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Ferdinando Camon

Impreparati di fronte ai terremoti

Quotidiani delle Venezie 14 gennaio 2010

 
A chi non ha, sarà tolto: è il motto spietato che guida la natura a infuriare contro gli insediamenti umani. Le pandemie nascono nei paesi più miserabili, la malaria ristagna nelle aree più povere e arretrate dell'Africa, i cicloni battono le coste dell'Asia e dell'America centrale, i maremoti e gli tsunami spazzano via i villaggi nelle terre che noi amiamo come paradisi naturali per la loro civiltà aurorale. E, a intervalli regolari, i terremoti. Questo che ha scardinato la capitale di Haiti porta in tutto il mondo immagini di un'angoscia insopportabile, che ci colpiscono e ci stordiscono per la loro apparenza di déja vu: le donne quando perdono i figli e la famiglia hanno spesso facce scarmigliate e impolverate come queste, che ci guardano da buche e anfratti dove han potuto sopravvivere mentre tutto crollava; le famiglie che urlano di paura sono spesso così, in fila uno dietro l'altro, in corsa verso di noi, con occhi e bocche spalancate. I soccorsi, nei paesi male attrezzati, sono sempre così, un ferito sollevato sulla barella, da otto-dieci volontari scoordinati, per metà inutili, mentre da dietro qualche reporter, con professionale indifferenza,  scatta fotografie. Il grande crollo è venuto nel primo pomeriggio, che da queste parti è l'ora più intensa della giornata. S'è sfasciato tutto. Non solo le casette, ma anche i palazzi del potere. Ministeri, palazzo presidenziale, palazzzo dell'Onu, perfino la cattedrale: come se un vento sotterraneo le avesse portato via il tetto, le pareti restano dritte e spettrali, la facciata ha ancora il suo magnifico rosone. Il nemico è venuto a tradimento, e ha colto tutti di sorpresa. Il nemico si chiama Natura. Perduti nelle guerre tra di noi, guerre di religioni e di civiltà, di integrazione e di espulsione, guerre per il petrolio, per i mercati, ci eravamo dimenticati che il nemico di noi tutti (di noi umanità) si chiama Natura, e che nessun paese riuscirà a batterlo da solo: ci vorrebbe un'alleanza di tutta l'umanità, un'umanità che sentisse le catastrofi naturali come una tragedia di tutti e di ognuno, singolarmente inteso, che colpisce anche quelli che ne son lontani mille miglia, e sarebbe giusto che tutti collaborassero a prevenire, rimediare, salvare, guarire, ripristinare. Haiti soffre un abbandono e un isolamento che la strangolano da secoli. La sua bellezza naturale è miracolosa, chi l'ha vista la conserva come un sogno. La sua storia, due secoli fa, prometteva un'epoca nuova: i teorici della democrazia come salvezza del Terzo Mondo hanno gioito quando è stata la prima nazione dell'area a raggiungere l'indipendenza e ad essere governata da neri, e hanno atteso che da lì salisse l'aurora di una nuova epoca. Ma l'aurora è diventata subito notte, quello è uno dei paesi più poveri del pianeta. Dittature feroci, non di un partito o di un esercito ma di un uomo o una famiglia, cittadini torturati e uccisi a decine di migliaia, colpi di stato dei militari, lotte tra clan e tribù, che continuano ancor oggi dietro una fragile presenza di forze Onu. E cataclismi a catena. Quattro uragani dal 2004 in poi. Continue difficoltà ad inviare soccorsi. Anche stavolta, le piste di atterraggio sono ingombre di macerie, è difficile anche sapere con esattezza cosa succede, la catastrofe dispiega la sua parabola dietro una cortina di polvere, fumo, fuoco. Invisibili,  torme di sciacalli si spostano da una casa all'altra, insensibili alle invocazioni di aiuto, attente a cogliere con un colpo d'occhio la preda da spogliare. Il mondo, trafelato, perde tempo a capire, a decidere, a muoversi: ogni paese si muove per conto proprio, anche noi Italia, e così gli aiuti arrivano pochi, tardi, inutili. Ognuno di noi, paesi ricchi, farà la sua piccola parte. Poi sarà di nuovo l'oblio. Finché un altro cataclisma ci scuoterà.

PS. Replica Ezio Franzutti, vedi i "Dialoghi con i lettori".

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