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Ferdinando Camon

Ebrei, non sabotate la visita del Papa

Quotidiani delle Venezie 17 gennaio 2010

 
 
Giornata importante oggi per i rapporti fra cattolici ed ebrei. È in programma una visita del Papa alla sinagoga di Roma. È stato invitato dal rabbino capo. Ha accettato. Alla sua venuta s'oppone il presidente dei rabbini italiani. Tra gli ebrei più anziani, che han conosciuto i lager, alcuni  ritengono che la Chiesa di questo Papa segni una ripresa dell'antigiudaismo per quattro motivi: un mese fa Benedetto XVI ha avviato la beatificazione di Pio XII; un anno fa ha levato la scomunica ai vescovi lefebvriani, anche a quel Williamson fautore del negazionismo; due anni fa ha ripristinato la preghiera a Gesù "salvatore di tutti gli uomini"; all'interno delle gerarchie cattoliche c'è una continua attenzione alle sorti dei palestinesi, considerati vittime dell'espansionismo d'Israele.
Di questi motivi, il negazionismo dei lefebvriani è stato duramente condannato dal Vaticano, l'espansionismo d'Israele suscita condanne anche dall'Onu, e la formula di Gesù "salvatore di tutti" fa parte della dottrina cattolica. Resta l'ultimo motivo, Pio XII. Il nodo è qui. Benedetto XVI intende proclamarlo santo. "Santo" vuol dire che ha praticato le virtù cristiane. Per gli ebrei convinti che Pio XII non abbia fatto quel che poteva per salvarli dalla persecuzione hitleriana, se vien fatto santo vuol dire che quella inattività diventa una virtù. Il santo è un modello per i credenti: se il mancato intervento per salvare vite umane assurge a modello, per gli ebrei vorrebbe dire che il servizio a Dio è separato dal servizio all'uomo. Da parte cattolica si risponde citando esempi numerosi e coraggiosi (anche su testimonianze di ebrei) di protezione e ospitalità agli ebrei, singoli o a famiglie, nelle sedi cattoliche, anche nel Vaticano, per ordine dello stesso  Papa. Lo scontro è fermo a questo punto.
È uno scontro che nasce da una visione corta della storia. In questa visione (che è anche di alcuni fra i massimi testimoni, come Primo Levi) lo Sterminio trae origine dal programma hitleriano di uno Stato germanico razzialmente puro: lo Sterminio è la proiezione della volontà di potenza di Hitler, rimanda ai grandi capi e in definitiva al più grande di tutti, il Führer. Da anni vien mossa un'obiezione a quella teoria e ci tengo a ripeterla: quella è una concezione "eroica" della storia, per cui la storia è fatta dai grandi, che agitano i popoli come una tempesta il mare. Ma dopo i testimoni dei Lager, son venuti storici che hanno imposto un'interpretazione ben diversa: la responsabilità non è soltanto dei grandi capi e del massimo capo, ma esiste una responsabilità collettiva. L'Olocausto è la conclusione di una plurisecolare persecuzione degli ebrei, che ha avuto tre grandi fasi. Nella prima fase i popoli europei dicevano agli ebrei: "Potete vivere in mezzo a noi, a patto che diventiate come noi: convertitevi". Nella seconda: "Non siete diventati come noi, andate a vivere da un'altra parte". Furono le fasi della conversione coatta e della ghettizzazione. Hitler incarnò la terza ed estrema fase: "Non potete vivere né fra noi né separati da noi, ovunque siate vi uccideremo". Fu lo Sterminio. La terza fase presuppone la seconda che presuppone la prima. Compito della civiltà è rendere impossibile la terza rendendo impossibili le altre. La Chiesa ha lavorato e lavora molto in questa direzione, anche e soprattutto con questo Papa, che è tedesco. Lo Sterminio è stato maledetto, l'espulsione è stata condannata, la conversione a forza è aborrita. Viene affermata la fraternità: "Giudei, nostri fratelli maggiori". La visita di oggi la riconferma. Sabotarla non sarebbe soltanto un errore, sarebbe una colpa. Grave.

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