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Ferdinando Camon

Per la Festa degli Alpini a Torino

 

"La Stampa" 8 maggio 2011


I marines hanno un motto: “Una volta marine, per sempre marine”. Funziona anche per gli alpini: “Una volta alpino, per sempre alpino”. Sono stato alpino, tenente degli alpini, e non posso più liberare la memoria da quei ricordi. Bellissimi, enigmatici, ma uno umiliante. Voi direte, come farebbe un bravo psicanalista: “Prima l’umiliante”. No, prima gli enigmatici, perché sono stati il secchio d’acqua fredda che m’ha svegliato. Arrivo al reparto, ufficiale con una stella, il capotano sa che sono laureato e mi manda ai muli. Vado ai muli, per fare amicizia con un mulo mi piazzo dietro e commento: “Bella bestia”. Un soffio di vento mi scuote la faccia. Era un calcio dell’animale. L’alpino che curava i muli m’avverte: “Signor tenente, i muli con un fiocco sulla coda scalciano, quelli con un  fiocco all’orecchio mordono”. Ma non poteva dirmelo prima? Se quel calcio mi centrava la testa, il reparto perdeva un ufficiale, mia madre un figlio, e io me stesso. Mi balzò alla mente l’undicesimo comandamento, inventato da mio padre: “Undicesimo, non dormire”.
Abbiamo fatto il Pelmo, l’Antelao, il Civetta, altre quattro o cinque Dolomiti, tutte sopra i tremila, ma abbiamo fallito la Cima Grande di Lavaredo. Io ho compiuto tutte le missioni affidatemi col mio plotone, ma ho fallito la Malga Col Trondo. Gli alpini erano soldati… no, questo è un termine sbagliato, erano uomini di assoluto affidamento. Potevi chiedergli tutto quello che volevi, loro eseguivano. Il plotone era composto di 40 uomini, avevo una decina di piemontesi di un coraggio e una forza impressionanti. Avevo tre bolzanini di lingua tedesca, non capivano l’italiano: soldati di una tenacia sovrumana. Nessuno dei 40 uomini del plotone, e dei 200 della compagnia, ha la minima responsabilità per i fallimenti. Gli alpini vanno dove devono andare, anche all’Inferno. Se non ci arrivano, è perché chi li comanda non sa guidarceli. Abbiamo dormito ai piedi della Cima Grande, gli alpini nelle tende, noi ufficiali nel rifugio.Verso le 10 prepariamo la scalata. Dovevamo salire per un camino, abbastanza facile. Ma nella notte era nevicato, le rocce erano ghiacciate, il capitano era pauroso di natura, rifiuta di salire, e stila il verbale: “Tempio inclemente”. Poiché Dio c’è e odia le bugie, un’ora dopo arriva la Julia. Sale. Scende alla sera, il comandante stila il rapporto, mi metto alla sue spalle, e leggo: “Tempo eccellente”. Eravamo armati ma non avevamo munizioni, perciò non gli abbiamo sparato. Le munizioni ce le davano quando andavamo al confine con l’Austria. Quando andammo, io e il mio plotone, alla Malga Col Trondo, avevamo le munizioni. Ci scaricarono dal camion e partimmo. Nelle marce, gli alpini eran bestie instancabili. Ma cammina e cammina e cammina, dopo ore e ore di marcia non vediamo nessuna malga. Gli alpini mi guardavano con disprezzo. Era colpa delle montagne, piene di metalli, che fanno impazzire la bussola. A 7 ore dal villaggio più vicino vediamo una baita fumante, un solo inquilino seduto all’aperto, tra la neve alta  due metri, legge un libro. Il mio plotone gli sfila davanti sferragliante, lui non alza gli occhi. Poiché Dio c’è ed è pietoso, troviamo un’altra malga, e ci siamo salvati. Due domande m’han tormentato per anni. Dov’era la malga? E cosa leggeva quell’uomo? La prima l’ho risolta tre giorni fa. Chiedo a Google “Malga Col Trondo” e Google mi spara sotto gli occhi un immenso agriturismo con 80 coperti, a pochi chilometri dall’Austria. Resta l’altra domanda: cosa leggeva quell’uomo, sperduto in volontario isolamento da tutta l’umanità, tra la neve e i lupi? Quale libro? Nel momento del Giudizio Universale lo troverò. E glielo chiederò. Resta l’onta del fallimento alla Cima Grande. Ogni anno passo le vacanze lì sotto. La guardo, e ammutolisco per la vergogna.

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