Quotidiani delle Venezie 22 marzo 2011
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articoli » 22 ottobre 2006
Guerra di Libia, come finirà?
Prima di fare una guerra, ci sono mille ragioni per non cominciarla. Quando una guerra è cominciata, ci sono mille ragioni per continuarla. Quando una guerra non c’è, si guarda con sospetto chi la vuole. Ma quando una guerra c’è, si guarda con sospetto chi non la vuole. In questo momento, la Lega. Se un paese è in guerra, chi è contro la guerra è contro il paese.
Noi siamo in guerra, ci siamo entrati nel modo peggiore, nel momento peggiore, con un inizio delle ostilità che peggiore non potrebbe essere. Una nostra nave è stata presa in ostaggio. A Tripoli. Con tutto l’equipaggio. Un’assurdità totale. È una nave dell’Eni, dopo tre giorni di guerra guerreggiata andava a Tripoli a portare a casa alcuni operai libici, nel cuore del paese nemico. E così, adesso, siamo sotto ricatto. Abbiamo sbagliato prima della guerra, con quel rapporto umiliato con Gheddafi, abbiamo sbagliato l’entrata in guerra, ultimi e ambigui, e abbiamo sbagliato l’inizio delle ostilità, scaricando in braccio al nemico una manciata di ostaggi. Non siamo fatti per la guerra. Non è detto che sia una colpa o un errore. Ma quando c’è una guerra, chi non è fatto per vincerla la perde. E chi la perde ha torto.
Mai come in guerra la ragione è di chi vince. La guerra è giusta se la vinci, è ingiusta se la perdi. Noi ci vergogniamo della seconda guerra mondiale, riteniamo che noi avevamo torto e i nemici avevano ragione, ma gran parte di questa convinzione è dovuta anche al fatto che abbiamo perso. Chi vince domina l’epoca che s’apre, e dominarla vuol dire padroneggiare i mercati e le coscienze. Perché c’è ancora chi si domanda se le guerre d’Iraq e d’Afghanistan è o non è giusto combatterle? Perché, anche in casa nostra, c’è chi propone che ritiriamo i nostri soldati? Perché non abbiamo vinto. È la vittoria che fonda l’etica.
A questa guerra contro la Libia arriviamo nel modo peggiore, perché verso la Libia avevano il rapporto peggiore. Questo rapporto si riassume nel baciamano del nostro premier al premier libico, nell’impegno a costruirgli strade per cinque miliardi di euro, e nel considerarlo il leader dell’Africa. La solidarietà, sia pure parziale, della Lega Araba verso la risoluzione Onu anti-Gheddafi dimostra che questa strategia era sbagliata. Unico paese del mondo ad avere una relazione di ossequio verso Gheddafi, siamo l’unico paese la mondo a condurre la guerra da renitenti: forniamo basi ma non bombe, mandiamo aerei ma solo per pattugliare i cieli, studiamo piani ma per conto nostro, perché nessun paese della coalizione condivide i suoi piani con noi. Gli altri paesi hanno approntato due piani da cui siamo esclusi: 1) come distruggere Gheddafi, 2) chi creare dopo Gheddafi. Il che vuol dire: guidare questa transizione della Libia, dalla dittatura al dopo, e avere un rapporto privilegiato col governo che verrà dopo. E cioè: scalzare l’Italia dal ruolo di primo partner d’affari con la Libia. Il Nord Africa esporta due cose, e mi scuso per la parola “cose”: 1) gas e petrolio, 2) emigranti. Berlusconi ha impostato la sua politica filo-Gheddafi per avere gas e petrolio e non avere emigranti. S’era illuso di esserci riuscito. L’insurrezione popolare distrugge questa illusione, e le potenze occidentali che conducono la guerra lavorano per rovesciarla: a quelle potenze dovrebbero andare gas e petrolio, all’Italia gli emigranti. Probabilmente, in intese segrete, si son già divise le quote delle materie prime. Quanto agli emigranti, che finora vengono quasi tutti dall’ex colonia francese che è la Tunisia, la Francia ci ha risposto: “Teneteveli”. La guerra è appena cominciata. Poco o tanto che duri, non si può dire chi la vincerà. Ma una cosa possiamo già dire: noi l’abbiamo persa.
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