Quotidiani delle Venezie 9 giugno 2011
Uno spettacolo come quello offerto dalle nostre Poste in questi giorni danneggia gravemente l’immagine dell’Italia nel mondo: per chi ci guarda, italiani e stranieri, non siamo un paese all’altezza del progresso tecnologico, ma siamo arretrati e siamo fermi. Perché non si tratta di un guasto al sistema centrale di una rete di computer: quello può starci. Non si tratta nemmeno di un servizio che va in tilt e rimanda a casa gli utenti senza averli serviti: è una cosa grave, non dovrebbe mai succedere, ma può succedere. Qui si tratta di ben altro: un servizio pubblico di primissima importanza, come le Poste, dotato di un novissimo sistema computeristico, è bloccato da oltre una settimana, e: 1) non si riesce a farlo funzionare come dovrebbe nella sua normalità, 2) non si capisce qual è il problema, non c’è una diagnosi né una prognosi, 3) vengono fornite ogni giorno notizie tranquillizzanti, fra un’ora partiamo, l’emergenza è finita, che si rivelano puntualmente sbagliate, 4) l’unica dichiarazione del potere politico è l’augurio che non parta una class action.
La paralisi ultrasettimanale delle Poste è un guaio che deriva da molte disfunzioni. E sono tutte queste disfunzioni a mostrare al mondo che non siamo un paese moderno. Il nuovo cervellone centrale delle Poste ce l’ha fornito una ditta straniera, la IBM, e adesso che il cervellone s’è guastato (praticamente subito, appena entrato in servizio), è la ditta costruttrice che sta lavorando alla soluzione del problema inviando in Italia trenta tecnici e mettendone a disposizione altri cento, fra la California e il Canadà. Dunque siamo nelle mani degli altri, non solo nella produzione di queste macchine ma anche nella loro manutenzione. Macchine così non sappiamo né costruirle né ripararle. Nel campo tecnologico, siamo colonie. Si dirà: ma gran parte del mondo è nelle nostre condizioni, la super-tecnologia è di poche superpotenze, per non dire di una sola. Vero. Noi siamo acquirenti. Ma siamo inadeguati anche come acquirenti. Un acquirente compra bandendo una gara d’appalto, l’appalto ha delle regole, chi fornisce il servizio ha degli obblighi, tra gli obblighi c’è sempre l’assistenza immediata ed efficiente. E l’appalto deve contenere i dati del servizio che viene richiesto. È inammissibile che adesso, tra le scuse del malfunzionamento, si adduca che gli utenti sono troppi. È vero, si tratta di 14mila uffici e 60mila terminali. Ma chi concorre, concorre per prestare quel servizio, e riceve un compenso adeguato. Gli impiegati delle Poste ripetono che loro non c’entrano, fanno quel che devono fare e anche di più, perché adesso lavorano anche fuori orario: è vero, il problema non è nel personale, è nella macchina, quindi in chi l’ha costruita e in chi l’ha comprata. Quando nei servizi pubblici si verifica qualche grosso guaio, la prima preoccupazione delle autorità è che tutto rimanga come prima, che nessun colpevole venga punito, e che la base (l’utenza) si plachi il più presto possibile. Anche questo è un comportamento da paese non moderno. Sarebbe bello se adesso le autorità non dicessero: “Sistemiamo tutto in fretta, state calmi”, ma dicessero: “Siamo arrabbiati quanto voi, chi ha vinto la gara non rispetta i patti, lo puniremo anche a nome vostro”. La class action è una reazione sacrosanta, da paese moderno. L’insabbiamento è una reazione arcaica, da paese arretrato. A quest’ora dovremmo sapere cos’è successo, di chi è la colpa, e come la pagherà. I clienti lo chiedono, perché hanno coscienza dei loro diritti. I dirigenti non rispondono perché non hanno coscienza dei loro doveri.
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