La stirpe di Camon, vero romanziere in un mondo di sedicenti scrittori
"Gli altri sono allegri da malati. Noi siamo tristi anche da sani". Al capezzale del padre colpito da ictus Ferdinando Camon tiene il conto delle benedizioni (altrui) e delle maledizioni (proprie). Ha appena scoperto che il genitore contadino, a cui ha comprato una cartellina con l'alfabeto perché riuscisse a spiegarsi un po' - indicando le lettere della parola che non riesce a pronunciare, il metodo usato dal giornalista francese Jean-Dominique Bauby per scrivere "Lo scafandro e la farfalla" muovendo solo la palpebra sinistra - non sa l'ordine alfabetico. Si aspetta di trovar subito le lettere che gli interessano, disposte come in una tastiera: le più frequenti a portata di dito. Le iniziali dei nomi dei suoi amici, e la "P" del Papa, dovrebbero risaltare tra le altre, meno utili alla bisogna.
"La mia stirpe" racconta quattro generazioni Camon. Il castissimo corteggiamento tra il padre e la madre (si vedevano in chiesa la domenica), ricostruito con le brutte copie delle lettere vergate sulle pagine bianche di un vecchio atlante, ancora con le colonie. La nipotina settenne che parla di fidanzati e spiega a una signora sul treno come si fanno i bambini ("si deve far mettere un semino dal marito"). Il padre che andava a trovare le figlie guidando il trattore, a una certa età meno pericoloso dell'automobile. Il figlio che, dopo aver scritto un capitolo, si mette i pesi alle caviglie e passeggia di notte per Padova fino allo stremo delle forze, perché un vero lavoro deve stancare il corpo. Su tutto, l'idea che la scrittura sia apparentata con la nevrosi e con la santità: una condizione, un modo di vivere, nulla a che vedere con l'intelligenza, e forse neppure con la volontà.
Capita così che Ferdinando Camon, in un mondo di romanzieri che stabiliscono di essere tali (è meglio che lavorare e l'orecchio per la pagina ben scritta è più scarso dell'orecchio musicale, quindi raramente vieni smascherato), sia letto e celebrato meno di quel che merita. Eppure nessuno meglio di lui ha saputo raccontare il mondo contadino - quello vero e atroce, di chi si iniettava acqua infetta nel ginocchio per non partire in guerra. E la psicoanalisi, da Cesare Musatti che spifferava le analisi dei colleghi scrittori (per questo Camon smise) alle adunate di Massimo Fagioli. E le badanti, quando ancora nessuno ne parlava.
E i superbaby cresciuti ascoltando Mozart nella pancia della mamma.
Tra gli episodi de "La mia stirpe", anche un'udienza papale. Convocati da Benedetto XVI, trecento artisti di tutto il mondo. Ferdinando Camon mette il vestito buono, e sotto la camicia tiene le fotografie del padre e del nonno, rivolte verso il Papa (era il loro sogno, mai realizzato). Qualche sedia più in là, un regista di cui si sussurra: "Sta girando un film sul Papa in analisi". È Nanni Moretti, sicuro che sua Santità entrerà dalla porticina di destra sotto il "Giudizio Universale". Il professorino sbaglia. Arriverà da dietro, con la veste che lascia scoperte le scarpe rosse e le calze bianche.
Mariarosa Mancuso, "Il Foglio", 11 05- 2011