Quotidiani delle Venezie 1 marzo 2011
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articoli » 22 ottobre 2006
Dove ha sbagliato Yara
Ora sappiamo tutto del delitto di Yara, e vorremmo sapere tutto, presto, del castigo: chi è stato, perché l’ha fatto, in che modo, con chi, quanti anni ha, che faccia ha. Ma questa sarà una risposta dal valore, come dire, antropologico: ci farà capire cosa si nasconde in certi uomini, cosa gli succede, di quali forze cadono in balia. Non potrà avere un valore diminutivo della colpa. Una colpa così non ha attenuanti, se si esclude la follia o l’incapacità d’intendere e di volere. In questa fase della notizia, quando è chiaro che cosa è avvenuto e non è ancora chiaro chi l’ha compiuto, possiamo ricavare qualcosa di utile per le ragazzine adolescenti che vivono nelle nostre case, frequentano le nostre scuole, vanno ai corsi di danza nei nostri quartieri. Le nostre figlie o nipoti o alunne. Affinché nessuna di loro possa cadere nella trappola in cui è caduta Yara, o ripetere il suo errore.
Ora sappiamo (se le indagini cambieranno qualcosa in quello che sto per dire, ne prenderemo atto, e se quel qualcosa darà un’immagine meno dolorosa dell’evento, ci libererà da un peso) che Yara è stata vittima di un incontro prima gradito o almeno accettato, poi sgradito e rifiutato fino alla morte. Dunque, un incontro che s’è rivelato ben diverso da come lei lo credeva all’inizio. Le ricostruzioni che correvano ieri sui siti web dicevano che l’incontro è finito con un’aggressione, lei s’è difesa e ha resistito, opponendo le mani nude al suo aggressore armato di un coltello, perciò è stata colpita dalla lama a un polso, a una mano, al petto, e infine, sei volte, sulla schiena. Quand’è stata colpita alla schiena probabilmente era caduta, e questi colpi son ritenuti, dalle prime indagini, i colpi mortali. Se le cose sono andate così, Yara ha commesso un errore, un ingenuo, infantile-adolescenziale, errore, tutt’altro che raro nelle ragazzine della sua età. E cioè: si è fidata del compagno sbagliato. Dicendo “compagno” intendo un ragazzo, e dicendo ragazzo uso il termine usato da uno degli abitanti del paese, che ha dichiarato: “Adesso dovremo guardare con occhi diversi i ragazzi delle nostre case”. Intendendo dire che l’assassino abita lì, e aveva con Yara un rapporto di amicizia. Se non è un ragazzo, resta comunque il rapporto di amicizia o di conoscenza, se no il passaggio in auto lei non l’avrebbe accettato. Yara aveva tredici anni, e per quei tredici anni si credeva un tabù per tutti. Anche questo è un errore, purtroppo diffuso nelle menti di tante bambine che s’aggirano nelle nostre case: credono che la giovane età sia uno scudo che le protegge. Non è più così. Le violenze degli uomini sulle bambine sono scese ad età sempre più basse. Da casa a scuola, quella scuola di ginnastica ritmica, Yara percorreva settecento metri, meno di un chilometro, otto minuti a piedi. Da sola. Non è un rischio enorme, molte famiglie lo accettano. Il fatto è però che è salita su un’auto (così pare) che andava in un’altra direzione, e ha fatto nove chilometri: probabilmente, l’abbiamo perduta appena è salita, perché è lì che s’è perso il segnale del suo telefonino. Dunque chi l’ha invitata o raccolta aveva già un piano in testa, e ha cominciato ad attuarlo subito, impedendo che lei lasciasse tracce. Doveva lasciarle prima: un sms a un’amica o alla mamma. Le nostre bambine dovrebbero sempre dirci con chi vanno, quando vanno con qualcuno. Ritengono istintivamente che non-dirlo sia una forma di maturità. Non è così. La vera maturità si dimostra prendendo atto che i pericoli sono cresciuti, adesso insidiano tutte, fino alle scuole medie (Yara era in terza media) anzi fino alle elementari (se per qualcuno di voi è difficile leggere queste righe, sappia che per me è stato difficile scriverle). Rispetto a quel che credono le bambine, il mondo è molto peggiore.
PS. Eventuali e-mail di consenso o dissenso vanno tra i "Dialoghi con i lettori".