Quotidiani delle Venezie 30 giugno 2011
Avevo letto sui giornali che nelle nostre città s’aggirano piccole bande d’immigrati che si buttano addosso alle auto, per fingersi vittime d’incidenti e spillare un po’ di euro. Lo pensavo un fenomeno raro, “sarà successo una volta soltanto, mi dicevo, un cronista acuto l’ha riferito, ma non capiterà mai a me”. Invece m’è capitato. Eccolo.
Arriva un amico a trovarmi, passerà la giornata con me, non è italiano e non sa niente della mia città, perciò lo vado a prendere in stazione. L’area della stazione è ad alta densità d’immigrati, ci sono vie piene di maghrebini, altre di cinesi. Nelle vie, microscopiche banche con un tavolino e un paio d’impiegati, per l’invio di denaro in patria. Centri internet. Telefoni pubblici. Ci sono strade dove sui campanelli stanno solo nomi cinesi: mi domando se un vigile deve consegnare qualche documento comunale come fa a trovare il destinatario. Almeno il nome dovrebb’essere in caratteri latini. La piazza della stazione è intasata di traffico, non trovo da parcheggiare, resto in auto e aspetto. Fanno tutti così, il piazzale è pieno di auto in sosta vietata e autisti al volante. Improvvisamente alla mia sinistra un tafferuglio: una signora è arrivata in Panda e ha urtato un cinese, l’uomo è a terra e si lamenta, si tiene i fianchi, avrà qualcosa di rotto. La donna è spaventata. Un altro cinese s’avvicina, per fare il paciere. Perché il cinese-vittima dice tra i lamenti: “Pòlis…, pòlis”, vuole la polizia. La donna è sulle spine, il paciere propone: “Cento euro”. L’investitrice esita, ma teme di avere qualche responsabilità penale. Il paciere lancia la soluzione: “Cinquanta euro”. La donna guarda la vittima e pensa che cinquanta euro non sono la fine del mondo, il cinese-vittima accetta la banconota di malavoglia, la mette in tasca e si trascina via tutto curvo, premendosi un fianco. “Poveri immigrati - penso -, se subiscono un incidente non s’azzardano neanche a fare causa, s’accontentano di una mancetta”. Mi fanno pena. Arriva il mio amico, lo porto a casa e passo la giornata con lui.
Alla sera lo riporto in stazione. E si ripresenta il problema: non c’è posto per parcheggiare. “Non importa – fa l’amico -, puoi lasciarmi qui nel piazzale”. Mi fermo, lui scende a destra e io a sinistra, lui apre la sua porta e io la mia. Sulla mia porta sbatte con un tonfo sordo un uomo sconosciuto, che prima non avevo visto, rotola sul lastrico con lamenti strozzati. Lo guardo: un cinese. Sono sbalordito. Il mio amico è costernato. La gente intorno ride. La odio: come si fa a ridere di un incidente? S’è fatto male un cinese, è vero, ma i cinesi sono uomini come noi. Mi chino sul poveretto, lo tiro su, ma lui resta curvo premendosi la pancia. Appare un altro cinese, mai visto prima, dov’era nascosto? Quest’ultimo dice: “Pòlis…, pòlis…”, vuole la polizia. Tira fuori un telefonino e preme i tasti. Guardo i tasti che preme, sono sbagliati, se vuole la polizia deve fare uno uno tre. “Uno uno tre” gli suggerisco. Mi guarda sorpreso, risponde: “No italiano”, non capisce l’italiano. Allora glielo dico in inglese: “One one three”. Preoccupatissimo, risponde: “No english”. No italiano, no english, ma che lingua capiscono? “No problem”, gli dico, tiro fuori il mio cellulare e faccio uno uno tre. S’allontanano subito, prima alla chetichella poi di corsa. Signori, è nata una nuova truffa: il cinese sotto l’auto. Avevo letto che tentano 5-6 colpi al giorno, se gliene riescono due-tre vanno sui 100-150 euro. Purtroppo io ho reazioni letterarie, e nel cervello mi sale un titolo: “Donnarumma all’assalto”, uno dei più bei romanzi di Ottiero Ottieri: racconta di quando la Olivetti piantò una fabbrica al Sud, e i meridionali si buttavano sotto l’auto del padrone per creargli un senso di colpa e venire assunti. Niente di nuovo sotto il sole. Quando hai fame, le inventi tutte per non morire.
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