Quotidiani delle Venezie 20 aprile 2011
Diciamo la verità, non c’è uno di noi che non segua le notizie della ragazza pachistana chiamata Jamila (nome inventato), perché dicono questo: è “troppo bella”; ha 19 anni, fa la studentessa, qualche ragazzo s’è innamorato di lei, e allora la famiglia ha deciso di rimandarla in Pakistan, a sposare uno che lei non conosce; è rimasta assente per 15 giorni, finché il preside ha denunciato il caso alla stampa; si son mossi i professori, i famigliari, il console, il questore, diversi mediatori sociali, e adesso la ragazzina è tornata a scuola. È stata filmata. È stata intervistata. Ne sappiamo di più ma non sappiamo tutto, e restiamo preoccupati come prima.
Non sappiamo tutto. Specialmente noi lettori maschi. Perché la nostra domanda è: cosa vuol dire “troppo bella”? Può una ragazza essere “troppo” bella? Per noi occidentali, no. Più bella è, meglio è. Per tutti. Per chi la sposa e per chi vive con lei, a scuola o, un domani, al lavoro. Ma per la cultura pachistana evidentemente c’è un limite alla bellezza: fino a quel limite la bellezza è un bene, oltre quel limite è un pericolo. Questa ragazza ha superato il limite, ed è un pericolo. Qui, in Italia. Il pericolo si evita rispedendola a casa, in Pakistan. Domanda: sono integrabili, uomini con questa cultura? Certo che no. Per essere integrati, devono modificare questa cultura.
Non sappiamo tutto. Specialmente su quel ventilato ritorno in patria. Le prime notizie dicevano che la rimandavano in Pakistan perché sposasse un pachistano ricco, che avrebbe tolto i suoi famigliari dai guai. È la solita storia delle bambine e ragazzine di quest’area dell’Islam che vengono date in spose a uomini che non hanno mai visto. Sono integrabili, uomini con questa cultura? Certo che no. Con che cosa urta questa cultura? Qualcuno, frettoloso, risponderà: con la nostra cultura. No, troppo poco, se fosse così si potrebbe trattare. Dare le figlie in spose a uomini che non hanno mai visto, e di cui non sono innamorate, non urta soltanto contro la nostra cultura, ma contro la natura umana. È la natura umana, con i suoi meccanismi dell’innamoramento e dell’attrazione anche (o soprattutto) sessuale, a creare le coppie, prima di fidanzati poi di coniugi. Due si sposano perché si amano e si desiderano. Obbligare una figlia a sposare un uomo perché lo ha scelto la famiglia, è innaturale, è snaturato. Piccola-terribile aggiunta a questo aspetto della notizia: ogni anno, ce lo ricorda un quotidiano nazionale, ci sono 1500-2000 bambine figlie di immigrati provenienti da quest’area del mondo (Pakistan, India, dintorni), studentesse in scuole italiane della media inferiore o superiore, che rientrano in patria e spariscono. Che fine fanno? Vengono spedite a casa a sposare qualcuno che non conoscono. Se sono, o stanno per essere, cittadine italiane, e vivono in famiglie che sono, o stanno per essere, o voglion essere, italiane, qui c’è un problema. Essere italiani e consegnare le figlie, come schiave, a uomini che non conoscono, non va bene. Il rischio che corrono ribellandosi è tremendo. Hina è stata sgozzata per questo. Dal padre. “Ma non è giusto che suo padre stia in carcere” dichiara oggi Jamila. No, cara aspirante italiana troppo bella, è giustissimo. Tu vuoi diventare italiana? Per diventare una bella italiana, devi mandare in galera i padri che sgozzano le figlie. E fatti fotografare, quando vai sui giornali! Le belle italiane fanno così. La tua bellezza fa parte della notizia. Aspettiamo di vedere la foto del tuo matrimonio. Lui raggiante, per avere una donna troppo bella. Ma te non ti vogliamo vedere depressa, come una che sposa uno di cui non è contenta. Il matrimonio non significa amore e felicità per sempre, neanche qui da noi. Ma per un giorno sì. Almeno un giorno. Quel giorno.
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