Pubblicità - Advertisement
Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon


 

INEDITO



2 febbraio 2012
 
Niente carcere per i crimini sessuali di gruppo? Assurdo
 
Di Ferdinando Camon
 
C’è sempre, nei crimini sessuali, una dose di malvagità che il codice non comprende: chiamare un reato “violenza di gruppo” è una formula neutra, asettica, che non comprende l’umiliazione che la vittima patisce, il trauma, il disgusto per il sesso e per la vita, che poi la condiziona finché campa. È per questa incomprensione dei codici che i crimini sessuali vengono puniti poco. Ed è sempre per questa incomprensione che adesso si cerca evitare di mettere subito in carcere i componenti del gruppo che ha esercitato una violenza e sono stati individuati con sufficienti prove. La ragazza o (molto peggio) la ragazzina vittima di uno stupro di gruppo ha immediatamente, a partire da quando sulla base della sua denuncia vengono individuati i colpevoli, la sensazione che per lei non ci sarà piena giustizia, né subito né mai. Subito: i suoi aggressori non finiscono in prigione, ma restano liberi, secondo la volontà, resa nota ieri, della Corte di Cassazione. Dopo: il reato per il quale lei, vittima, si sente “morta dentro”, perché la violenza sessuale è un “omicidio psichico”, non ottiene presso i giudici la valutazione che gli dà lei. I giudici parlano di “violenza di gruppo” e cioè fanno della violenza un’unica colpa collettiva. Per lei, vittima, quella violenza è stata una tempesta di tante violenze, è stata violenza in ogni minuto e in ogni secondo in cui la volontà dei violentatori era tutto e la vittima era niente, meno di una cosa. Bisognerebbe prima stabilire la pena di questa sopraffazione totale, fisica-psichica-sessuale, e poi moltiplicarla per tutti i minuti in cui fu esercitata, e poi ancora moltiplicarla per tutti i componenti del gruppo. La “violenza di gruppo” non esiste. Non c’è il singolo gruppo che fa una singola violenza. Sono tutti i componenti del gruppo che fanno ognuno la propria violenza. E la violenza complessiva non è la somma delle singole violenze. Ogni violenza è diversa. Alla prima si oppone ancora una qualche resistenza, alle altre non più, perché la vittima è ormai annientata. Un residuo di quell’annientamento le resterà per tutta la vita. La vittima non avrà più, o avrà molto meno, vitalità. È essenziale, per la vittima, sapere che se lei parla, se dice tutto quello che ricorda, se fa scoprire i colpevoli, questi vanno in prigione non fra mesi o anni, ma subito. Se invece la volontà della Cassazione (niente carcere per gli autori di violenza di gruppo) s’impianta e diventa pratica corrente, il risultato sarà che la vittima avrà paura a denunciare, perdurerà in lei il senso di paura che pativa mentre la violentavano. La volontà della Cassazione è psicologicamente insostenibile.
E viene resa nota mentre esplode un nuovo caso di violenza sessuale di gruppo su una minorenne, nel veronese: una ragazzina tredicenne sarebbe stata portata da due ragazzi, uno dei quali minorenne, nella casa del genitore di uno di loro, e qui stordita con l’alcol e sessualmente abusata e anche (è lei che racconta, e sa di essere confusa per lo choc e l’alcol) fotografata. Le foto avrebbero dovuto finire su Facebook. Qui ci sono diversi moltiplicatori della violenza. In breve: i due ragazzi si offrono la bambina uno con l’altro, come inanimata proprietà, e poi, pubblicando le foto, la offrono a tutti. Non vorrei che anche in questo caso si cercasse un addolcimento della pena, evitando il carcere. Qui non si tratta di addolcirla ma di inasprirla. I violentatori, se si vedono mezzo perdonati, si sentono mezzo innocenti. Invece sono totalmente colpevoli. E la punizione dovrebbe tenerne conto. Per il loro bene.
 
