"La Stampa-Tuttolibri" 11 luglio 2009
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Cadorna sull'Ortigara, ordini assassini
Per salire da Asiago alle trincee della Grande Guerra, dov'era stata bloccata la Strafexpedition, si lascia l'auto ai piedi delle montagne, nel Piazzale Lozze. Arrivati in quota, sui duemila metri, si vede il teatro delle infinite battaglie: a destra gli appostamenti degli italiani, a sinistra le trincee austriache. È tutto intatto. Impressionante. Gli austriaci avevan scavato con le mine un sistema di trincee profonde, a zig-zag, sulla cresta dell'Ortigara. Da dominavano con i binocoli e le mitragliatrici la costa che scendeva fino al vallone, e dall'altra parte le pendici italiane: per attaccare gli italiani dovevano scendere dal loro monte, sotto il tiro nemico, e arrancare faticosamente in salita, contro i fili spinati e le mitragliatrici. Nessun comandante, che non fosse pazzo, avrebbe mai ordinato un attacco del genere. Per volontà del generalissimo Cadorna, gli italiani attaccarono più volte. Al termine di una serie di questi attacchi a ripetizione, giacevano dentro il vallone 25mila alpini morti. Ho letto da qualche parte, ma ora non saprei citarlo, l'appunto di un ufficiale, che, chiamato con gli altri a rapporto dal generalissimo, annotò che il generalissimo gli sembrava in preda a una "visibile lietezza". Quando giro in auto per le città italiane e trovo una "via Cadorna", mi domando perché un sindaco con un minimo di coscienza civica non faccia cancellare quel nome. I soldati che non salivano all'attacco finivano davanti alla Corte Marziale. Ora dovete sapere che non scrivo queste impressioni come come critico letterario o come scrittore, premiato o tradotto qua e là: no, scrivo come cittadino che ha sempre fatto ciò che lo Stato gli chiedeva, quindi anche il servizio militare, e fu un ufficiale degli alpini: da ex ufficiale degli alpini dico che davanti alla Corte Marziale doveva finire il generale Cadorna. Un comandante non può mai dare un ordine che non lasci al soldato una chance di salvezza.
È lì, sul teatro di quelle battaglie insensate, che è ambientato "Un anno sull'Altipiano" di Emilio Lussu. È un libro (mi correggo: un diario) sui meandri percorsi dalla follia del potere assoluto, com'è quello militare, che ordina di andare a morire sapendo che non serve a niente, ma che questo comandare di morire per niente, e questo accettare di morire per niente, creano una gerarchia che fortifica l'esercito, la monarchia, lo Stato, e fa la storia. Lo smilzo e terribile librino di Claudio Rigon che ho qui davanti contiene i documenti che testimoniano come Lussu racconti la verità fino al dettaglio, come gli ordini dei comandanti italiani fossero semplicemente delle condanne a morte, e come le pattuglie di alpini che andavano a tagliare i fili davanti alle trincee nemiche andavano in realtà davanti al plotone di esecuzione. Claudio Rigon ha trovato nel Museo del Risorgimento di Vicenza una cartella che contiene questo materiale storico prezioso: il capitano Michel (poi maggiore), in primissima linea, comunica col resto dello schieramento inviando e ricevendo, per mezzo di staffette, messaggi scritti a matita o con la penna stilografica, e riceve dai comandi superiori messaggi scritti con lo stesso sistema, o, quando son diretti a più destinatari, con la carta carbone. Sono ordini di attacco, di spostamento, di schieramento. Comunicazioni sui reparti o sui singoli. Resoconti sui morti e sui feriti. Ricerche di disertori, ladri, renitenti. Soldati che si sparano addosso per invalidarsi. Tutto in presa diretta, mentre avviene. È un documento emozionante. Se il libro di Lussu è un volo aereo, questo di Rigon è la scatola nera. Lo dice anche Rigon. Non lo conosco, Rigon, ma devo dirgli una cosa che forse gli dispiacerà. C'è coraggio ed eroismo in questi assalti. Si prova fastidio e disprezzo verso i finti malati nascosti in infermeria. Il mio sospetto è che avessero ragione, erano gli unici a veder giusto. Fossi figlio di un morto sotto i fili spinati, proverei odio verso chi lo comandava. Fossi figlio di uno che non è andato all'assalto, non proverei vergogna.
PS. Vedi le reazioni a questo articolo tra i "Dialoghi con i lettori".