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Ferdinando Camon

 

La nipote del Duce piange sulla morte del nonno

"Messaggero Veneto" 28 aprile 2009


 
 
C'è nel mondo un nipote di Hitler che per vivere in pace, con gli altri e con se stesso, ha levato la t dal suo cognome: adesso si chiama Hiler. Ha preso le distanze dal terribile parente prendendo le distanze dalla propria stirpe. A monte della sua stirpe c'è una colpa, anzi la fonte della massima colpa. A volte mi chiedo quale sarebbe la reazione del popolo tedesco se questo nipote, col suo cognome originario, facesse parte del Parlamento tedesco: un Hitler di nuovo al lavoro per fare le leggi della Germania. Credo che non sarebbe possibile, non sarebbe tollerato.
C'è in Italia una nipote di Mussolini più volte deputata nazionale che ad ogni occasione chiede onore per il nonno e riparazione per i torti che ha subìto, in primo luogo l'uccisione, quel tipo di uccisione, e l'esposizione dopo la morte. La nipote del Duce ha scoperto tardi com'è finito il fascismo. Quando, da ragazzina, s'è imbattuta nelle foto di Piazzale Loreto ha avuto uno choc: non sapeva che il nonno fosse morto così, che una massa di gente fosse accorsa per vederlo e, diciamolo pure, per godere della sua morte. Su quelle foto, mai viste prima, la nipote ha pianto.
S'affacciava un problema: il problema dei nuovi giovani che non sapevano niente del fascismo e della Resistenza, e adesso vedendo inorridivano. Bisognava scrivere per loro. Mi ci misi anch'io. Ma avevo un problema: un parente che aveva fatto una fine più orrenda di Mussolini. Partigiano, catturato dai nazifascisti, fu torturato perché parlasse, gli misero un cappio al collo prima d'interrogarlo, sperando che si spaventasse. Non parlò. Fu impiccato e lì, in un paesino della campagna veneta, c'è ancora la sua lapide. Come lui ce ne sono stati tanti. Prima e dopo. Uccisi nel nome di Mussolini, per volontà di Mussolini, da miliziani per i quali Mussolini era l'uomo a cui credere, a cui obbedire e per cui combattere, e nel combattere è compreso morire. Molti sono morti per lui. Ci sono stati fascisti che han raccontato in libri degni di memoria, anche letterariamente, come dopo la sconfitta finale loro fossero pronti a morire per e con il Duce. Lui passò a salutarli a Milano e li arringò: "Credete in me?", "Sìììì", "Io vi porterò alla vittoria". Alcuni piansero di vergogna: "Perché ci imbroglia così, doveva dire: Moriamo insieme, e saremmo morti con gioia". Loro affrontarono la morte. Alcuni si spararono. Ma il Duce no: il Duce tentò la fuga, travestito da soldato straniero, su un camion militare straniero,  nascondendo la faccia col bavero. Era un traditore di se stesso e dei propri ordini. Nei lunghi anni della guerra, qualunque soldato si fosse comportato così, per suo ordine sarebbe stato passato per le armi. In un certo senso, la squadra partigiana che lo catturò e lo fucilò, applicò ordini suoi. Ma non per questo fece bene. Quegli ordini erano scaduti, il tempo fascista era finito con la fuga del Duce. La dittatura fascista aveva portato molte esecuzioni,  e a queste aggiungeva ora l'esecuzione del Duce: aveva messo in moto una storia che non poteva arrestarsi se non "dopo" la sua morte. Dichiarare che questa morte fu "uno scempio", come chiede la nipote, è possibile ed è giusto, ma lo scempio va incluso dentro l'atroce storia inaugurata da suo nonno. Perciò alla nipote del Duce, che ieri piangeva dai giornali la morte del nonno, voglio dire: signora, lei ed io siamo parenti di vittime, ma il mio parente fu vittima di suo nonno, mentre suo nonno fu vittima di se stesso. E qui c'è una differenza. Quindi, come sarebbe assurdo che ci fosse un Hitler nel parlamento tedesco, è assurdo che ci sia un Mussolini nel parlamento italiano. E non dica che se quel nome ha una storia, lei con quella storia non c'entra: chi vota lei la vota per quel nome e per quella storia.

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