(fercamon@alice.it)            
 

 
1 febbraio 2012
 
La neve è bella
Di Ferdinando Camon
 
 
Nevica sul Vesuvio, freddo siberiano, crolla il tendone del Palafiuggi, saltano le partite di calcio, 90 morti in Polonia, Romania, Bulgaria, 45 in Ucraina, in crisi anziani e clochard, disagi e ritardi sui treni, ci sono scuole e asili che chiudono. In gran parte d’Italia ci vogliono le gomme invernali o le catene, anche se la strada non è ghiacciata devi averle a bordo, la polizia ti controlla il bagagliaio, se non le hai sei in multa. Molti imprecano: maledetta la neve, a cosa serve la neve? Perché ci fa soffrire? Perché la vita, già così difficile, dev’essere più difficile? È giusto, è saggio che la natura sia fatta così? O c’è un errore? La neve è un male?
Guardo fuori dalla finestra, la neve volteggia come se non avesse peso. Però cade, un peso ce l’ha. L’ho vista infinite volte, praticamente ogni inverno. Per me, uomo del Nord, fa parte della natura e del mondo. Certo la vedevo con occhi diversi da piccolo, allora era accettata, era naturale. Poi è venuto il boom e col boom l’idea che nel corso della vita avremmo umanizzato il mondo, lo avremmo piegato alle nostre esigenze. E tra le nostre esigenze non c’è la neve né il freddo: sono due negativi. Per noi umani, ma anche per tutti gli animali. E per i vegetali: le piante soffrono, non crescono, la linfa che sale lungo la corteccia si ghiaccia. Nelle linee ferroviarie si possono bloccare gli scambi, un treno diretto a una destinazione s’immette in un’altra, il traffico va in tilt. La neve è un nemico. Come l’orso, il lupo, la lince, la volpe, tutti gli animali che tornano silenziosamente a popolare i nostri boschi, e che ci fanno guardinghi: si stava meglio prima. La Natura ci tradisce.
Lei noi, o noi lei?
Non siamo noi che diventiamo incapaci di amare la natura, di accettarla, quando è come dev’essere? Un bosco con l’orso è più bello, con le linci e le volpi pure, e un inverno che ha la neve è un inverno. Non volendo la neve, noi non vorremmo l’inverno. Non vorremmo la Natura. Vorremmo un mondo s-naturato. Non siamo più capaci di vivere.
La neve non c’è nel “Cantico di Frate Sole”, ma solo perché san Francesco lo scriveva in Umbria, in una stagione in cui la neve non scendeva. Se lo scrivesse ora, adesso, guardando i fiocchi di neve toccar terra senza tonfo, la inserirebbe tra le meraviglie per cui bisogna alzare le lodi. Francesco sta all’inizio della nostra storia letteraria, nel primo capitolo. Zanzotto sta alla fine, nell’ultimo. Zanzotto ha un’ode alla neve, perché la vedeva ad ogni inverno, faceva parte del suo paesaggio. Della neve fa un elogio immenso e fulmineo, la guarda e dice di essere «pronto, in fase d’immortale, / per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo. / Pronto. /Alla, della perfetta./ “E’ tutto, potete andare”». Dunque la neve non è uggiosa, dannosa, odiosa: è “perfetta” e basta. Il “potete andare” è rivolto a noi, che dal poeta ci aspettavamo chissà che cosa. Mentre dobbiamo soltanto prendere atto che la neve è una perfezione indicibile: è giusto, è bello che ci sia. Se c’è la neve, non c’è qualcosa di troppo. Se non ci fosse, ci sarebbe qualcosa di meno. Come il lupo, che dall’Austria scende verso sud, come l’orso, che dalla Slovenia cammina verso ovest, come le volpi, che in Carnia rubano le galline. La natura non è fatta perché noi la dominiamo senza disagio e senza paura: la vita sta nell’affrontare i disagi e vincere la paura. La neve ce lo ricorda. Nelle nostre case calde, noi la odiamo. Nelle loro case fredde, i contadini l’amavano. E non è vero che non serva a niente: “Sopra la neve fame, / sotto la neve pane”. Fra poco la neve si scioglierà e il pane spunterà.

 

 

