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Ferdinando Camon

Craxi: grandezza senza morale

Quotidiani delle Venezie 20 gennaio 2010

 
Se fra vent'anni un governo o un capo di Stato ricorderà con ammirazione Giulio Andreotti, nessuno potrà obiettare niente: s'è parlato di lui come di Belzebù, lo si è accusato di mafia, perfino di omicidio: ma la Giustizia ha fatto il suo corso, i processi sono stati lunghi e pubblici, alla fine non c'è uno straccio di condanna. Amen. Ma per Craxi non è così. Per Craxi la Giustizia s'era avviata verso conclusioni altamente disonorevoli, per evitarle lui è scappato ed è morto all'estero: non è un esule, non è un perseguitato, non è un liberale vittima di un regime illiberale, è un latitante che con la latitanza s'è sottratto alla giustizia. I reati di cui veniva accusato li ha ammessi. Di più: li ha rivendicati. Di più ancora: noi tutti ne siamo testimoni. Noi cittadini, imprenditori, lavoratori, elettori. Se in qualche comune o qualche provincia si bandiva un'asta per un ospedale o una scuola, sull'affare (nel senso borghese del termine: il divario tra spese e ricavi) dell'impresa s'incistava la superfetazione dell'affare in senso politico, il guadagno che il partito al potere ne ricavava. La tangente. Nel maremagno dei panegirici in onore di Craxi c'è stato qualche giornale, come questo, che lo ha ricordato. Questo sistema rendeva corrotta la nostra vita economica e sociale. Ma rendeva corrotta anzitutto la nostra vita politica, perfino le nostre elezioni. Si potrebbe sostenere (io l'ho sostenuto, su "Le Monde", perché nessun giornale italiano mi pubblicava l'articolo, e l'ho ripreso nel libro "Tenebre su tenebre") che il nostro Parlamento, eletto con questo sistema perverso, era illegittimo. Di questo sistema Craxi non era l'inventore né l'unico che lo praticava. Ma lo ha teorizzato e giustificato nel Parlamento stesso, prima di scappare. È il "suo" sistema: l'alterazione dei risultati elettorali attraverso il finanziamento illecito dei partiti. Un partito che rastrellava enormi somme illecite, attraverso le tangenti, poteva condurre campagne elettorali più forti dei partiti che avevano a disposizione le piccole somme lecite. Più alto era il finanziamento illecito di un partito, più falso era il risultato elettorale che poteva raggiungere. La politica non era al servizio della società, ma la società era al servizio della politica. Questo sistema differenziava partito da partito, corrente da corrente, candidato da candidato. C'eran candidati che ottenevano centomila preferenze e altri cinquemila, e questo non perché i primi avessero elettori tanto più numerosi, ma perché avevano la possibilità di gestire campagne più potenti. I candidati che promettevano favori illeciti e ottenevano voti, vendevano illegalità per comprare illegalità. Più illegalità vendevano, più potevano restituirne: perché se ottenevano molti voti, diventavano ministri, col potere di concedere favori nell'area di competenza del ministero. Quando un ministro troppo palesemente compromesso cadeva, veniva sostituito da un eletto dello stesso partito e anzi della stessa corrente: bisognava che il partito o la corrente non vedesse calare il numero dei suoi ministri. Pareva democrazia. Era corruzione. Perché se l'esponente di una corrente veniva scoperto corrotto, non era democratico che venisse sostituito dal suo vice, democratico era che tutta la corrente venisse messa in discussione. Erano gli anni profetati da Pasolini, col suo sogno di un "processo al Palazzo", e da Sciascia, col suo terrore di una mafia all'assalto dello Stato. Di fatto, è quel che è accaduto. Craxi ne è stato un esponente volonteroso e mai pentito. Celebriamolo, se vogliamo. Ma celebriamolo lasciandolo in questa luce, perché è la luce che da lui emanava. Se in questa luce c'è grandezza, è la grandezza fosca del grande politico separato dalla morale.

PS: Antonio Macchi la pensa diversamente, vedi i "Dialoghi con i lettori". Mentre Renzo Montagnoli e Sandro Damiani concordano.

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