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La Lega ha 25 anni, cos'ha ottenuto? Nulla.
"Messaggero Veneto" 14 ottobre 2009
Si avvicina il 150° anniversario dell'Italia unita, e tutti, Quirinale in testa, preparano i festeggiamenti, ma la domanda è: l'Italia è davvero unita? o nel corpo della nazione s'infiltra un virus che la corrode? La risposta sta alla fine di questo straricco e prezioso libro di Francesco Jori, "Dalla Liga alla Lega": "Il 61% di quanti si riconoscono nel Nord ritengono che il Mezzogiorno sia un peso per lo sviluppo del Paese, e il 45% ritengono che il Nord e il Sud sono troppo diversi, meglio dividersi e andare ciascuno per conto proprio". Se le cose stanno così, l'unità d'Italia è un traguardo mai raggiunto. Anzi, se seguiamo il libro di Jori, che racconta la storia della Lega partendo dalla Liga Veneta che ne fu la madre, vediamo che il traguardo dell'unità d'Italia s'è allontanato sempre più: quanto più la Lega cresce, tanto più l'Italia s'allontana. Jori ricorda come questo sia anche il pensiero di Sergio Romano e di Riccardo Illy: è in atto una "secessione silenziosa". Sul "silenziosa" eccepisco, in realtà è fragorosa. La lotta Lega-Stato ha avuto diverse fasi, e Jori le esamina una per una. Troppe fasi. Contraddittorie. Nello statuto con cui partì la Liga si parlava di un autogoverno del Veneto, che sarebbe stato raggiunto attraverso l'istituzione di una regione a statuto speciale, sul modello di alcune regioni confinanti. È questo modello a fare da attrazione. Comuni confinanti, uno del Veneto e uno del Trentino-Alto Adige, hanno un regime fiscale (il ritorno delle risorse da parte dello Stato) così sproporzionato, da far ritenere ai sindaci del Veneto che loro, con le loro città, alimentano e conservano la ricchezza dei vicini. Notate dunque: la rivolta è nata su una base fiscale, una questione di soldi. Poi è diventata tante altre questioni, potestà di legiferare, autonomia nella scuola, nella polizia, nella sanità, secessione, devolution, ma il cuore della vicenda era e resta economico: il rapporto dare-avere fra Stato e regioni. La Liga era l'ultima incarnazione della Questione Settentrionale. La Questione Settentrionale ha due avversari, lo Stato e il Sud. La Lega ha tre avversari, lo Stato, il Sud e le regioni speciali del Nord. A chi pensa che lo Stato c'entra sempre, e che questo è strano perché il serbatoio della Lega è tutta quell'area d'Italia che fu il serbatoio della DC, bisogna osservare una cosa: l'elettorato del Nord che votava DC non votava per un'idea di Stato, per una impostazione politica dei problemi, o partitica, ma per qualcosa che stava al di sopra dello Stato, dunque per un'impostazione etica dei problemi, un'impostazione e una soluzione cristiana. Nel nome della Democrazia Cristiana, il termine democrazia non ispirava fiducia, la fiducia stava nell'altro termine, cristiana. A uccidere questa fiducia, a scardinare i voti dell'elettorato del Nord dalla DC, fu la scoperta della corruzione dei partiti. Qui, mentre stiamo commentando il libro di Jori, non c'interessa, perché Jori tiene la sua ferrea analisi rigorosamente sul piano politico, però se posso permettermi una divagazione, dirò che la scoperta della corruzione dei partiti, compreso il partito della Chiesa, fu un trauma per l'elettorato veneto, che lo scardinò non solo politicamente ma anche moralmente: da lì cominciò un allontanamento del popolo veneto dalla DC e anche dalla Chiesa. Partì quella che si può definire una ateizzazione dei veneti, nelle città e nelle campagne. È la più grande differenza tra il Veneto di oggi e quello di prima. Quando si dice che nel Veneto "è morta una civiltà", s'intende che di quella civiltà l'etica cattolica era la spina dorsale. I veneti si sono per così dire ripiegati su se stessi. Anzitutto a difesa della famiglia: la famiglia è il valore centrale della Liga-Lega, la famiglia sta al di sopra dello Stato, e l'interesse della famiglia viene prima dell'interesse dello Stato. Poi la disposizione al super-lavoro, che fa delle aree di diffusione della Lega le più produttive non solo d'Italia, ma d'Europa. La diffidenza verso ciò che entra nel paese o nella città da fuori, che può turbare l'ordine nel quale sentiamo la salvezza: lo straniero ha un altro ordine, e quell'ordine è nemico del nostro ordine. La storia ha provveduto ad esasperare questa diffidenza, sbattendo in casa nostra lo straniero più diverso, l'islamico: l'uomo veneto si sente minacciato in casa, e la Lega è il partito che più lo accompagna in questa autodifesa. È la sua funzione essenziale, quella per cui raccoglie voti. Jori dà grande importanza al fatto che probabilmente la Lega avrà il governo del Veneto alle prossime elezioni (forse Berlusconi e Bossi han già fissato un accordo in tal senso), e certo la Lega è in marcia verso la conquista del territorio, ma risulta sempre più chiaro che la Lega ha un'idea del futuro in chiusura, siamo assediati e dobbiamo chiudere le porte, mentre ad avere l'idea contraria non è l'Italia (con Berlusconi si può trattare), ma sono l'Europa e il mondo: il futuro deve aprirsi, le civiltà devono fondersi. La Lega ha una storia vorticosa di proposte e di slogan, il libro di Jori ne è una raccolta sterminata. Ma che ne è della secessione? del modello altoatesino? catalano? della Heimat? delle tre repubbliche di Miglio, Padania-Etruria-Mediterranea? del dialetto in parlamento? della Heimat? dello statuto speciale? della Carta di Helsinki? del Progetto di Panto? del Movimento per il Veneto di Carraro-Cacciari? Erano mitologie, non progetti politici. La politica deve puntare a un traguardo più prossimo e raggiungibile: le regioni che producono di più, devono avere di più. Sangue, suolo, lingua, dialetto, simboli, storia, religione, ampolle, dio Po, sono coperture, talune false, talune ridicole. Sotto ci stanno i soldi. E i soldi sono la verità. È solo una questione di schei.
PS. Vedi i "Dialoghi con i lettori".