Quotidiani delle Venezie 22-24 agosto 2009
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Cos'è la Patria?
Dietro a Napolitano, che vuol accelerare i preparativi per il 150° anniversario dell'unità d'Italia, alla Lega (niente sprechi), a Berlusconi (che cerca di posizionarsi a metà, festa sì, grande festa no), si agita un problema, del quale noi del Nord siamo la causa principale: che cos'è la patria? siamo tutti italiani? siamo fratelli, dal Nord al Sud?
Le manovre della Lega (far risorgere i dialetti, ricreare le bandiere regionali, sostituire "Fratelli d'Italia" con "Va' pensiero") rispondono di no. Non siamo fratelli. Napoletani e siciliani sono nostri nemici più degli stranieri. Qui al Nord i meridionali occupano i posti statali, catasto, Entrate, Scuola, mentre noi creiamo le aziende private: e quello è nemico di queste. Siamo occupati, come gli ebrei in Babilonia ("Oh mia patria sì bella e perduta!"). Le tasse che paghiamo sono soldi che ci vengon rubati, il federalismo con cui li chiediamo indietro è una rivolta costituzionale prima che fiscale.
Il concetto di patria è in crisi. Dappertutto. Ci sono soldati italiani, inglesi, insomma europei che combattono e muoiono in diversi campi di battaglia, quando muoiono tornano nelle bare, inni, saluti, pianti da tutti noi: ma sono morti per noi? per la patria? vengono avvolti nel tricolore: c'entra qualcosa, il tricolore?
Ci sono stranieri che s'avventurano per settimane in mare, se cinque su dieci muoiono e cinque arrivano questi lo considerano un viaggio fortunato, perché sperano di diventare italiani. Ma possono? un eritreo, un keniota, un senegalese che diventa italiano, che italiano è? come noi?
Il concetto di italiano è in crisi. I soldati italiani che combattono e muoiono nel mondo, è giusto che vengano avvolti nel tricolore, combattono e muoiono per ciò che l'Italia rappresenta: non più un territorio ma una costituzione, un complesso di norme, un sistema di valori. In Afghanistan combattono perché uomini e donne afghani possano votare: han votato, quindi i combattenti han vinto. La patria non è più terra e sangue, ma leggi e valori. I soldati italiani combattono non perché l'Italia sia libera, ma perché sia liberatrice. E poiché fanno questo insieme con altri soldati europei, lo fanno in nome di una patria liberatrice che è l'Europa. Ci sono autorità italiane a rendere l'ultimo saluto ai nostri soldati caduti, ma presto saranno autorità europee, e sarà più giusto. Stiamo perdendo le piccole patrie per entrare nella grande patria. Le patrie nazionali avevano valori nazionali, confini da difendere, re o repubblica da conservare, sconfitte da vendicare, conquiste da allargare. La Grande Patria ha un'altra "vis a tergo", altre forze la spingono: l'intolleranza per le oppressioni di Stato su Stato, classe su classe, religione su religione, uomini su donne, dittatura su popolo. Tutto questo è europeo, di un'Europa in cui, ora come ora, farebbe fatica ad entrare la Turchia, l'inclusione della Turchia sarebbe una contraddizione: chi entra in Europa non può considerare l'uomo più della donna e il fedele più dell'infedele. In questo quadro, chi viene in Italia viene in un pezzetto d'Europa, non si può pretendere che si italianizzi, rinascendo dentro la nostra storia, ereditando la nostra cultura: è impossibile. Essere italiano non significa più ereditare la nostra cultura da Dante a Moravia: si diventa italiani ereditando la nostra costituzione. Gli immigrati, ovunque siano nati, che lavorano e sono onesti, è giusto che siano italiani, e spartiscano con noi sanità, scuola, acqua. Gli italiani nati qui, che esportano i soldi altrove, non dovrebbero spartire i nostri servizi, che loro boicottano. La Patria è un albero, radici vecchie di secoli, rami nuovi di oggi. Gli immigrati hanno le radici altrove, purtroppo per loro, ma aiutano l'albero a crescere. I disonesti e gli evasori hanno le radici qui, purtroppo per noi, ma l'albero lo fanno morire.
PS. Fabrio Pietribiasi e Renzo Montagnoli fanno le loro osservazioni, vedi "Dialoghi con i lettori".