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Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon


Per il Direttore e per Brunetto
 
14 marzo 2019  
 
Foto hot in Parlamento
 
Di Ferdinando Camon
 
 
 
Circolano in rete foto che ritrarrebbero una deputata grillina, Giulia Sarti, in pose, diciamo così, hot. Per la verità non è certo che sia lei, perché la ragazza delle foto mostra dei tatuaggi che la deputata grillina, dicono quelli che la conoscono, non ha. Il materiale fotografico però viene spacciato per autentico, e attraverso Whattsapp ha una circolazione vorticosa. Ormai se lo sono scaricato quasi tutti i colleghi della Sarti, i politici, ma anche molti giornalisti, della stampa e della tv. La polizia postale dice che è materiale vecchio. Si tratterebbe di una campagna per danneggiare l’immagine di una persona politica colpendola non con un attacco politico, la contestazione di qualche frase o concetto, che avrebbe bisogno di una dimostrazione, ma con getti di fango, che non hanno bisogno di niente. Chi sente la contestazione di una tesi politica o sociale, per farla sua deve ragionarci sopra, convincersene, accettarla. Ma la tattica di diffondere foto o video spinti, intimi, espliciti di una persona, non richiede nessuna elaborazione mentale, nessuna approvazione, arriva direttamente al cervello, lo colpisce, lo stordisce, vi s’installa e vi resterà per sempre. Se hai visto quelle foto, ogni volta che rivedrai quella persona ti torneranno in mente. Non c’è modo di liberarsene. Quando quella persona morirà, magari dopo mezzo secolo, sarà ancora la protagonista di quello scandalo. La persona lo sa. E da quelle foto o da quei video, appena li vede circolare, si sente uccisa. Può anche uccidersi per questo. Abbiamo ancora nella memoria Tiziana Cantone, la ragazza della provincia di Napoli, bellissima, che quando vide circolare in rete foto della sua bellezza senza veli, ne ebbe uno choc tale che decise di togliersi la vita: quell’abisso di vergogna era così profondo che lei ebbe paura di non poterne risalire mai più, e allora tanto valeva farla finita, e buttar via una vita ormai invivibile. La madre di Tiziana spera che adesso, poiché ad essere colpita è una persona del Parlamento, la legge contro la cosiddetta “vendetta porno”, o in inglese revenge porn, si dia uno scatto e giunga ad approvazione. Sarebbe un bene per tutti. Anche per tante persone che non contano niente, ragazze soprattutto, sulle quali questa “vendetta porno” è esercitata molto più spesso di quanto noi adulti veniamo a sapere: da parte di coetanei respinti o ignorati, che con questa meschinità trovano compenso al loro orgoglio ferito. Ma danno anche una prova di non meritare l’amicizia della ragazza che cercano di umiliare. A quella ragazza, e adesso a Giulia Sarti, va il nostro affetto.

 

 

Per il Direttore
 
9 marzo 2019
 
L’arcivescovo di Lione e i nostri carabinieri
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Nella cronaca stanno due casi angosciosi, appartenenti a due mondi diversi, ma che potrebbero avere la stessa spiegazione: mi riferisco all’arcivescovo di Lione, condannato per aver protetto un prete pedofilo, e ai carabinieri italiani, accusati di aver nascosto le prove sull’omicidio di Cucchi. L’arcivescovo di Lione, dopo la condanna, annunciava di volersi dimettere e di recarsi a parlare con il Papa. Evidentemente ha un problema che lui da solo non riesce a risolvere, ha bisogno di un’istituzione superiore. Abbiamo visto nei tg gli ufficiali dei carabinieri, interrogati su un problema spinoso: pare che abbiano avuto in mano un referto sulle cause della morte di Cucchi, da cui sarebbe risultato che Cucchi era morto per le percosse, ma loro non diedero quel documento alle autorità giudiziarie, e questo impedì che si potesse far giustizia subito. Interrogati, si avvalgono della facoltà di non rispondere. L’arcivescovo è stato condannato, questi ufficiali dei carabinieri sono inguaiati: sono cariche altissime, hanno come scopo quello di lavorare per il bene, cosa fanno adesso, scelgono il male? Certo che no. Continuano a voler fare il bene, ma nella condizione in cui si trovano è facile, è spontaneo, confonderlo. Partiamo dai carabinieri. Se le notizie che abbiamo sono esatte, loro dovevano avvalorare la tesi che a far morire Cucchi erano stati i pestaggi inflitti dai loro colleghi, durante l’interrogatorio.  E non proteggere uno che per loro era uno spacciatore, e condannare i colleghi, fratelli nell’Arma, che giorno e notte lottano, rischiando la vita, contro il crimine. Per i carabinieri dell’Arma, l’Arma è il bene. Tra i colleghi-fratelli dell’Arma e un sospetto spacciatore, se salvi i primi e lasci perdere il secondo fai il bene, tuo, dell’istituzione alla quale dedichi la vita, e della società. E così han fatto. Hanno messo l’istituzione a cui appartengono al di sopra di noi popolo. Se han fatto questo, non sono cattivi carabinieri, sono cattivi cittadini.
Per l’arcivescovo di Lione vale lo stesso ragionamento: arcivescovo integerrimo, colto e riservato, s’è trovato a dover scegliere tra denunciare un suo prete, con ciò favorendo la giustizia ma esponendo allo scandalo la sua Chiesa, o proteggere la Chiesa, nella quale e per la quale consuma la vita. Ha fatto la seconda scelta. Per il codice ha sbagliato. Non è un buon cittadino. Ma è un grande vescovo. Il passo da fare è considerarlo un grande vescovo se denuncia quel prete. Per questo passo ci vorrà ancora del tempo, ma ci arriveremo, perché le istituzioni, civili e religiose, lavorano in questa direzione.       

 

 

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