Quotidiani delle Venezie 2 ottobre 2009
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La stampa è libera? Sì, ma non autonoma
Non c'è dubbio che "Annozero" e "Ballarò" sono schierati, ma se questo è un problema, la soluzione non sta nel sopprimere quelle trasmissioni, bensì nel creare un anti-"Annozero" e un anti-"Ballarò". La soppressione di testate o trasmissioni uccide l'informazione, la moltiplicazione la rafforza. Se il potere politico minaccia di chiudere una trasmissione tv o querela un giornale per milioni di euro, o cerca di stornarne la pubblicità, il problema della libertà d'informazione si pone, temibile e urgente. Non occorre che squadre di militanti entrino nelle redazioni e distruggano i computer: questo non avviene, e se la libertà di stampa sta in questa minaccia, questa minaccia non c'è. Nei giornali si lavora, nei tg pure, nelle case editrici anche, e così nelle radio. I tg vanno in onda, e dicono quel che ritengono di dire. Cioè, quel che ritengono i loro direttori. Ma chi sceglie i direttori? Il potere politico. La maggioranza assoluta dell'opinione pubblica vien creata, giorno dopo giorno, dal tg1 e dal tg5. I direttori di quei tg sono scelti, tutt'e due, dal potere politico in carica. Scegliendo, a monte, i direttori, il potere politico sceglie, a valle, le notizie da trasmettere e quelle da tacere. La notizia "è" il fatto. Un fatto che non ha notizia, svanisce. Cos'è un tg, cos'è un giornale? Sono strumenti d'informazione che scremano dalla cronaca le notizie da far entrare nella storia. La libertà di stampa c'è quando la stampa non perde oggi ciò che sarà storia domani. Contrariamente a gran parte della sinistra, son dell'idea che l'attuale premier italiano è un grande, ormai è grande l'importanza che ha: quando scese in politica, scrivevo su "Ponorama", con i redattori di "Panorama" ci si telefonava, ed erano costernati: il nostro capo fonda un partito, si piazzerà tra l'ottavo e il nono posto, questuerà alleanze, comincia da Fini, ci sputtana tutti. Lui fondò il partito, vinse le elezioni, andò al governo. Governerà un ventennio. Nei manuali di storia gli spetta un paragrafo. In quel paragrafo le prostitute ci saranno, e avranno almeno tre righe. Chi dice di no deprezza il presidente, pensa che trenta righe son troppe. Io dico che quella è la sua misura. Ma i giornali di oggi devono anticiparmi, diluite, anche quelle tre righe. Se non fanno questo, smettono di essere fonti. Non mi preparano al futuro. Me lo nascondono. La protesta per la libertà di stampa è questo bisogno di vedere il futuro.
Sugli scandali del nostro potere politico gli stranieri, attraverso i loro giornali e tg, sanno molto più di noi, attraverso i nostri giornali e tg. Se io incontro uno spagnolo o un francese, e gli dico che sono italiano, quello mi ride in faccia: essere cittadino italiano è una cittadinanza europea minore, meno informata, meno libera. Protestare per la libertà di stampa vuol dire protestare perché, se andiamo all'estero, non ci guardino con superiorità. Ci fu un tempo in cui avevamo in Italia 4-5 giornali fra i migliori d'Europa: io, andando a Parigi, e comprando i loro giornali, mi sentivo orfano dei miei. Adesso, se a Parigi io (cittadino medio italiano, formato dal tg1 e dal tg5) compro i loro giornali, apprendo su di me cose che in patria ignoravo. Libero è chi può fare quel che vuole, sapendo quel che deve sapere. La prima è una conseguenza, la seconda è la condizione. Se manca la seconda, manca la prima. La protesta per la libertà di stampa è una protesta per questa mancanza. Qui, nel Veneto, oggi siamo più informati, perciò più liberi, di ieri, perché c'è stata una fioritura di nuovi giornali tra le città, ultimo quello di Venezie-Mestre, nato esattamente 25 anni fa. In queste città (prima Padova, poi Treviso, poi Mestre-Venezia), e soprattutto nelle loro province (il "profondo Nord"), è cambiata la qualità della vita. Un conto era vivere una vita orale, altro conto è vivere una vita scritta (e, se scritta da giornali concorrenti, confrontata). Tra la vita orale e la vita scritta c'è questo di mezzo: la storia, quindi la responsabilità. Nella vita orale mancava. Adesso c'è in ogni città del Nord-Est. Ma non c'è nel Nord-Est, il Nord-Est non ha un medium (scritto o televisivo) che faccia da collante, lo unifichi, lo faccia conoscere a se stesso e alla nazione. C'è un cattivo rapporto Nordest-nazione. Il cattivo rapporto è frutto di una cattiva conoscenza. Fatte conoscere le città a se stesse, bisognerà far conoscere il Nord-Est allo Stato: sarà una rivoluzione, per il Nord-Est e per lo Stato.