"Avvenire" 31 luglio 2009
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L'Abbazia di Praglia: oasi di silenzio
Larga e armoniosa, in tutto l'insieme e in ogni singola parte, ala, chiostro, corridoio, sala, l'abbazia di Praglia l'ho perfino sognata, e ho descritto il sogno in un libro dell'81, "La malattia chiamata uomo". Nel sogno, cammino per Roma con Moravia. Vedevo spesso Moravia, ma non camminavo spesso con lui, perché lui non andava a piedi, come si sa era zoppo. Ma il sogno è onnipotente, lui cammina con me, passiamo accanto al Pantheon e lui mi fa: "Potremmo farci seppellire qui". Io tiro su col naso e sento odor di muffa. Lo sento sempre, quando passo accanto al Pantheon. E rispondo: "Io no". "E dove vuoi esser sepolto?", mi chiede Alberto. Io fingo di muovere i piedi in salita, e respiro col naso, mostrando soddisfazione per l'aria pulita. Con ciò voglio rispondergli: a Praglia, sui Colli Euganei, nel cortile dell'abbazia, accanto alla scalinata. Una morte religiosa al posto di una morte laica. Con la sua morte laica, Moravia mi spaventava. Mi raccontava di quando, in Messico, prese un aereetto a elica, che non riusciva a scavalcare una catena di monti, tanto che Alberto pensava: "Adesso ci sfracelliamo". Me lo diceva ridendo. Quel riso sulla propria morte mi gelava. Non riesco a capire un uomo indifferente alla propria fine.
Eccomi qui, per l'ennesima volta, a visitare l'abbazia. Esco dal mondo ed entro in uno spazio fuori-del-mondo. Lo spazio fuori-del-mondo è segnato da una transenna a corde rosse che, dopo il portone d'entrata, sbarra l'ingresso nel primo chiostro. Io non posso varcarlo. Ho detto in portineria che vengo per un incontro col padre priore, mi han risposto: "Aspetti qui", e subito dopo ho sentito suonare una campana, un suono strano, dei rintocchi sconcordi. Arriva il padre priore, dom Igino, sposta la corda e mi fa strada.
"Ma voi vi chiamate con le campane?" chiedo. "Quando un monaco non si sa dove sia, non c'è che la campana. Ogni monaco conosce i rintocchi che chiamano lui". "E per lei, quali sono i rintocchi?". "Due, pausa, uno".
Camminiamo, intorno a noi silenzio assoluto. Il mondo è rumore, l'abbazia è silenzio: un'oasi. Capisco perché Fogazzaro si rifugiava qui. Qui puoi "ascoltarti". I Colli Euganei sono pieni di ville invisibili, sepolte nel buio del verde. In una di queste ville ha dormito uno studioso francese, Michel David, che negli anni d'insegnamento all'università di Padova ci ha spiegato cos'è la psicanalisi in letteratura. Mi diceva che il silenzio notturno era così assoluto che lui, dormendo, sentiva il rumore del proprio cuore. E ne aveva paura. Ecco cosa fa il silenzio: ti confronta con te. Forse il Fogazzaro cercava questo confronto. Che altro, se no? Lo chiedo al priore.
"Fogazzaro aveva una casa da queste parti, a Montegalda. Qui nell'abbazia c'è una loggetta che noi chiamiamo Loggetta Fogazzaro in suo onore. Perché lui s'era adoperato molto per il ritorno dei monaci. Gli ordini religiosi sono stati soppressi varie volte. La prima volta da Napoleone, e i monaci son tornati quando qui c'era l'Austria. L'ultima volta nel 1867, con le cosiddette leggi anticlericali. Allora i monaci si sono trasferiti in Istria. Da lì sono ritornati nel 1904, e per il loro rientro il Fogazzaro s'era interessato molto. Gli dispiaceva lo stato di abbandono in cui si trovava l'abbazia".
"L'abbazia ospita ancora laici che vengono qui a vivere la vostra vita?".
"La foresteria è una attività tipica di noi benedettini: Paolo VI a Montecassino ha proclamato San Benedetto patrono d'Europa. I monasteri benedettini sono aperti a tutti. Gli ospiti che vengono fanno la nostra vita, e pregano con noi. Nella chiesa, o nella cappella invernale".
"Chi sono? Insegnanti, studenti…?".
"Anche sacerdoti, religiosi, uomini, donne, adulti, giovani, anziani".
"E si svegliano quando voi? La vostra sveglia è nel cuore della notte".
"Sempre alle 5, per tutti".
"Scusi, ma un laico per alzarsi alle 5 deve mettersi la sveglia".
"Non qui. Qui c'è la campana, la sentono tutti. Nelle solennità suona addirittura il campanone. Solo nelle solennità, perché non vogliamo disturbare".
Siamo accanto a due vasche in marmo, rettangolari, su ciascuna delle quali si protendono in bassorilievo cinque teste di uomini o animali, a bocca aperta.
"Sono due lavabi. Dalle bocche scendevano dieci rigagnoli d'acqua, e i monaci qui si lavavano".
"Qui si viene a consultare la vostra biblioteca".
