Quotidiani delle Venezie 12 maggio 2011
Queste non sono elezioni politiche, ma hanno rilevanza politica (Berlusconi ne sta facendo un referendum su se stesso), e tutti i media tirano un consuntivo: come siamo messi? Bene o male? Miglioriamo o peggioriamo? Che succede nel campo delle tasse, dell’occupazione, del lavoro per i figli, delle guerre in cui siamo impegnati, del Sud con i cronici problemi del sottosviluppo e della malavita, della Giustizia e dell’interminabile conflitto premier-magistrati, che ne è della sicurezza nelle nostre città, che ne è (anche questo conta) del nostro prestigio all’estero? cresce o cala? Non evitiamo le domande, cerchiamo di rispondere. Non come partigiani di una parte o dell’altra, ma come cittadini qualsiasi. Quali siamo.
Tasse. Ogni parte politica, quando si vota, promette di ridurle. Non le riducono mai. E sono altissime. Gli esperti dicono: sopra il 40 % dei quel che guadagniamo. E commentano: troppo. Ma qui dobbiamo fare un passo avanti: siccome la percentuale di nostri connazionali che non le pagano è enorme, allora quelli che restano, cioè noi, che le paghiamo, paghiamo molto di più del 40%, andiamo oltre il 50%. Mi vien da usare una parola che non esiste: troppissimo. Pagare le tasse è giustizia, ma pagare queste tasse è un’ingiustizia. Quando poi gli evasori e gli esportatori di moneta vengono condonati, l’ingiustizia diventa benedetta dallo Stato.
Col lavoro siamo in crisi nera, quelli che cercano il primo impiego non lo trovano, hanno l’età per sposarsi e fare figli ma gravano sui padri e sui nonni. È un fallimento generazionale. Ci sono Stati nel mondo che sono usciti dalla crisi, e ci sono Stati in Europa che stanno uscendo, primo fra tutti la Germania. Noi siamo bloccati, quest’anno non miglioriamo in niente rispetto all’anno scorso. Stiamo evitando di essere la Grecia, i bilanci son lesinati al centesimo, ma cosa fa un padre che perde il lavoro? Si spara? È alla disperazione. A “Ballarò” abbiamo visto i lavoratori sardi del carbone, licenziati a centinaia: interi paesi in lutto. In Italia abbiamo perso la proprietà di super-aziende faticosamente risanate, come la Parmalat. Non le abbiamo protette dall’assalto degli stranieri. Nel campo delle auto, siamo invasi da marche estere. Avevamo clonato la nostre aziende in Urss, Argentina, Brasile, Spagna, est europeo, adesso le nostre marche spariscono, c’è perfino un ripetuto assalto dei tedeschi all’Alfa Romeo. Le nostre autorità politiche si mostrano dieci volte al giorno nei tg mentre arrivano ai loro uffici su auto straniere: ma come si può? È una vergogna, come se i nostri operai non sapessero più fare le auto. Nessun ministro straniero mostra un simile disprezzo per i suoi prodotti interni.
La criminalità è sempre al lavoro, ogni tanto annunciamo qualche “grave colpo inferto”, ma evidentemente le cosche hanno una capacità di rinascita che o le nostre autorità non conoscono o ce la nascondono. Mafie di diversa natura sono penetrate in Lombardia e nel Nord-Est. Secondo Roberto Saviano, i centri operativi ormai sono qui.
La guerra premier-magistrati tocca il vertice, mai stata così sanguinosa, ci sono magistrati accusati pubblicamente di essere terroristi trotzkisti e ribelli sovversivi, non servitori dello Stato, ma un cancro dello Stato. Qui delle due l’una: o queste accuse sono provabili, e allora c’è un reato degli accusati, o non sono provabili, e allora c’è un reato di chi accusa. Perché il reato c’è. Dichiarare al mondo la non-credibilità della Giustizia è una pugnalata al corpo della nazione, la uccide.
In conseguenza di tutto ciò, il nostro prestigio all’estero è sceso a zero, ad essere italiano c’è da vergognarsi. Perfino gli immigrati ci sghignazzano addosso. Dicono che quando gli telefonano dalle loro case lontane, i famigliari non gli chiedono come stanno, ma qual è la nuova barzelletta del nostro premier. Il principio che dovrebbe attuare la politica è uno solo: chi merita, ottiene; chi non merita, perde. Noi, di destra e di sinistra, meritiamo di cambiare.
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