Quotidiani delle Venezie 25 settembre 2009
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Il burqa in casa nostra
Pieve di Soligo è una deliziosa cittadina in provincia di Treviso, famosa perché ci vive Zanzotto: in uno dei paesaggi più dolci del mondo (e più martoriati, dalla Grande Guerra) è nata una poesia fra le più grandi dell'epoca. Sconcertante e inquietante, a Pieve di Soligo ha fatto capolino il burqa: una donna del Bangladesh è andata, tutta coperta, al supermercato. Panico fra i clienti. Fra le donne. Proteste col direttore. Richiesta che l'indumento integrale fosse strappato alla sconosciuta, e si potesse vederla in faccia. Rifiuto del direttore. Proteste ai carabinieri e al sindaco. Le tesi contrapposte sono: "Ognuno segue le proprie usanze, qui non siamo razzisti", e "C'è una legge che vieta di mascherarsi o velarsi, si rispetti la legge". Posto così, il problema è posto male. In Italia il burqa va vietato. Ma non perché, se una straniera indossa il burqa, io sento violata una mia legge e dunque mi sento vittima, ma perché la donna che indossa il burqa vìola un proprio diritto, anche se non lo conosce o non lo capisce, e importa in casa mia una schiavitù che è normale a casa sua. Dove s'impone il burqa, la donna non ha il diritto di mostrare la faccia, deve nascondersi. Noi, Occidente, abbiamo costruito una civiltà in cui la donna ha gli stessi diritti dell'uomo. Le donne hanno lottato per questo, realizzando una delle più importanti rivoluzioni del secolo scorso. Un sociologo-psicologo assai popolare nei decenni passati, Erich Fromm, sostiene che le rivoluzioni veramente vittoriose del secolo scorso furono due, quella femminile e quella giovanile: la terza, quella comunista, s'è conclusa in un disastro. Se ora accettassimo di vedere diminuiti i diritti della donna, accetteremmo che venisse tagliata una fetta della nostra civiltà, cioè della nostra storia. Non possiamo permetterlo. Soprattutto, non possono permetterlo le donne. A Pieve di Soligo è stata una donna infatti a protestare col direttore, col sindaco, con i carabinieri: diceva che il burqa "fa paura". Ha ragione. Il burqa indossato da donne straniere in mezzo alle nostre donne è una minaccia per le nostre donne. Cancellando la faccia della donna, cancella in realtà la sua persona, la sua bellezza, quindi la sua sessualità, impone un controllo e un dominio (può mostrarsi solo a casa, e solo al marito; se viene un ospite, deve subito nascondersi). La donna non è della donna, è del suo uomo, prima il padre, poi il marito, o, se non c'è un marito, il fratello maggiore. In Occidente, la più drastica condanna di questo principio (la donna è del marito) sta nello slogan col quale le donne hanno lottato e hanno vinto: "Io sono mia". Il burqa e "io sono mia" sono due contrari. Dove si usa il burqa, il burqa figura anche sui documenti: la foto-tessera mostra il marito riconoscibile e la sua donna velata, è lui che garantisce l'identità di lei, lei di per sé non ha un'identità. Se è bella, nessuno deve saperlo, la sua bellezza è proprietà del marito, se altri vedono la sua bellezza, il marito è svergognato. Nel film "Viaggio a Kandahar" il marito pedala in bicicletta, lei sta seduta sul palo, tutta velata, ma in quella posizione mostra le caviglie, e un passante sgrida l'uomo: "Non vedi che ti svergogna?". Controllo sul corpo vuol dire controllo sulla sessualità. Sulla sessualità della ragazza decide la famiglia, anche scegliendole il marito. Le nostre ragazze sono sessualmente libere fin dalla scuola media superiore (ma che dico, anche inferiore). Scelgono il fidanzato che vogliono. La sessualità come libertà non è una esigenza del diritto, ma della natura. Le ragazze islamiche che vivono qui sentono che l'Islam integrale urta col nostro diritto, ma anche con la loro natura. Chi è, a Pieve di Soligo, che dà un aiuto alla straniera col burqa? È l'italiana che ha chiamato i carabinieri.
PS. Qualche lettore reagisce, vedi i "Dialoghi con i lettori".