Quotidiani delle Venezie 9 luglio 2011
Il lettore sa del “lodo Mondadori” più di quello che sa della Mondadori. Saprà che è la più grande casa editrice italiana, e si domanderà perché per una casa editrice si combatte una guerra senza quartiere, che arriva perfino alla corruzione dei giudici. Una casa editrice in Italia non è una grande fonte di reddito: c’è chi pensa che il risarcimento chiesto a Berlusconi, per aver strappato illegalmente la Mondadori a De Benedetti, sia sovrastimato, e di parecchio. Ma una casa editrice è un’azienda diversa dalle altre, e gli industriali che possiedono oltre a una casa editrice anche aziende di altro tipo, passano le giornate nella casa editrice, e, se hanno dei figli, questi fanno a gara per amministrare la casa editrice. È proprio il caso della Mondadori. Adesso la amministra Marina Berlusconi, ma Barbara fa capire che vorrebbe fare anche lei quel lavoro. Perché, che lavoro è? Cosa produce? Una casa editrice produce libri e giornali. E i libri e i giornali sono “l’altra cosa” di cui vive l’uomo: quando si dice che “l’uomo non vive di solo pane”, s’intende che ha bisogno anche di un altro cibo, e quest’altro cibo sono i libri e i giornali. L’informazione. Il nutrimento dello spirito. L’uomo non vive senza informazione. L’informazione lo plasma. Non esiste il proverbio “dimmi che giornale leggi e ti dirò chi sei”, ma si può inventarlo. “Chi sei” significa che figlio sei, che padre, che uomo, marito, cittadino. Elettore. La lettura crea il lettore, e dunque possedere una casa editrice vuol dire possedere una fabbrica di lettori. Possiamo mettere una “e” davanti a “lettori”: vien fuori “elettori”. L’imprenditore che mantiene il possesso di un giornale in perdita è perché ha un altro guadagno, che lo compensa della perdita. Per la stessa ragione, puoi guidare una casa editrice verso la perdita se ritieni che quella strada sia più vantaggiosa del profitto. Naturalmente, puoi seguire questo itinerario fin che non ce la fai più. È il caso della Einaudi, che ora è di proprietà di Berlusconi. La Einaudi, per decenni guidata da Italo Calvino ed Elio Vittorini, e altri in subordine, come Natalia Ginzburg, ha costruito per mezzo secolo quella che si chiamava l’”egemonia” della cultura marxista in Italia. Ha fornito una coscienza alla nazione, anche a quella che non votava a sinistra. “Non c’è neanche un libro Einaudi che non bisognerebbe avere in casa” diceva Pratolini. Quel catalogo, poderoso e coerente, puntava a costruire l’uomo della rivoluzione sociale, che vuole spartire i beni e i mali, perché la parità è giustizia. La cultura era il marxismo, l’uomo era il proletario, il modello politico era l’est europeo. Quel sogno è morto, e quel catalogo è (in gran parte) scaduto. Il passaggio è stato accelerato dal nuovo proprietario, Berlusconi. Quella di Berlusconi è un’altra Einaudi. Dalla Einaudi è venuta la Adelphi, nel senso che nella dirigenza Adelphi c’è una parte della dirigenza Einaudi, ma la Adelphi è un’altra cosa. Se tiene presente un uomo, non è il proletario ma il genio, se ha una nostalgia è l’impero austriaco, se ha una rivoluzione non è sociale ma estetica. Sono editrici-cataloghi, e cataloghi-persona, a costruirli è il gusto di uno (in Adelphi, Roberto Calasso). La Mondadori non è così. Fa opere ma anche prodotti, al libro che resta ma non vende affianca il libro che vende ma non resta. È un’editrice completa, stampa anche poesia, quasi nessun altro in Italia lo fa. La lettura crea un gusto, un’opinione, in definitiva una coscienza, e la Mondadori, che fornisce letture a tutti, dai bambini ai vecchi, dagli uomini alle donne, dal divertimento all’impegno, è la più grande fabbrica di gusto e di coscienze che ci sia in Italia. Non è serva di Berlusconi, è sciocco pensarlo, i suoi dirigenti sono troppo illuminati, ma non sarà mai contro. Per un imprenditore che non vuole fare il politicante ma segnare un’epoca e farsi amare da una fetta di umanità, non per quello che fa ma per quello che comunica, è un’azienda strategica.
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