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Ferdinando Camon

 

Uccide la figlia perché ama un cristiano

Quotidiani delle Venezie 17 settembre 2009



 
È venuto qui in mezzo a noi con la figlia Sanaa, la figlia crescendo s'è innamorata di uno di noi, e lui per punirla le taglia la gola: dunque odia noi, ci odia a morte, giudica meritevole di morte quel che noi siamo, tutta la nostra civiltà, e anzitutto la nostra religione. È l'amarissima conclusione che dobbiamo trarre dal figlicidio di Pordenone, nei termini in cui le cronache lo raccontano. Aveva un lavoro, il padre. Un lavoro più che dignitoso, faceva il cuoco. Lavorava anche la figlia. Carina, vitale, gioiosa. Nella foto ride e splende come il sole, povera anima. Uccisa come un animale non da noi, non dalla nostra società, non dal razzismo, ma dal cuore del cuore della cultura di suo padre, che (inutile girarci intorno, e cercare formule attenuanti) si riduce a questo: un musulmano e un cristiano non possono convivere, dove c'è un musulmano il cristiano deve morire. Oppure: se un musulmano, e sia pure una figlia, non la pensa così, va ucciso lui. Avendo un lavoro, quest'uomo è il perfetto esempio di quelli che noi consideriamo integrati: fa quel che facciamo noi, guadagna, sbarca il lunario, siamo a posto. Invece no. Evidentemente, anche fra quelli che noi consideriamo integrati ce ne sono che considerano la nostra civiltà inammissibile sulla faccia della terra. Così facendo, quest'uomo (va detto onestamente che sono pochi come lui, ma altrettanto onestamente che non è il solo) mostra di non accettare niente dei cardini che regolano la nostra vita individuale, famigliare e sociale: e cioè, i codici e la costituzione. Con questo delitto, li ha infranti tutti. Perché non si sentiva in obbligo di rispettarne nessuno. Quindi, come mai era qui? come mai era entrato? e s'era insediato? e viveva tra di noi? lavorava regolarmente? e restava da anni? Per una nostra colossale incomprensione: ci comportiamo con la più grande stupidità nel momento in cui stabiliamo chi entra in casa nostra e chi torna indietro, rispediamo a casa tanti disperati che nella nostra vita (cultura compresa) troverebbero il paradiso, e accettiamo, di riffe o di raffe, elementi come questo, che sono nuclei di una civiltà nemica e inconciliata. Uccidere una figlia, per un padre, è il massimo dei delitti. Più che uccidere un figlio. Mi domando come ha fatto a tirarla fuori dall'auto per accoltellarla, vibrare le prime pugnalate sul fidanzato che s'opponeva, inseguire come un animale predatore la figlioletta che scappava strillando, raggiungerla, girarle la faccia e tagliarle la gola, guardandola negli occhi. Come ha fatto? Non succede spesso, per fortuna. Siamo i primi a dire che non bisogna generalizzare. Niente guerra di religioni. Però, quando succede, un caso come questo è un fulmine in una notte nera: quel che illumina ti spaventa. Dicono che questo figlicidio ricorda quello di Hina, la povera ragazzetta pakistana sgozzata dal padre e sepolta nel cortile di casa, nel 2006, nel bresciano, perché indossava i jeans e viveva all'occidentale. Sì, ci sono delle somiglianze. Il caso di Hina è più tremendo di come lo riassumono oggi. Perché Hina fu sgozzata dal padre, sì, ma i parenti collaboravano tenendola ferma per le mani e per i piedi, e quando fu sepolta nel cortile, di notte, c'era un intero clan, più famiglie, a scavare con le vanghe. E poi è successa una cosa ributtante, per un occidentale: la madre è sempre rimasta zitta, per giorni e mesi, è andata al processo contro il marito, e solo quando il marito è stato condannato è svenuta. Lo sgozzamento della figlia lo aveva tollerato (con dolore, mi auguro e le auguro). La condanna del marito no, quella era intollerabile. Possono vivere tra noi, padri, madri, fratelli e parenti come questi? Sono pochi, certo. Pochissimi. Ma sono i peggiori prodotti di un paio di princìpi nient'affatto marginali, tra gli islamici: l'uomo val più della donna e il fedele val più dell'infedele. In Occidente, princìpi del genere sono inammissibili. Gli islamici che si integrano li rielaborano o li accantonano. Ma ci vuole un po' di cultura. Chi non ce la fa, come il padre di Sanaa e il padre di Hina, è perché viene dagli strati profondi dell'ignoranza.

 

PS. Ci sono le reazioni di Renzo Montagnoli e di Sandro Damiani, vedi i "Dialoghi con i lettori".

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