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Ferdinando Camon

Discorso ad Asti: Cosa ho imparato scrivendo


 
Pronunciato ad Asti, quale ospite d'onore nella cerimonia per il premio L'Appello, 12 novembre 2011
 
Càpita a me, ma suppongo a tutti coloro che scrivono libri. Finito un libro, lo rileggo e mi domando: Ma era questo ciò che volevo scrivere? Volevo fare un libro e ne ho fatto un altro. Che cosa sia un libro non lo si sa a priori, lo s’impara dalle critiche che il libro riceve, circolando nell’area della sua lingua, e anche, molto di più, nelle aree dove vien tradotto, nelle lingue e culture diverse da quella in cui è nato. Il libro è una cosa quando si comincia a scriverlo, altra cosa quand’è finito, altra dieci anni dopo, altra venti, e altra ancora, diversissima, a trent’anni dalla prima uscita. I critici dicono che ogni nuova opera cambia il senso delle opere precedenti: Pasolini modifica Verga. Possiamo aggiungere: l’opera cambia anche il proprio senso, passando da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, da un decennio ai decenni successivi.
Il mio primo libro mi diede una sorpresa gioiosa ma dolorosa. Era un romanzo sul mondo contadino, i riti, i miti, il culto dei morti, la paura del diavolo, i rapporti fra il di qua e l’aldilà. Mando il libro all’editore Garzanti. Mi piaceva entrare, timidamente, nel catalogo in cui erano Gadda, Fenoglio, Pasolini, Parise, Volponi, gli scrittori verso i quali mi sentivo uno scolaro. Garzanti affidava i manoscritti in lettura a Pasolini. Pasolini mi telefonò una mattina presto per dirmi: Io non vorrei dire a Garzanti Sì, lo stampi, vorrei scriverci una prefazione. Risposi: Mi onora. Pensavo: Lui capirà tutto, mi spiegherà a me stesso. La settimana dopo vado a Milano a leggere la prefazione. Rimasi sbalordito. Era bellissima ma sbagliata. Esaltava il libro con elogi così alti che non voglio ripeterli qui, ma mi muoveva un rimprovero assurdo: quello di raccontare che il mondo contadino voleva integrarsi nella civiltà borghese, invece di conservare con orgoglio il dialetto, i piedi scalzi, le case non riscaldate, le campane dell’angelus, e il rispetto dei vecchi. Pensai: Pasolini ha una visione idilliaca, non realistica, dei mondi subalterni. Se Pasolini fosse ancora vivo, andrei a dirgli: Pier Paolo, anche il tuo Friuli s’è imborghesito, anzi tutto il Nord-Est è diventato il motore che traina la civiltà ex-contadina dentro la condizione borghese. Il mondo non va nella direzione che volevi tu, va nella direzione opposta.
Il mondo che descrivevo non voleva essere descritto, e anche questa fu un’amara scoperta. I sindaci dei miei paesi mi volevano processare, non perché avessi raccontato falsità, ma perché avevo rivelato la verità. La verità li umiliava. Loro volevano assurgere al decoro borghese, senza lasciar traccia del disdoro contadino. Quando uscì il libro che Garzanti intitolò Un altare per la madre, credevo che onorasse la mia famiglia di provenienza, la esaltasse per le virtù che praticava, ma mio padre e mio fratello son venuti a casa mia, con un notaio di Bologna, e mi hanno diseredato. Li ho ammirati per questo. Mi hanno insegnato che i miei valori non sono nulla in confronto ai loro valori arcaici. Dicevano: va bene, c’è uno storpio qui in paese, ma perché invece di descriverlo non vai in Comune per fargli avere un litro di latte ogni mattina? Osservazione sublime, a cui non avevo, e non  ho, nulla da obiettare.
Nei romanzi contadini descrivevo anche le rappresaglie tedesche, barbariche. Conservavo al comandante tedesco il nome che aveva nella realtà. Quest’uomo era ancora vivo. I libri escono, vengono tradotti anche in Germania, e un gruppo di magistrati tedeschi si chiede: cosa racconta questo scrittore italiano, queste atrocità sono vere? Piantano un processo contro il comandante tedesco, e i miei libri erano prove a carico. Il comandante tedesco, la notte che precedeva la prima udienza era nel suo salotto, con la pila delle prove a carico sul tavolo, e tra le prove anche il mio primo libro, in italiano e in tedesco. Gli viene un infarto, e muore. Ho pensato al mio libro come un colpo di fucile, sparato dall’Italia alla Germania, per colpire al cuore un nemico della mia gente. Quella vicenda m’insegnò che la scrittura è potente e fa giustizia.
Ingenua, patetica illusione. Un decennio dopo succede che una docente dell’università di Potsdam tiene un corso usando i miei libri, in lingua italiana e tedesca. I suoi studenti voglion saperne di più. Vanno in cerca di materiale storico, negli archivi dei tribunali e dell’esercito. Non trovano nulla. La Germania aveva varato una legge, in base alla quale se un cittadino tedesco viene accusato di crimini che possono infangare la sua memoria, ma muore senza che il processo sia giunto a sentenza, ha questo diritto: non, come succede da noi, che le prove siano archiviate, ma che siano distrutte. Questo m’insegnò un’altra verità: la scrittura non è un potere, il vero potere è la politica. È la verità più amara, ma anche la più vera che ho imparato scrivendo.
La mia città fu la culla del terrorismo, rosso e nero. Volevo raccontarlo. Ho scritto il libro “Occidente”. La critica dice che i terroristi non sono così, sono ben diversi. Scoppia la strage di Bologna. S’indaga, si punta su una cellula neonazista, vien processata e condannata. Nell’arringa dell’accusa e nel testo della sentenza ci sono 11 pagine di Occidente, perché la polizia le aveva trovate copiate a mano su un quaderno nel covo dei terroristi. Sono le pagine in cui io invento il dialogo tra i terroristi che stanno per fare la strage. Dunque i terroristi usavano quelle pagine per spiegarsi a se stessi, la critica aveva torto. In quelle pagine sta il movente. L’insegnamento fu: i tuoi libri prestano il fianco alla critica, ma la critica presta il fianco alla tua critica.
L’Altare racconta la storia di una famiglia dove muore la madre, la famiglia non si rassegna, vuol salvarla dalla morte, richiamarla in vita per sempre. Il rito che la richiama in  vita è ricavato dalla cultura cristiana, e per la critica non-cristiana questo era un limite. Ma il libro fu tradotto anche in un paese islamico, da un editore integralista. Vado a presentarlo. Mi accolgono con affetto, mi fanno parlare all’università, alla tv. E così scopro che nel nocciolo più interno, dove sta il cuore mistico, le culture si toccano e si parlano. La scrittura e la letteratura sono un ponte fra le culture diverse o non comunicanti. La scrittura riesce anche là dove la politica fallisce. In quel paese mi sentivo un ambasciatore di pace, non per quel che sono, ma per quello che scrivo. E questo è l’ultimo insegnamento della scrittura: quel che scrivi è più grande di te, scrivendo t’innalzi.

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