26 gennaio 2012
 
Giornata della Memoria
Razzismo tra noi e contro di noi
 
Quando un leghista canta (i vertici della Lega, deputati e senatori, l’han fatto in tv): “Senti che puzza / scappano anche i cani, / sono arrivati / i napoletani”, fa una graduatoria: prima i cani, poi i napoletani. I napoletani fanno schifo ai cani. Quindi, a maggior ragione, fanno schifo a noi. È razzismo. I napoletani fanno schifo come razza, come sono per natura, non per storia. Un senatore che canta così dovrebb’essere espulso dal senato. Ma non succede. Dunque si può inneggiare al razzismo in tv, senza che scatti una punizione. Siamo nella Giornata della memoria, il 27 gennaio è il giorno in cui quattro soldati a cavallo dell’Armata Rossa entrarono nel Lager di Auschwitz, e l’umanità ha scelto questo giorno perché vi si ricordi lo Sterminio, figlio del razzismo. Noi italiani abbiamo inventato il fascismo, che fu il maestro del nazismo. Dovremmo stare attenti al razzismo non nel suo stadio finale, lo Sterminio, perché quando si è in quello stadio è troppo tardi, ma nel suo stadio iniziale, la predicazione dell’odio, del disprezzo e della calunnia. Noi italiani in questo stadio dell’odio-disprezzo-calunnia ci siamo. La Giornata della Memoria dovrebbe ricordarcelo.
Perché non deve ricordare soltanto l’eliminazione degli ebrei, ma anche la loro ghettizzazione e la loro conversione coatta: le tappe che hanno portato all’eliminazione. Non si può più credere che tutto sia cominciato con Hitler. Questo lo credevano alcuni ebrei illustri, anche Primo Levi. È una visione “corta”, miope, della storia. Da vent’anni alcuni storici illustri ricordano come il rapporto con gli ebrei abbia conosciuto diverse tappe, a partire da quella in cui si diceva agli ebrei (l’ho già ricordato qui): “Potete vivere in mezzo a noi, a patto che diventiate come noi”, cioè vi convertiate. Era l’epoca delle conversioni coatte. Seguì l’epoca della separazione: “Non siete diventati come noi, andate a vivere da un’altra parte”, cioè nei ghetti. Hitler è venuto secoli dopo per concludere: “Né fra noi né lontano da noi, non potete vivere da nessuna arte, dovete morire”. Quest’ultima tappa non sarebbe stata possibile se non ci fossero state le tappe precedenti. Per evitare l’ultima, bisognava evitare le prime. L’errore che causa tutto è quando si tollera. Io non so come finirà la storia del console italiano a Osaka, filmato mentre in un concerto rock fa il saluto fascista e canta inni fascisti. È stato richiamato in patria, adesso è a Roma. Si difende dicendo che quando cantava quegli inni fascisti era fuori servizio. Inammissibile. Non si tratta di vedere se uno “fa” il fascista, ma se “è” fascista. È stato commesso un errore a monte: un fascista non doveva avanzare nella carriera diplomatica, non può rappresentarci nel mondo. Il presidente del governo iraniano ripete che l’“entità ebraica”, Israele, va distrutta. Sta lavorando alla bomba atomica per questo. L’umanità ha un problema: come impedire la costruzione di quell’atomica. È difficile fermare quel presidente. Bisognava evitare che diventasse presidente. Ma lo è diventato perché quel che sostiene è in linea con l’opinione pubblica ufficiale del suo paese: dove si dichiara che lo Sterminio non c’è mai stato, è un trucco degli ebrei. E’ quel che sostiene il presidente turco nei riguardi degli armeni. Questa è ignoranza. L’eterna madre di ogni razzismo. La Giornata della Memoria serve a combattere il razzismo combattendo l’ignoranza. È l’unica strada, non ce ne sono altre. Il giornale tedesco “Der Spiegel” vorrebbe cacciarci dall’Europa: “Si può fidarsi di un popolo di Schettini? Schettino è il perfetto italiano, potete immaginare che fosse un tedesco? Merita di stare in Europa un popolo che ha fatto Napoli?”. È un razzismo idiota. E sarebbe idiota rispondergli: si può fidarsi di un popolo che ha ucciso e bruciato 6 milioni di ebrei? Merita di stare in Europa un popolo che ha fatto Auschwitz? Ieri usciva un sondaggio in Germania: sotto i 35 anni, un tedesco su 4 non sa cos’è Auschwitz, mai sentito. Oggi è la Giornata della Memoria. Funziona se entro sera quel 25 % di giovani tedeschi finalmente sa. Soltanto dopo potranno dirsi europei.
 
