"Avvenire 29 ottobre 2010
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articoli » 22 ottobre 2006
Rinascere nei figli
Una madre italiana, divorziata da un tedesco, s’è presa di nascosto i due figli in Germania e li ha portati in Italia, e adesso viene accusata dalla Giustizia tedesca di “sottrazione di minori”. Un fax dalla Germania ha chiesto e ottenuto il suo arresto. La Giustizia tedesca fa uso di una legge che risale nientemeno che a Himmler, e in queste controversie internazionali privilegia la germanicità. Perciò questo è un caso complicato, ricco di elementi che lo differenziano dal caso tipico, ed è del caso tipico che qui vorremmo parlare: madre o padre separato, che perde i figli, e non ce la fa a vivere senza; che valore hanno i figli, durante il matrimonio e dopo la separazione; cosa siano la paternità e la maternità, se si possa fare il padre o la madre vedendo i figli saltuariamente invece che sempre.
No, non si può. La paternità o maternità sono presenza. Non sono saluto, denaro, telefonata: sono presenza. Non sono un contatto intenso (un viaggio, un film, una vacanza…), seguito da un lungo periodo senza contatti. Non sono la predica, seguita da lungo silenzio. Sono colloquio quotidiano. Dialogo. Accompagnamento. Già la nostra civiltà è tale che anche quando il padre vive in casa, in realtà non parla molto con i figli, non scende nei loro problemi, non li guida. Ma c’è, è lì, lo vedono, e incamerano la sua figura tra le figure interiori che li comandano. Se non c’è, se vive lontano per conto suo, al posto di quella figura c’è il vuoto, nel mondo interiore dei bambini. Le figure interiori di padre e madre sono così potenti, che se poi il ragazzo, cresciuto, va in analisi, scopre che gran parte dei suoi sogni sognano il padre e la madre, sono quelle le figure che hanno impiantato il suo essere, che lo hanno fondato. In questo trapiantarsi nei figli c’è per i genitori la coscienza di una continuità dopo la morte. Posso dire: “Dell’immortalità”? Ci terrei tanto a dirlo, a usare questo termine. Lo ritengo una parola-chiave dell’inconscio umano. L’uomo vuole non-morire. Ha il terrore della fine e del niente. È per questo che fa i figli. Il verso “morire senza figli vuol dire morire veramente” è nei “Sette a Tebe” di Eschilo, e spiega che ”far figli è un modo per non morire”. I figli ti continuano. E allora, cosa ti toglie, il tribunale che ti toglie i figli e li dà all’altro genitore? Ti toglie “l’immortalità”. Che non significa “ti fa morire”, ma “ti fa morire per sempre”. In Eschilo, “non fare figli” era un ordine del dio, ma l’uomo che riceve quell’ordine non vuole morire per sempre e allora fa un figlio, e da qui comincia l’interminabile lotta tra la sua stirpe e il dio. Il coniuge di oggi, quando gli vengono tolti i figli, patisce lo stesso trauma: si sente ucciso per sempre. Questo spiega le infinite lotte e astuzie che la signora italiana, protagonista del caso che sta sui giornali, adopera per recuperare i figli e portarli via con sé. La norma che viene usata contro di lei, e che risale a Himmler, impone il trionfo della germanicità sulla maternità: psicologicamente, un assurdo. Vorrei, se mi è permesso, citare una piccola esperienza personale, sui figli come immortalità. Ho l’abitudine, quando leggo un libro, di tracciare dei segni a matita, sul bordo della pagina: segni diversi, a seconda che mi prema evidenziare una frase bella, o sapiente, o esteticamente felice, o da meditare. Ebbene, mi càpita a volte di prendere in mano un libro e di trovarci quei segni: ma quel libro io non l’ho mai letto. Chi ha fatto quei segni? Un mio figlio, che non ha copiato da me, ma ha inventato autonomamente lo stesso sistema di segnare i libri. È come se un altro-io leggesse i libri che io non leggo. Faccio un passo avanti: è la prova che un altro-io leggerà i libri che io non leggerò, quando non ci sarò più. C’è qualcosa di consolatorio in questo. C’è qualcosa di disperante nelle condizioni in cui questo non è possibile.
PS. Anche per questo articolo, se ci sono lettere di consenso o dissenso, stanno nella sezione "Dialoghi con i lettori".