Quotidiani delle Venezie 22 dicembre 2010
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articoli » 22 ottobre 2006
Triste Natale
Siamo in pieno clima natalizio, e questo sarà un Natale triste. Il Natale è la festa dei figli, e i nostri figli non sono felici. Per tradizione, nelle feste di Natale, in qualunque luogo si trovino, tornano dal padre e dalla madre, mangiano con loro, parlano con loro. Si parla spesso di famiglia disunita, ma a Natale si riunisce. Però da alcuni anni in qua “non tornano a casa”, bensì “restano a casa”: non se ne sono mai andati, non se ne possono andare. Non hanno lavoro. Non hanno soldi. Non hanno una famiglia loro, o, se ce l’anno, la loro famiglia dipende dalla nostra, da noi padri loro e nonni dei loro figli. La loro è una dipendenza coatta, la nostra è una protezione obbligata. In questo rapporto malato sta il principale problema della nostra società: non riesce a creare lavoro. Non è un problema della Destra o della Sinistra: nel fallimento della politica pro-giovani sono coinvolti tutti i governi, da un decennio in qua. L’ex ministro dell’economia morto nei giorni scorsi, Padoa Schioppa, uomo di fiducia (meritata) del governo Prodi (e del governo irlandese, e di quello greco) chiamava “bamboccioni” i figli che non se ne vanno da casa, come se fossero fannulloni per pigrizia, e non, ahimè, per costrizione.
Non è un problema italiano, è un problema europeo, anche se in Italia è più grave. Non oso dire che la colpa sia dell’Europa Unita, non sono un politico. Però, più l’Europa s’è ingrandita più s’è indebolita, e ora che s’è ampliata al massimo, qualcuno dice che rischia il tracollo. Nel frattempo, tracollano alcune aziende, anche grandissime: le credevamo in grado di comprare il mondo, ma erano schiacciate dai debiti, pagavano i vecchi debiti contraendo nuovi debiti, finché il sistema è scoppiato. Dopo che siamo usciti dalla lira, sono esplosi mastodontici scandali di bancarotta, Parmalat, Cirio, e se fossimo rimasti nella lira avremmo dovuto svalutare più volte. Ma in Italia non abbiamo rigore: in America, Madoff, per una bancarotta di 70 miliardi di dollari, è condannato a 150 anni di carcere, ha un cancro e ha chiesto di uscire ma non glielo permettono, hanno messo all’asta il suo appartamento, le ville, gli yacht, e suo figlio, 46 anni, s’è impiccato: la pena era severa, col suicidio del figlio diventa tragica. Da noi le condanne sono miti, al limite del perdono. Diamo poca importanza alla bancarotta, alla truffa, all’evasione, all’esportazione di capitali. Pare che tutte le sventure economiche che immiseriscono la nostra vita, crolli in borsa, chiusura di aziende, evasione fiscale (ormai pari al 52% del prodotto nazionale), corruzione, perfino la diffusione della criminalità organizzata, arrivata adesso stabilmente anche al Nord (Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia), siano sventure dovute al Fato, verso le quali il cittadino deve rassegnarsi. Abbiamo imparato a convivere con l’illegalità, e adesso dovremmo imparare a convivere col disagio sociale e l’impoverimento che l’illegalità produce. La giovane generazione viene incanalata verso l’accettazione di questo sistema: non ha lavoro, non ha futuro, deve rassegnarsi a contare sui padri e sui nonni. La rivolta giovanile è la spia di una insofferenza della frangia più giovane della popolazione, che vuole qualcosa a cui ha diritto: la speranza. È una protesta che ha un senso finché è protesta, non ce l’ha più quando diventa distruzione, perché la distruzione distrugge tutto, anche la protesta. Ma essere disoccupati o precari non vuol dire soltanto non avere un posto, vuol dire non avere vita. Cioè studio, amori, compagnie, progetti, sogni. I precari sono 3 milioni e 750 mila: troppi. Nei giorni di Natale la presenza dei figli senza-sogni smorza la gioia in tutta la casa.
PS. Le email di consenso o dissenso, finiscono nella sezione "Dialoghi con i lettori".