(fercamon@alice.it)

 

25 gennaio 2012
 
Perché un terremoto ci spaventa
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Il primo messaggino (nel sistema twitter si chiama tweet, cinguettio) è partito da Verona 32 secondi dopo la prima scossa, in piena notte, e dice: “Aiuto, qua trema tutto”. La agenzie d’informazione si svegliano molto più tardi. È nato un nuovo mezzo d’informazione, fulmineo, che dà le notizie in tempo reale e le commenta a tutta la nazione, dal Nord al Sud. È un giornalismo “partecipativo”, uno mette la notizia in rete, e la rete si mobilita a diffonderla e commentarla. Commentandola, la moltiplica. Moltiplicandola, se si tratta di un terremoto, moltiplica il panico. E la nazione si sveglia terrorizzata: “Stanno arrivando altre scosse”, “Una scossa sarà tremenda, il big one”. E così Verona, all’alba, era spaventata. Quando poi, nella mattinata, sono arrivate le seconde scosse, è scattato l’allarme: fuori i bambini dalle suole. Tra la gente per le strade, le voci della paura si facevano più precise: “La scossa definitiva arriverà alle 11”. Poi passano le 11, non succede niente ma  le voci rilanciano: “Alle 11,30”. Si prevedevano anche i gradi della scala Mercalli. Come se il panico popolare avesse un fondamento scientifico: la prevedibilità dei terremoti, che si possono stabilire in anticipo, dove, quando, di che potenza. Se qualcuno, uno solo, o pochi, avessero lanciato queste profezie, e fatto scattare il panico, non sarebbe una notizia: la terra trema, a qualcuno saltano i nervi e va in tilt il cervello, è sempre successo e sempre succederà. Ma quel che fa notizia, qui a Verona, è che saltano nervi e si scombussola il cervello non a uno ma “alla gente”: si vedevano uomini radunare le famiglie e farle salire sull’auto, per scappare non si sa dove. I grandi media non tamponavano queste paure, anzi le aumentavano. Sky ha previsto che una grande scossa sarebbe arrivata nel pomeriggio. La Prefettura s’è sentita in obbligo di smentire. È stata una giornata convulsa.
Ma non solo a Verona, perché il terremoto ha picchiato (non duramente, per la verità) anche altrove, in giro per l’Italia. Le reazioni sono tutte su twitter. Dal Sud qualcuno scrive: “Dicevate forza Vesuvio, diciamo forza terremoto”: costui ha la memoria lunga. Un altro ammonisce: “Twitter promosso sismografo ufficiale”, ed è saggio, vuol dire che twitter informa rivela commenta e spiega, il popolo dialoga con se stesso, s’è stufato di ascoltare i potenti. Un altro fa la parodia della nave Concordia che affonda: “Non è stato dato alcun allarme ufficiale”. C’è un filosofo che antepone la vita vissuta alla vita raccontata: “Vi consiglierei di scendere in strada prima di twittare”, ma c’è gente per la quale cercarsi l’un l’altro e parlarsi anche di notte, se succede qualcosa di grave, vale più della vita. Cioè: la vita è bella perché permette tutto questo. Infatti un utente di twitter dichiara con orgoglio: “Twitter batte stampa 10 a 0, ciao giornalisti”. Il fenomeno dei messaggi tra utenti di twitter è così intenso che uno commenta: “Durante i terremoti le persone non scappano più, scrivono su Twitter”. Il terremoto non ha fatto nascere da zero la paura, ma l’ha fatta salire vertiginosamente: la paura c’era già, siamo un popolo stressato, in procinto di esplodere. È questo che va capito e spiegato.
È come se gli uomini fossero logorati da un’instabilità che dura da troppo tempo, un’insicurezza, un’agitazione sotto pelle, l’ansia che qualcosa non va bene e noi siamo impotenti a rimediarci. Stiamo male e abbiamo paura che possa andar peggio. Siamo un popolo “sull’orlo di una crisi di nervi”. A Verona è esplosa questa crisi. Il terremoto è un detonatore, ma la carica era pronta da tempo. Dobbiamo convincerci che il panico per il terremoto che verrà è irrazionale, niente lo giustifica. Chi ne annuncia l’ora e la gravità è più nervoso degli altri, va aiutato e non ascoltato. Se siamo stressati da altri terremoti (economici e finanziari), sono questi che dobbiamo affrontare. Lo stiamo facendo. Dobbiamo soltanto continuare.
 
(fercamon@alice.it)

 

Contattare il webmaster | design © 2005 A R T I F E X
© 2001-2011 Ferdinando Camon.
Ai sensi della legge 62/2001, si precisa che il presente sito non è soggetto all'obbligo dell'iscrizione nel registro della stampa, poiché è aggiornato a intervalli non regolari. Il sito è ospitato da Register