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Ferdinando Camon

La nonna canta al nipotino

"Avvenire" 21 gennaio 2010

 

 
Si prova simpatia per la nonna che, ricevendo la visita del nipotino, nella casa di riposo di Noventa Padovana, gli canticchia filastrocche in dialetto veneto. Così facendo gli trasmette il proprio mondo: è, non sembri un concetto smisurato rispetto al fatterello, un modo per non morire. Noi tutti sentiamo che non moriamo interamente se depositiamo le nostre memorie, la nostra vita, nel cervello di chi sopravvivrà. È per questo che si scrivono i libri. Se è possibile un altro salto ancora: è da qui che i Greci ricavarono il mito di Edipo. Il padre di Edipo aveva ricevuto ordine dal dio di non generare figli, ma lui sentiva che morire senza figli vuol dire morire completamente. Quindi generò Edipo. Il dio s'infuriò e punì lui (facendolo uccidere dal figlio), la madre (facendola sposare dal figlio), i figli del figlio. Ma torniamo a noi. Se quella nonna non consegna le filastrocche dialettali al nipotino, la piccola sapienza di quelle cantilene va perduta per sempre. A scuola, la maestra ha avuto l'idea di assegnare come compito agli scolari quello di trascrivere una poesiola dall'italiano in dialetto e un'altra dal dialetto in italiano. Ne è nato un pandemonio: questo è leghismo, è anti-italianità, e poiché nella scuola ci sono anche bambini stranieri, è anti-ospitalità. Ma ragioniamo.
La nonna che insegna filastrocche al nipotino è uno dei pochissimi casi in cui una cultura vien trasmessa per via verticale, da una generazione precedente a una successiva. Non succede quasi più. I figli non apprendono dai padri, per via verticale, ma dagli amici, per via orizzontale. Questo ha una conseguenza di portata immensa: muore la tradizione. Tradizione vuol dire trasmissione del sapere, in modo che il sapere dei figli erediti il sapere dei padri. Nel Veneto, la generazione dei padri, e ancor più quella dei padri dei padri, era molto religiosa: era nota, apprezzata o derisa, per questo. Adesso la generazione dei figli è fra le meno religiose che ci siano in Italia. Quando mi chiedono qual è la più grande trasformazione del Veneto o delle Venezie (che ora si chiamano Nord-Est), in questo mezzo secolo, rispondo: l'ateizzazione. Non il paesaggio, non la ricchezza, non l'immigrazione: l'ateizzazione. I figli non sono figli dei padri. Hanno altre origini e vivono altre vite. La vita dei padri non la conoscono: né la vita intesa come biografia né la vita intesa come storia: il passato è perduto. È un peccato, perché c'era tanta grandezza in quel passato: l'intera nazione vede l'uomo veneto come oligofrenico, dialettofono, casalingo, docile, bestia da soma. L'uomo veneto non è mai stato così. È stato un uomo abitato da valori immensi, Dio, il diavolo, il dovere, il lavoro, il risparmio, il culto dei morti, il rispetto dell'autorità in famiglia e nella società. Tutto questo è depositato nella tradizione orale, e recuperarne qualche squarcio è  salvifico per l'ultima generazione, quella dei bambini: lasciamo che la imparino, ne riceveranno un bene. Manteniamo il ponte fra quel nipotino e quella nonna. Ci sono tanti cinesini in classe? E perché non guidare anche loro a recuperare qualcosa, quel che possono, della vita dei loro nonni? Un bambino italiano racconta la sua nonna, un bambino cinese fa altrettanto con la propria, e così s'incontrano. Reprimendo questi recuperi delle origini, in classe nessuno incontra nessuno. Perché in quella classe non c'è nessuno. È vuota.

PS: Renzo Montagnoli è d'accordo, vedi i "Dialoghi con i lettori".

 

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