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Ferdinando Camon



Per il Direttore
 
22 settembre 2017
 
Un pianoforte in stazione
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Nella mia città, Padova, due anni fa un imprenditore illuminato aveva piazzato nella stazione ferroviaria, sulla banchina di fronte al primo binario, un pianoforte. Color nero lucido, marca Yamaha, modello C3 a coda. Uscendo dalla biglietteria, e prima d’imboccare i sottopassaggi, t’imbattevi in questa macchina suonante: perché di fatto suonava sempre, anche di notte. Era lì a disposizione del pubblico, gratis, chiunque volesse suonare si sedeva ed eseguiva la musica che voleva. Tutt’intorno la gente, anche quella che aveva fretta (nelle stazioni tutti hanno fretta, chissà perché), si fermava alle sue spalle, dritta, e ascoltava. Uno sconosciuto suona in pubblico una musica che gli passa per la testa, e tanti sconosciuti si bloccano ad ascoltarlo, sorpresi, attirati, curiosi, interrogativi: chi suona? Che cosa suona? Perché? Mi riguarda? Cosa vuole dirmi?
Era una pausa umanizzante, come la fretta del viaggio è disumanizzante. Se ”partire è un po’ morire”, allora fermarsi e ascoltare la musica è un po’ rinascere. Un pianoforte che suona in una stazione ferroviaria ferma la tua vita, ti fa delle domande, e ti obbliga a rispondere. Quelle domande sapevi da sempre di averle dentro di te, ma speravi di tirare avanti all’infinito, senza rispondere mai. Un po’ come l’Innominato quando si trova di fronte al cardinale: entra in crisi. Bene, da due anni, ogni volta che prendevo un treno e andavo in stazione, nella mia città, mi fermavo ad osservare lo sconosciuto di turno, seduto sullo sgabello, che suonava quel pianoforte nero, muovendo con sapienza le dita sui tasti e curvando o drizzando il busto per caricare i suoni che esprimeva, e guardavo la gente che si radunava intorno. La vedevo colta in contropiede. Interrogativa, dubitosa, sullo spettacolo e su di sé. Sulla propria vita. Sul proprio tempo, sul nostro tempo. Un dubbio, una dubitosità benéfici, perché se dubiti puoi correggerti, se la tua vita ha un errore puoi eliminarlo. Tutto questo alla stazione, alle Ferrovie, allo Stato non costava niente. Perciò pensavo che sarebbe stato copiato da altre stazioni. Immaginavo che sarebbe spuntato un pianoforte anche alla stazione Centrale di Milano, alla stazione Termini di Roma, a Firenze Santa Maria Novella. Immaginavo che i viaggiatori stranieri si sarebbero fermati entusiasti, pensando: “Ah, gli italiani, che grande popolo!, pazzo d’arte!”. C’era perfino un suonatore professionista, che veniva in stazione apposta per suonare il pianoforte, in abito scuro e guanti bianchi, e suonava lunghe melodie struggenti. Era il suo modo di piangere? Di che, perché? Non gliel’ho mai chiesto. Nel ”Pianista” di Polanski, il capitano tedesco melomane che s’imbatte nel pianista ebreo nascosto in una casa distrutta, dove d’intatto è rimasto solo un pianoforte, non gli chiede il nome, gli chiede cosa fa di mestiere: “Io sono… io ero un pianista”, “Pianista? Prego, suonate qualcosa”, e quello suona. Polanski ci fa sentire per qualche minuto quei suoni angelici e intanto sorvola con la macchina da presa la città di Varsavia disintegrata dalle bombe, dove non resta pietra su pietra: gli uomini che esprimono quei suoni angelici esprimono anche questa furia diabolica. Il capitano tedesco salva il pianista ebreo, portandogli da mangiare e cedendogli il proprio cappotto. “Grazie”, fa il pianista. “Non è me che dovete ringraziare”, “E chi dunque?”, “Dio, è a Lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza”. Nella Varsavia incenerita la musica è qualcosa di paradisiaco in un  mondo infernale. Purtroppo (è questa la ragione per cui scrivo questo articolo), da ieri il pianoforte, nella mia stazione, non c’è più. Il padrone l’ha ritirato. Perché vandali sconosciuti avevan rotto il sedile, una gamba, il coperchio che copre i tasti. Chi sono questi vandali? Quelli che suonano e quelli che ascoltano sono malati di qualche male da cui vogliono guarire. I vandali, che non ascoltano e vogliono che neanche gli altri ascoltino, sono troppo malati per guarire.

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