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Il ministro Zaia: dialetto obbligatorio a scuola. È un errore

Quotidiani delle Venezie 20 maggio 2009


 
La proposta di introdurre lo studio obbligatorio del dialetto nelle scuole fa notizia per diverse ragioni: viene da un ministro, il trevigiano Luca Zaia; è arrivata al ministro dell'Istruzione, che la giudica "interessante ma difficile"; vien confermata da Umberto Bossi, capo di un partito determinante per la maggioranza; quel partito annuncia la volontà di introdurla in una legge. E allora osserviamola, quella proposta.
Il ministro Zaia dice che anche la Chiesa dovrebbe usare il dialetto nella Messa: sarebbe l'applicazione integrale del Vaticano II. Il concilio voleva le lingue parlate al posto del latino,  ma se dev'essere la lingua parlata, la lingua parlata nelle Venezie è il dialetto.
Ma il dialetto era la lingua di una civiltà che non c'è più, e non ha senso, nella civiltà diversa e opposta che ha occupato e livellato le Venezie, usare quella lingua. Il dialetto chiamava le cose con nomi diversi dalla lingua italiana perché quelle cose erano diverse. Il "saòn" non era il "sapone". Il "saòn" era fatto in casa, con materie sgrassanti, di color giallo, puliva le mani dei contadini sporche di calciocianamide, ma non era profumato, non odorava di niente. Serviva a nettarsi le mani per mangiare. A un certo punto arrivò il "sapone", primo fra tutti il Cadum. Il Cadum profumava. Lo usavano ragazzi e ragazze che dopo andavano a ballare. Ci fu un momento in cui i due prodotti coesistevano. Quando il capo-famiglia chiedeva: "Dammi il saòn", gli si dava il sapone autarchico, fabbricato in casa, una specie di detersivo a blocchi, dopo di che lui chiedeva: "Passami il sapone", e con quello si profumava le mani e le annusava. Adesso c'è solo sapone, il "saòn" è sparito da mezzo secolo. Che facciamo nelle scuole? Insegniamo una lingua morta?
Nel padovano la ragazza si chiamava "tosa", nel veronese "putela", nel triestino "mula", nel friulano "frute", e così via. Non erano "ragazze". Se nelle nostre classi c'era una "ragazza", venuta dalla città, era diversa in tutto, scarpe, capelli, vestiti e parole. Il buon vecchio Freud riassumerebbe tutte queste diversità in una: la diversità sessuale, intendendo per sessualità l'insieme di sentimenti desideri sogni che fa di una persona quello che è. La "mula" era diversa dalla "putela", dalla "frute" e dalla "tosa", e ciascuna era diversa dalla "ragazza". Tra l'altro, il termine "ragazza", con quella doppia z aspra, è il più brutto di tutti (Goethe dice che, per indicare ragazza, il tedesco ha il termine più gentile del mondo: Fräulein; in Alto Adige sappiamo che una ragazza è diversa da una Fräulein). Cosa facciamo nelle scuole? Insegniamo a dire "mula", "putela", "tosa", "frute" e così via? Ma non ci sono più, ormai ci sono soltanto ragazze, tutte imbevute della stessa cultura, degli stessi spettacoli, hanno in tasca lo stesso telefonino, con le stesse suonerie. Tose, putele, frute e mule si vantavano della verginità a 25 anni, le ragazze se ne vergognano a 15. Tra una friulana e una siciliana c'era un mare. Adesso c'è un rigagnolo. "Donne e buoi - dei paesi tuoi" non va più bene né per le donne né per i buoi: mio fratello fa l'allevatore, i vitelli li compra in Ungheria o in Francia, poi li ingrassa e li rivende in Italia, e nessuno se n'accorge. Gli euro non sono schei. La fidanzata non è la morosa. Il bar non è l'ostaria. È vero, il dialetto esprimeva una civiltà bellissima, insegnarla dovrebb'essere un compito della scuola.  Qui il ministro Zaia ha ragione, gli voglio bene come a un fratello. Quella civiltà indossava il dialetto come un vestito elegante. La nuova civiltà, indossandolo, farebbe un effetto clownesco. Onorevole Zaia, abbiamo amato quel mondo e quella lingua, ma non ci sono più. Siamo in lutto. Dobbiamo rassegnarci.

 

PS. Vedi, tra i "Dialoghi con i lettori", la risposta in dialetto del ministro, la replica dell'autore; le osservazioni di Marzio Favero, assessore alla cultura, Provincia di Treviso, nonché di Alberto Gardin e di Renzo Montagnoli. Il sano insulto dialettale di Ivan Petrosky. I ragionamenti di Fabio Pietribiasi e Giulio Raffi.
 

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