"La Stampa - Tottolibri" 26 gennaio 2008
E' un caso letterario: un libro di teologia, che modifica profondamente ciò in cui crede il cattolico, sale in classifica, ci resta, e apre un appassionato dibattito in Internet. Un libro di altissima consolazione, sia per chi crede sia per chi non crede. Fila dritto come un missile verso la tesi che tutti avremo la salvezza, solo chi la rifiuta si perderà, dunque la perdizione è una scelta consapevole e tenace. Leggendo questo libro (che in molti punti, anche centrali, si può non condividere; io non lo condivido; ma è comunque un'opera di vasta cultura), pensavo continuamente ai due ultimi racconti di Philip Roth, "Everyman" e "Patrimonio". Qualcuno ha scritto: il papa non deve preoccuparsi di Odifreddi e compagni, sono atei gelidi, il loro gelo è un disamore che il lettore ricambia con disamore; l'autore che davvero uccide la speranza è Philip Roth. E' vero. In quei due libri di Roth tutto è morte, Dio non c'è, il personaggio di "Everyman" passa di ospedale in ospedale (lui e le sue donne) e infine visita un cimitero, e s'informa su come si scava una tomba, e dà una mancia al becchino: gli paga in anticipo il lavoro che farà per lui. Quando chiudi il libro, è come se tirassi il coperchio della bara su di te. Mancuso risponde con questa esplosione di luci e di musiche: tutto è Dio, la morte non c'è. Sulla teologia di Mancuso, docente all'università San Raffaele di Milano, Google raccoglie in questo momento 87.500 voci. Il punto su cui il dialogo lettori-Mancuso si fa più drammatico, è il dolore degli innocenti: un bambino nasce cieco, dov'è Dio? la sua giustizia e la sua sapienza? In risposta Mancuso introduce una variazione profonda nel concetto di creazione, pensa che la creazione non è finita, il mondo è in costruzione, la natura che lo produce è sapienza perché il suo disegno finale è buono, ma è cieca, vede l'insieme ma non i singoli, sugli individui può sbagliare e sbaglia, ma la sua benignità si vede dal fatto che nei genitori degli innocenti infelici non cala ma accresce la carica d'amore. Di più: per gli innocenti che nascono incapaci d'intendere, l'anima spirituale si forma per simbiogenesi, i genitori fondono la propria anima con quella del figlio, e in questa fusione si travasa amore e conoscenza. Quei figli (Mancuso lo dice col titolo dell'ultimo libro di Pontiggia) sono "nati due volte". Sono le pagine più turbate. Ne esco ammirato, ma non pacificato.
Il sistema salvifico di Mancuso è diverso, e in parecchi punti contrario a quello della chiesa cattolica. Mancuso ha orgoglio e paura di questa diversità e contrarietà. Paura: richiama continuamente la sua formazione di figlio che non vuole trovarsi fuori della casa. Orgoglio: sottolinea la sua opposizione verso concili, bolle, documenti, anche di Ratzinger-Benedetto. Tra l'altro, sul tema della verità, chi la possiede, dove sta. Insomma, il principio dell'"extra ecclesiam nulla salus". Imposto dal concilio di Trento (con scomunica ai renitenti), cancellato dal Vaticano II, reimposto da Ratzinger nel 2000, Mancuso "osa" contraddirlo con radicale violenza. Un coraggio benefico, in tempo di dialogo multireligioso. Quel principio non è che spegne il dialogo, non gli permette neanche di nascere. M'è sfuggito "osa" come s'io fossi un cardinale: alle mie spalle, qui nella stanza dove scrivo, tengo affissa al muro in fotocopia l'"abjuratio Galilei", perché mi sembra il crocevia da cui parte ogni libertà di giudizio (anche letterario). Mancuso afferma che se così è, se si salva solo chi è "intra", allora la venuta di Gesù è stata una disgrazia per l'umanità, perché ha dannato tutta quella che sta "extra". Essenzialmente, in questo libro Mancuso tratta i Novissimi, morte-giudizio-inferno-paradiso. Ne cancella tre e ne lascia uno, il Paradiso. "Le anime del paradiso sono luce - ho visto che anche Franco Cordelli è rimasto affascinato da questa descrizione -, ma sono anche musica, perché l'essere divino è personale e ha un linguaggio". Ripenso alla luce e alla musica da una parte, e al dolore degli innocenti dall'altra. Non riesco a metterli in contatto. Infatti, Mancuso li separa: tra Dio e i nati-per-soffrire interpone la Natura, è la natura che sbaglia, e crea con sapienza imperfetta. Dopo Auschwitz, il filosofo Hans Jonas ha ripensato Dio: è buono e onnisciente ma non onnipotente, il male è più grande di lui, lui non ha potuto farci niente. Ho l'impressione che Mancuso faccia la stessa operazione: il creatore è buono e onnipotente, ma non onnisciente, gli sfugge il dolore degli innocenti, non lo conosce. Ivan, nei "Karamazof", diceva che se gli danno un biglietto per entrare in paradiso, a patto che ammetta il dolore nei bambini (in Dostoievski, essere sbranati dai cani), lui restituisce il suo biglietto d'entrata. Sul dolore degli innocenti, in Google, Mancuso ha 3.080 contatti, e molti sono domande. Con questo articolo, ci metto anche la mia.