Quotidiani delle Venezie 27 novembre 2010
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articoli » 22 ottobre 2006
Non è un bel momento
Non è un bel momento. I paesi europei sull’orlo della crisi sono Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, ma l’Italia vien subito dopo. La crisi economico-finanziaria potenzia e accelera le altre crisi, che in ogni paese sono latenti. Da noi sono latenti la crisi dell’unità nazionale, a cui ogni settimana il Veneto infligge un colpo mortale; la crisi della protezione naturale, come s’è visto nel Veneto; la crisi ambientale, come si vede a Napoli; la crisi della sicurezza, anche se non dobbiamo farci trascinare dalla furia polemica di Saviano, e accusare il partito dell’attuale ministro dell’Interno: onestà c’impone di riconoscere che questo ministro raccoglie più successi dei precedenti. Ma ciò non basta a farci credere che la vittoria sia sicura, né tantomeno che sia prossima. Siamo nel pieno di una crisi occupazionale, specialmente tra coloro che cercano il primo impiego: la giovane generazione di oggi sta peggio della giovane generazione di un quarto di secolo fa. Perdura la crisi della scuola e dell’università, dove non c’è ricambio d’insegnanti, non c’è un sistema di selezione del personale e di premio del merito. Nell’università non s’è ancora trovato un metodo per troncare la mafia accademica, che per essere accademica non è meno mafia dell’altra, e ha lo stesso risultato di soffocare il merito e creare clan. Soffriamo di una doppia crisi politica: la maggioranza emersa dalle ultime consultazioni s’è sfaldata, e il metodo in uso in tutte le democrazie, di far ricorso alle elezioni, da noi non è praticabile, perché siamo anche in una crisi del sistema elettorale. Il sistema elettorale impiegato nelle ultime elezioni cade sotto le accuse di tutti, quelli che han vinto e quelli che han perso. Accuse pesanti. Si dubita perfino che sia un sistema rispettoso della Costituzione. Io son convinto che non lo è. Facendo eleggere non i prescelti dagli elettori, ma i prescelti dai partiti, di fatto toglie il potere al popolo e lo dà ai partiti. È un sistema adatto a un golpe. Questo concetto non gira, perché siamo anche in una crisi del sistema informativo: non su tutti i giornali puoi esprimere un concetto del genere, né in tutti i tg. È in crisi l’idea di patria e di cittadinanza: non sappiamo chi possa dirsi italiano e chi no, se sia una questione di sangue (solo il figlio d’italiani è italiano) o di suolo (solo chi è nato in Italia è italiano), cioè un dato, o una questione di storia, cioè un prodotto (chi lavora con noi è dei nostri). Eravamo cattolici, lo era anche chi non lo era, perché, come diceva Benedetto Croce, nessuno poteva ritenersi al di fuori: il Cristianesimo era in tutto, scuola, famiglia, società, diritto. Adesso è diffuso un vezzo per cui se dici male della Chiesa sei “in”, se dici bene sei “out”. Siamo in piena crisi della cultura: non credo che il ministro dell’Economia abbia pronunciato l’espressione “con la cultura non si mangia”, ma quando le famiglie non hanno soldi, i primi beni a cui rinunciano sono libri, dischi, teatro, cinema, quadri, spettacoli, giornali. Nella corsa al si salvi chi può vince l’egoismo più barbarico e primordiale. Lombardia, Veneto, Liguria, Piemonte e Marche (ieri anche la Sardegna) non vogliono dare una mano alla Campania, che ha il problema di smaltire i rifiuti. Dire alla Campania “i vostri rifiuti ve li dovete mangiare”, come dice Gentilini, non significa “vorrei aiutarvi ma non ce la faccio”, ma significa “sono contento che stiate male, vorrei vedervi morire”. Qui occorrono tanti cambiamenti. Ma prima di tutto deve cambiare lo strumento che permette i cambiamenti, e cioè il sistema elettorale. Chi è d’accordo su questo si preoccupa per noi. Chi non è d’accordo si preoccupa per sé.
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