"Sono due le biblioteche, una moderna e una antica. Quella moderna eccola qui". Entriamo: sala immensa, scaffalature alte cinque-sei metri; niente scale, ma un palchetto che gira tutt'intorno alle pareti. In fondo, un camino del millecinquecento: è la "sala del fuoco", un tempo l'unica stanza riscaldata di tutta l'abbazia. La biblioteca antica è al piano più alto, ha scaffalature in legno del millesettecento.
"Qualcuno, qui, ha trovato manoscritti che si credevan perduti. Com'è successo?".
"La scoperta di qualche testo antico è avvenuta nel laboratorio di restauro. Lavorando su testi antichi, han trovato testi più antichi: le pagine erano incollate e non si vedevano, scollandole son venute alla luce".
Entriamo nella sala di restauro dei libri antichi. Grandi tavoli, sui quali stanno libri logorati, con le pagine ridotte a frammenti. Il restauro consiste nell'incollare sui frammenti i bordi nuovi, ritagliandoli in modo che sulla pagina antica e sbrecciata il nuovo bordo si sovrapponga per non più di mezzo millimetro. A volte i frammenti appaiono come particelle di pagina, sembrano sospesi nel vuoto, separati uno dall'altro: come frasi di una chiamata da lontano, in una giornata contrastata dai venti. La lontananza è il tempo, i venti sono i secoli.
Il priore non aspetta che io lo chieda: "Quando uno si presenta per farsi monaco, la prima cosa che il maestro spirituale cerca di capire è se veramente la sua ricerca di Dio è disposta a tutte le implicazioni della vita comunitaria, l'obbedienza ai superiori, il senso fraterno, il lavoro, la preghiera".
"Si racconta che Dante, alla fine della vita, abbia bussato a un monastero, e al monaco che gli chiedeva: Cosa cerchi?, lui non rispose: Dio, ma rispose: Pace. Pace va bene?".
"Pax è scritto spesso nei nostri monasteri".
"Voi avete una chiesa qui, aperta a tutti, fate parrocchia e fate Messa. In latino?".
"Cerchiamo un equilibrio col passato. Nelle nostre preghiere comunitarie conserviamo ancora il latino e il canto gregoriano: Inni, Antifone; le parti fisse della Messa: Introibo, Offertorio, Communio, Sanctus, Agnus Dei sono in gregoriano. I Salmi sono in italiano".
"Ho visto un monaco che cantava tenendo in mano un libro in latino, e mi han stupito gli accenti: acuti o gravi, come nelle lingue romanze, non brevi o lunghi, come nel latino".
"Quelli che hanno studiato al liceo classico sanno il latino, gli altri no. Alcuni vengono dal mondo del lavoro. L'ordine benedettino ha una storia lunga, adesso è formato da 20 congregazioni monastiche confederate, ognuna conserva la propria legislazione, i propri superiori, e al vertice delle 22 congregazioni c'è l'abate primate dell'ordine, eletto per 8 anni da tutti i superiori; risiede a Sant'Anselmo, sull'Aventino, a Roma".
Nell'aria passano piccoli rintocchi: uno, pausa, due. Il priore sorride:
"Non sono io".
Siamo nella Loggetta Fogazzaro, un porticato delizioso, retto da colonnine sottili. Davanti si apre l'infinito. L'orizzonte balla nella foschia. Sotto, file di arnie, api che ronzano, un monaco al lavoro. Oleandri. È l'ala delle celle, silenzio assoluto. Sono le 13, l'ora del tg.
"Nessuno ascolta il tg?".
"Qui non c'è televisione".
"E non sapete cosa avviene nel mondo?".
"Sappiamo abbastanza, arrivano dei giornali".
"Sentite l'urto dell'Islam?".
"Sappiamo perché leggiamo, e conversando tra noi è motivo di preoccupazione. Ma oggi viviamo in una società multietnica. Il dialogo è possibile".
"E nel dialogo, quale contributo portate voi benedettini?".
"Noi cerchiamo di testimoniare modestamente la nostra verità".
Nel silenzio, mi tornano in mente i silenzi che ho sperimentato. Ai confini con l'Austria, in pieno inverno, dopo ore di marcia col mio plotone di alpini m'imbatto in una capanna di legno sepolta nelle neve, davanti all'uscio sta un uomo seduto su una sedia, avvolto in una coperta: ha un libro aperto, legge. Il mio plotone gli sfila davanti fragoroso, quarantadue uomini. Non alza la faccia. In questa vita o nell'altra, vorrei incontrarlo e parlargli. Per settimane ho dormito a duemila metri, in buche scavate nella neve, dette trune. Niente uomini o animali, solo il vento. Quando scendevamo a valle, il rumore dei primi villaggi ci disturbava come una volgarità. Un alpino mi s'avvicinò e mi chiese: "Tenente, torniamo indietro?".
Nuovi rintocchi: due, pausa, uno. È lui. Ci salutiamo, esco dalla porta dell'abbazia, salgo per la scalinata che porta alla chiesa: a metà della scalinata c'è un pianerottolo, Moravia mi s'avvicina col suo passo zoppo e mi chiede: "Il Pantheon?". "No - rispondo -, meglio qui".