Quotidiani delle Venezie 3 agosto 2010
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articoli » 22 ottobre 2006
I difetti di noi italiani
«Il cattolicesimo, l’amore per la famiglia, l’estro artistico, la generosità, la passione per il calcio, la mentalità clientelare, élites politiche e culturali non all’altezza dei tempi, gioia di vivere, scarsa identificazione con lo Stato»: questa è la risposta che lo storico Paul Ginsborg dava, una quindicina di anni fa, sull’identità nazionale degli italiani. Lo ricorda Mario Isnenghi, in una poderosa opera in tre volumi che esce in questi giorni da Laterza (“I luoghi della memoria”). Domanda: siamo ancora così? Certo che no. Siamo cambiati, e non in meglio.
Il cattolicesimo non è più quello, è stato eroso dalla cultura moderna, filosofica, scientifica, anche se l’Italia è la nazione che insiste di più nel mantenere i crocifissi nelle scuole, e dov’è maggiore l’opposizione al Preambolo della Costituzione Europea, che si rifiuta di includere la radici cristiane nella storia del continente. Ma queste rivendicazioni non significano una presenza vissuta e unificante del Cattolicesimo. È sempre più largo il divario tra battezzati e praticanti. E i cattolici sono oggi enormemente diversi da com’erano sotto Pio XII: qualche volta, scherzando ma non troppo, ho scritto che il Dio di Pio XII e il Dio di Giovanni XXIII sono inconciliabili, uno scomunica l’altro. È cambiato il concetto di peccato, di grazia, di salvezza, di obbedienza. E non c’è dubbio che i concetti validi con Pio XII avevano una maggior forza unificante, perché allora l’uomo cattolico lasciava all’autorità la gestione della propria coscienza, e il perfetto cattolico era colui che perfettamente obbediva. Oggi il primato della coscienza individuale ha corroso l’obbedienza, fino a non farne più una virtù, ma una colpa.
La famiglia sì, rimane un valore, oggi più di ieri. Perché se vien meno la credibilità dei valori sociali e istituzionali, Patria, Legge, Stato, contro la disperazione che minaccia di nascere dalla mancanza di ogni orientamento, cresce il valore della famiglia come piccola cellula protettiva, capace di dare un senso alla vita, al lavoro e al sacrificio. La carriera nella società è una lotta tra famiglie, e per essere più forti le famiglie si uniscono in clan. I clan sono fonte di corruzione. La corruzione è criminosa dal punto di vista della legge e della morale, ma è un merito dal punto di vista dei clan. I ladri e intrallazzatori e bancarottieri e concussori ed evasori noi troviamo giusto che vadano in prigione, ma i parenti li sentono come vittime sacrificate sull’altare della famiglia. Ecco perché l’amore per la famiglia non ci unifica, ma ci scatena in guerre fratricide.
La generosità: sì, siamo un popolo generoso, lo dicono gli stranieri dopo una settimana che son qui. Ma siamo generosi nel senso paleo-cattolico, del fare la carità, non nel senso umanitario, del fare l’altro uguale a te. Diamo vestiti alla Caritas, ma non diamo la cittadinanza e la sanità.
Il calcio è una passione nazionale, ma contrappone città a città, il tifoso veronese incita l’Etna e il Vesuvio, il tifoso della Lazio manda nei forni i tifosi della Roma. Il tifo ci fa guelfi e ghibellini, non italiani. E questa contrapposizione va crescendo: l’odio tra juventini e interisti non è mai stato così viscerale.
Élites non all’altezza: è una tara che in quindici anni è cresciuta, non siamo più in democrazia, siamo sotto un’oligarchia che s’è resa inamovibile con apposite leggi. La legge elettorale è palesemente incostituzionale. Mi domando cosa ci sta a fare la Corte Costituzionale.
Stando così le cose, neanche gli italiani per bene s’identificano con lo Stato perché sono migliori dello Stato, e meritano uno Stato migliore, con una classe politica più onesta e più saggia. Oggi la famosa “gioia di vivere” degli italiani è avvelenata da un virus, e questo virus si chiama politica. Non lo stiamo combattendo. Quindi peggioriamo.