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articoli » 22 ottobre 2006
Bellissimo romanzo su una nata brutta
La bruttezza è una tara esistenziale: quando la protagonista nasce i medici evitano che madre e padre la vedano, quando cresce i genitori la chiudono in casa, non vogliono mandarla a scuola o al conservatorio. Nella famiglia dove c’è una figlia brutta è difficile vivere, parlare, mangiare. Perfino trovare una domestica o una tata. La più saggia di queste se ne va dichiarando: “C’è troppo dolore in questa casa”. La figlia brutta imbruttisce la madre, che si lascia andare e non parla più. La bruttezza è un tossico, come la bellezza è un lievito. La madre non allatta una figlia brutta, non ce la fa. L’angoscia della bruttezza tracima fuori della famiglia, invade il lavoro dei genitori, lo sabota: il padre fa il ginecologo, ma un po’ alla volta perde le pazienti incinte, perché “vedevano nelle mie (il romanzo è in prima persona, parla Rebecca) forme belluine la rappresentazione crudele delle loro paure”. Tutto questo è condensato già nelle primissime pagine; visto il problema, tu lettore pensi: adesso lavora alla soluzione. No, non è così. Perché quel problema genera (o è generato da) tanti altri problemi, e il racconto lavora all’impostazione e, per quanto possibile, alla soluzione di tutti. C’è il problema della bambina nata brutta, che rinvia a chi c’è prima della nascita, dio o Dio o come si chiama; c’è il problema del padre, che non regge il proprio ruolo, non accompagna la figlia a scuola; della madre, che si chiude in un silenzio in cui la piccola si sente annegare (ma alla fine troverà il diario della madre, e sarà come ricominciare da capo il rapporto con lei, soffocato stavolta da un eccesso di intimità e di rivelazioni); il problema della zia Erminia, che non ama la madre, perché?, mentre ama troppo il padre, suo fratello, perché?; il problema dell’amica di scuola, Lucilla, che (unica fra tutti) la saluta e le parla fin dal primo giorno, forse perché è grassa, e grassa con brutta unisce tara con tara… Lavorando alla soluzione di tanti problemi, di tante vite, il libro acquista una struttura a delta, terminando si ramifica. È qui la sua sapienza. Non so quanti anni abbia l’autrice, che con quest’opera ha vinto il premio Calvino (non sarà mai esecrato abbastanza il tabù delle donne, di dire la propria età), ma anche se ne ha pochi, questa è un’opera matura, sapiente, memorabile per la sagacia che ostenta nel trovare uno sbocco coerente a tante biografie intrecciate, e per l’altezza che attinge nel narrare la catastrofe, la tragedia e il miracolo. La catastrofe della nascita sventurata, la protesta contro (che cosa? I Greci direbbero:) il Fato; il miracolo di introdurre lo splendore della bellezza, una bellezza “che migliora l’umanità”, là dove sembrava che l’umanità toccasse il vertice della sua non-riuscita. E la tragedia: l’autrice introduce alcune soluzioni tragiche (un suicidio, un omicidio) con la mossa fulminea di un narratore di gialli, sbatti sul suicidio o sull’omicidio e non ti opponi, bastano due righe perché tu capisca che non poteva finire se non così. Quando la brutta svela la propria genialità non nel suonare musiche altrui ma nel creare musiche proprie, vien definita “un-miracolo-della-natura”, e la sua amica la chiama “stra-or-di-na-ria-men-te bella”: siamo a pagina 162, la penultima, mentre la prima riga della prima pagina diceva “una donna brutta”. Ma il libro non è la storia di una donna brutta che diventa bella. Bensì di una donna che, dal mondo dove tutti, compresa lei, la sentono come brutta, si costruisce un mondo su misura, dove tutto viene ricalibrato. Perfino la coppia. Perfino la maternità. È l’ultima sorpresa dell’ultima pagina. Nei ringraziamenti l’autrice avverte: “Rebecca vive nel quartiere delle Barche, ai piedi del colle su cui sorge il santuario della Madonna di Monte Berico”: vien voglia di cercarla, quando si va lì.
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