomo”. L’uomo che si nutre di solo pane, non si nutre.
Eppure, è automatico: nei periodi di crisi l’uomo, inteso come consumatore, come acquirente, rinuncia per prima cosa all’arte. Gli artisti se ne lamentano: i pittori dicono che c’è meno gente nelle gallerie, gli attori nei teatri, i gestori di cinema nelle sale, e adesso i librai nelle librerie. L’arte e la cultura in genere non sono sentite come un nutrimento necessario della vita, ma come un abbellimento. Non è così, naturalmente. La sequenza non è che i popoli vanno in crisi e al loro interno vanno in crisi l’arte e la cultura, ma l’inverso: si trascura la cultura, si trascura l’arte, e la vita del popolo precipita. Il nostro modo di gestire la crisi ha puntato anzitutto a risparmiare sulla cultura, l’arte, l’istruzione, la scuola, la ricerca, in attesa di una risalita economica. Ma la risalita economica non è su una strada aperta e visibile, è su una strada da cercare e scoprire, quindi per trovarla bisognerebbe incrementare la ricerca. Abbassare i consumi di arte e cultura non vuol dire abbassare il tenore della vita, ma la qualità della vita: con il calo nell’acquisto di libri noi entriamo in una fase in cui si deteriora la vita globalmente intesa. Anche la sua qualità morale. Siamo malmessi in Europa per quel che riguarda la capacità economica, ma siamo ancor più malmessi nel mondo per quel che riguarda la qualità morale: siamo tra i paesi meno trasparenti e più corrotti. Mi permetto di tracciare un rapporto tra corruzione e crisi: la mia impressione è che non battiamo la crisi se non battiamo la corruzione. Dobbiamo risolvere concretamente, qui e adesso, quel tormentoso problema che ci faceva scoppiare il cervello ai tempi della scuola media: in quanto tempo riusciamo a riempire una vasca da bagno che ha un buco? L’impressione è che tentiamo oggi di risolvere questo problema esattamente come facevamo da studenti: cercando di versare nella vasca più acqua di quanta ne esce di sotto. Ma la risposta dovrebb’essere: non sarebbe meglio prima chiudere il buco? Tappare l’evasione? L’esportazione? Il nero? La corruzione? L’ignoranza? Che significa: creare cittadini migliori, meno incolti e più onesti. Se adesso si comincia a comprare meno libri, i cittadini di domani saranno peggiori di quelli di oggi. La reazione a una crisi economico-finanziaria, e quindi produttiva e occupazionale, dovrebb’essere un aumento di studio, scuola, diplomi e lauree. E libri, soprattutto libri. Comprati e letti. Non il contrario. Immagino che quel cinese che ha solo 6 denari al giorno stia male. Ma finché riserva 3 denari per i gigli, si tiene attaccato alla cultura, all’arte, alla vita. Appena smette, crolla. La vita è una guerra. Ridurre i libri quando si affronta la crisi è come ridurre le munizioni quando si va in battaglia.

 

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