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Ferdinando Camon

 

La perdita della lingua

Quotidiani delle Venezie, 12 dicembre 2009


 
Sta venendo fuori un problemaccio che renderà l'Italia di domani peggiore di oggi: gli studenti arrivano all'università con una cultura lacunosa e una barcollante conoscenza della lingua italiana. Leggendo le risposte ai test affrontati dalle matricole, ci viene addosso una desolata depressione. Non considero grave scrivere: "Qual'è la natura" e "Un'uomo", e nemmeno "quore": sono erroracci, d'accordo, ma non rivelano una stortura del cervello. La stortura c'è in chi scrive: "Se sarei venuto a Roma, t'incontrerò". Si resta allibiti. È tutta la società che perde la lingua. Il padrone di una squadra di calcio ha dichiarato in tv: "C'è chi può e chi non può, io può". Una maestra ha scritto nel verbale di una gita: "Lo scolaro Gamba è caduto e s'è rotto la medesima". La maestra capirebbe l'errore se pensasse la frase in latino. Ma il latino non si fa più o, dove si fa, si fa alla carlona. Il latino ti fa vedere, nella parola che c'è, la parola che c'era, nella frase che scrivi, la frase che si scriveva, e un po' della parola e della struttura di un tempo rimangono nella parola e nella frase di oggi. Gli studenti che lasciano le biciclette accatastate nei marciapiedi davanti agli istituti, non sanno il latino: non capiscono che un marciapiede deve restar libero perché ci marciano i pedoni, che puoi vedere se guardi in fondo al porticato: il latino li allenerebbe a capire che, se c'è un "ut", prima che il periodo finisca dev'esserci una finale, se scorri avanti con l'occhio la vedi. La lingua è la nostra struttura. Qualcuno sostiene che "l'inconscio è strutturato come un linguaggio" (Lacan), cioè che i nostri sogni e i nostri sentimenti (e la nostra sessualità) hanno a che fare con la lingua che parliamo. I ragazzi che parlano e scrivono male non solo soltanto studenti sbagliati, sono anche uomini sbagliati. Chi usa una lingua disordinata ha una vita disordinata. La vita di chi non sa parlare e scrivere correttamente è una vita misera. Non parlo di ricchezza, ovviamente: un conto è il tenore della vita, altro conto è la qualità della vita. Questo è un tempo che ha azzerato il rapporto tra merito e premio. Puoi ottenere anche senza meritare. Non è più necessario studiare, ricordare, scrivere. Si può andare avanti lo stesso, laurearsi e guadagnare. Tutti gli studenti, una volta, per laurearsi, dovevano scrivere un libro: la tesi. Per una volta nella vita, erano "autori". La tesi era il "capolavoro" della loro cultura. Una volta nelle fabbriche si chiamava "capolavoro" il pezzo che l'operaio costruiva davanti agli esaminatori che dovevano assumerlo: per esempio, un bullone. Bene, la tesi era il capolavoro di ogni studente, il vertice della sua capacità di ricerca, ragionamento, scrittura. Oggi ricerca, ragionamento, scrittura sono sostituiti da Internet: qualunque argomento per qualunque tesi è già ampiamente svolto in Internet. Non devi usare il cervello, basta usare il Taglia e Incolla. E così la nostra società è segnata dalla "perdita della lingua". Che non comincia all'università, comincia già alle elementari. Non sappiamo scrivere perché non leggiamo, né libri né giornali. Se da noi solo 98 persone su mille leggono un giornale (in Giappone 650), la domanda è: i nostri cittadini sono in grado di capire e decidere? Sono adatti alla democrazia? E come mai arrivano all'università, se non sanno scrivere? Non andrebbero stoppati prima, alle medie superiori, alle medie inferiori, costretti a ripetere l'anno, o a riparare a settembre? Insomma, costretti a studiare, leggere e scrivere?

PS. Rispondono Giovanni Tonella e Renzo Montagnoli, vedi i "Dialoghi con i lettori".

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